Creato da socialismoesinistra il 28/06/2008
Rivista di approfondimento culturale e politico dell'Associazione SocialismoeSinistra
 

 

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RAGIONANDO SU MARX E SU KAUTSKY

Post n°322 pubblicato il 06 Dicembre 2009 da socialismoesinistra

Karl  Marx

 

Come sempre avvincente Giuseppe Giudice, che immodestamente si proclama non storico del socialismo, mentre poi ci fornisce informazioni e ragguagli preziosi mi spinge a commentare il suo articolo.

            La tesi di Beppe è che in una certa fase, quella craxiana, della vita del socialismo italiano si siano tagliati i riferimenti culturali ai padri del socialismo, per “ricostruire il DNA socialista ad uso e consumo della politica che allora il PSI faceva”.

            Mi pare di poter condividere la tesi di Giudice, ricordo in particolare l’operazione di rivalutazione di Proudhon decisamente strumentale e culturalmente debole.

            Ma è di Kautsky che vorrei parlare, anche se correttamente Giudice riconosce che “certo in Kautsky c’erano dei limiti che erano imputabili alla sua formazione positivista, ma anche in Marx non c’è forse il limite del determinismo storico derivante dalla sua formazione hegeliana?

            Ed è proprio di questi limiti dell’uno e dell’altro che vorrei argomentare.

            Marx ebbe a dire di sé “tutto quel che so è di non essere marxista” (Alles, was ich weiss, ist, dass ich kein Marxist bin). Con questa affermazione Marx intendeva dire che non si riconosceva in quel sistema chiuso, il cui nome peraltro era stato inventato nei rapporti segreti della polizia, denominato “marxismo”. La ricerca filologica distingue tra un pensiero “marxiano” ed un sistema “marxista”; la differenza, il discrimine  passa attraverso la connotazione  di “cantiere aperto”   caratterizzante il pensiero marxiano opposta alla connotazione di “edificio ultimato” caratterizzante il sistema “marxista” (Diego Fusaro, Bentornato Marx, Bompiani 2009 pag . 30).

            Gli scritti di Marx non presentano un sistema ultimato, ma presentano il laboratorio del pensiero marxiano mentre Marx sta pensando e Marx ragiona per approssimazioni e la dialettica del suo pensiero ripercorre certo la dialettica hegeliana criticando, negando e negando la negazione. Procede per approssimazioni successive, ponendo delle premesse che pervengono a conclusioni che successivamente vengono rivoltate quando le premesse vengono rimosse.

            Tipico è il ragionamento sulla caduta tendenziale del saggio di profitto; dapprima osserva che a parità di saggio del plusvalore, all’aumentare della componente capitale fisso, il saggio del profitto decresce. Ne consegue allora la tendenzialità della caduta del saggio di profitto che viene tradotta in legge di prima approssimazione.

            E’ qui che l’hegelismo di Marx, prende il sopravvento sul suo galileismo. Marx vede in questo andamento la classica negazione hegeliana; il processo capitalista nel suo sviluppo inevitabilmente tenda a negare sé stesso; i suoi meccanismi inevitabili portano inevitabilmente alla autodistruzione del processo; alla tesi della produzione del profitto si oppone l’antitesi della diversa composizione organica del capitale e la sintesi è la caduta tendenziale del saggio di profitto.

            Ancora, il capitale oltre a porsi come valore che si riproduce e si perpetua, si pone anche come valore che, attraverso l’assorbimento in sé del tempo di lavoro vivo che ha alienato al lavoratore, crea nuovo valore. Ma in questo processo di valore che crea valore, il capitale si pone anche come negazione di sé stesso, cioè come azzeratore della sua fertilità (misurata dal saggio di profitto) e quindi come affossatore del suo ruolo sociale.

            E’ da questa proiezione della dialettica hegeliana che i suoi critici prendono spunto, irridendo ad una previsione che ogni giorno il capitale smentisce, riuscendo dopo più di cento anni, e nonostante acciacchi anche gravi, a sopravvivere con rinnovata vitalità.

            Più avanti però, Marx rimuove l’assunto che aveva posto, ovvero l’assunto dell’”a parità di saggio del plusvalore”, come spesso usa metodologicamente fare, Marx procede per approssimazioni successive; dall’esposizione della legge in quanto tale passa all’esame delle “cause contrastanti” tali fenomeno, e prima di tali cause contrastanti è “l’aumento del grado di sfruttamento del lavoro”.

            E’ facilmente intuibile che l’introduzione di nuovo capitale fisso può portare a produrre le stesse quantità precedenti con minor richiesta di capitale variabile, oppure può portare a produrre maggiori quantità a parità di capitale variabile applicato. Nel primo caso si genera lo stesso plusvalore con minor capitale variabile, nel secondo caso si genera più plusvalore con la stessa quantità di capitale variabile. In entrambi i casi c’è un aumento del capitale fisso nella composizione organica del capitale e c’è aumento del saggio del plusvalore. In termini di saggio di profitto ci sarà aumento dello stesso solo se l’effetto dell’aumento del saggio di plusvalore sul saggio di profitto supera l’effetto della diminuzione del saggio di profitto dovuta alla variazione della composizione organica del capitale.

            La conclusione di Marx è che “nessun capitalista adotta volontariamente un nuovo metodo di produzione, per quanto sia più produttivo o per quanto possa aumentare il saggio di plusvalore, quando esso riduce il tasso di profitto”. Ne discende che il capitalista aumenta il capitale fisso, solo nella misura in cui questo aumento di capitale fisso genera un aumento di produttività del lavoro in grado di compensare più che proporzionalmente l’effetto negativo della composizione organica del capitale sul saggio di profitto.

            Ecco che allora si spiega che la tendenziale caduta del saggio di profitto, irrisa dagli economisti borghesi, viene alla fine negata dal Marx stesso quando conclude che il capitale fisso aumenta solo se aumenta il saggio di profitto, cercando altri sbocchi in altri casi.

            Il punto che vogliamo sottolineare è che marxiano non è affatto sinonimo di marxismo: “critica, incompiutezza, apertura, asistematicità, proteiformità sono le componenti fondamentali del pensiero di Marx; dogmatismo, sistematicità, onnicomprensività esplicativa sono invece i cardini del marxismo.”(Diego Fusaro, ibidem pag 38)

            E i padri del “marxismo” vanno ricercati in Engels e in Kautsky con la benedizione finale di Lenin.

            “In particolare, come ha sottolineato Maximilien Rubel, il marxismo venne fondato, ossia istituzionalizzato in una visione del mondo (Weltanshauung) onnicomprensiva e dogmatica, nel ventennio compreso tra il 1875 e il 1895, anno della morte di Engels, e della conseguente apertura del primo, grande dibattito fra marxisti sulla identità politica e teorica del marxismo stesso” (D.Fusaro ibidem pag. 35)

            Fu Engels il vero autore, ed in ciò aiutato da Kautsky, del libretto d’opera del marxismo, ossia di quella formazione ideologica trasformata in sistema dottrinario in sé compiuto. “Il Capitale” diviene la “Bibbia della classe operaia”, Kautsky  viene etichettato come il “papa rosso” e le dispute con Eduard Bernstein su quale fosse il marxismo ortodosso, portano alle espulsioni degli eretici secondo un modus operandi che culminerà nello stalinismo.

            Con queste riflessioni voglio dare solo un piccolo contributo all’eccellente pezzo di Giuseppe Giudice, per aiutare i socialisti che non hanno abbandonato gli ideali socialisti a ragionare senza pregiudizi e chiusure. Da parte mie ho già riconosciuto un errore la scissione del ’21; ritengo che Gramsci avrebbe potuto preferire l’allenaza con Serrati (che peraltro accettava i famosi 21 ounti) a quella con Bordiga; che fu un errore non seguire Amendola quando negli anni ’50 pensava ad un unico partito socialista; fu un errore a non seguire Macaluso quando proponeva la stessa cosa.

            Ora siamo ridotti ad una corrente minoritaria in un partito dalle dimensioni quantistiche, siamo impotenti di fronte alla dilagante incultura ed al fascismo avanzante. L’unica consolazione è la libertà del nostro pensiero.

 

Renato Gatti


 
 
 
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