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Rivista di approfondimento culturale e politico dell'Associazione SocialismoeSinistra
 

 

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Festa d'Aprile

Post n°146 pubblicato il 24 Aprile 2009 da socialismoesinistra



La ricorrenza del 25 Aprile, negli ultimi anni, ha suscitato vivaci dibattiti riguardo al suo essere festa veramente condivisa e sentita da tutto il popolo. Essa è stata anche l’occasione per discussioni sul carattere popolare o elitario della Resistenza, sul peso effettivo del contributo militare delle formazioni partigiane alla sconfitta del nazismo. Vi è stato anche chi ha tentato un’equiparazione tra i caduti partigiani con quelli fascisti. Ebbene, se il rispetto per i morti è uguale per tutti i caduti, non si può mettere sullo stesso piano chi fu spinto a combattere per riconquistare la libertà e chi, invece, per un malinteso senso di fedeltà all’occupante tedesco o per semplice opportunismo, si arruolò nelle brigate nere.
Il ricordo va non solo ai partigiani combattenti, ma anche ai reparti dell’esercito che si fecero annientare pur di non arrendersi ai tedeschi, ai seicentomila soldati internati in Germania che rifiutarono di arruolarsi nell’esercito della repubblica di Mussolini, alle popolazioni civili massacrate per rappresaglia.
In questo estremo lembo d’Italia tra la Francia e il Mar Ligure le montagne, percorse dalle antiche vie dei commerci dell’olio e del sale, parlano ancor oggi di guerra partigiana.
In diverse località lapidi e cippi raccontano di massacri di civili inermi, di esecuzioni sommarie di partigiani. Ancor oggi c’è chi paga con depressioni ricorrenti ed annichilenti il dolore insostenibile di aver visto, da bambino, il proprio padre trucidato davanti ai propri occhi.
Il pericolo maggiore per i gruppi partigiani era rappresentato dai rastrellamenti. Tedeschi e repubblichini formavano colonne motorizzate che risalivano i due lati della zona montagnosa in cui veniva individuato un gruppo partigiano. Al segnale convenuto, le truppe scendevano dai camion e cominciavano a risalire i fianchi dell’altura, stringendo progressivamente il cerchio per chiudere ogni via di fuga ai “ribelli”. L’abilità del comandante partigiano stava nel rompere l’accerchiamento e nello sganciarsi, salvando il numero più alto di uomini.
Il loro nemico più temuto erano le Waffen SS, i reparti combattenti delle SS. Li chiamavano “i signori della guerra”. In occasione delle imboscate ai convogli tedeschi, erano le uniche truppe che riuscivano a rispondere al fuoco mentre saltavano giù dai camion.
Le formazioni dislocate sul territorio rispecchiavano la composizione politica della Resistenza: nell’entroterra di Imperia e San Remo c’erano due divisioni “Garibaldi” (PCI) la “Bonfante” e la “Cascione”; oltre il colle di Nava, in Piemonte, era acquartierata una divisione “autonoma”, fedele al re, praticamente un reparto del regio esercito che continuava a osservare le regole della vita militare; più a nord, sui monti attorno a Cuneo, erano dislocate le brigate liberalsocialiste di “Giustizia e Libertà”; tra le colline delle Langhe, invece, erano presenti un po’ tutte le formazioni.
Esse copiavano i nomi dai grandi reparti militari (divisione, brigata), ma in realtà erano composte da poche decine di uomini, malvestiti ed armati alla meno peggio. La popolazione le chiamava bande, individuate dal nome di battaglia del comandante, ad esempio la banda di “Stalin” o di “Vittò”..
La composizione sociale era la più varia: quadri politici, intellettuali, professionisti, militari sbandati dopo l’otto settembre.
L'imperiese Felice Cascione, l’autore di “Fischia il vento”, l’inno della Resistenza, era medico: morì per consentire ai suoi uomini di mettersi in salvo. Italo Calvino combattè sopra San Remo e ci ha lasciato testimonianza di quei giorni ne “Il sentiero dei nidi di ragno”. Beppe Fenoglio ricorda senza retorica la sua Resistenza nelle Langhe ne “Il partigiano Johnny”. Tra i giellisti del Cuneese combattevano il magistrato Dante Livio Bianco ed il giornalista Giorgio Bocca. C’erano anche soldati che si erano rifugiati in montagna per non arruolarsi nell’esercito di Salò: tra di essi molti erano meridionali. Ed anche da questo punto di vista, si può dire che avesse ragione Sandro Pertini quando affermava che la Resistenza rappresentava il Secondo Risorgimento nella nostra storia nazionale.
Le ultime notizie danno per certa la decisione di Silvio Berlusconi di abbandonare l'atteggiamento di rifiuto polemico e vittimistico manifestato in precedenza e di partecipare, per la prima volta, alle celebrazioni del 25 aprile. Il fatto ha un valore simbolico importante: significa che la festa della Liberazione non è più la festa di una parte sola, la sinistra, come era accaduto negli ultimi anni, ma diventa finalmente patrimonio di tutto lo schieramento politico.
Sono varie le ragioni che hanno determinato il distacco di una parte del Paese da uno degli avvenimenti fondanti della Repubblica. Innanzitutto, la guerra di liberazione dai tedeschi si intrecciò con una feroce guerra civile tra italiani, con un lungo strascico di odio e risentimento. Inoltre il PCI, che aveva dato il numero più alto di combattenti alla lotta armata, nel dopoguerra divulgò una lettura della Resistenza come fenomeno quasi esclusivamente comunista, provocando l’istintiva repulsione dei moderati. Con la caduta del sistema dei partiti della Prima Repubblica, gli eredi del PCI si sono accreditati come ultimi custodi della Resistenza, stavolta al fine di delegittimare Berlusconi ed il nuovo schieramento di centro-destra. Gli ultimi residui di una sinistra intollerante hanno poi dissuaso fisicamente i militanti del centro-destra dal partecipare alle cerimonie rievocative che si svolgevano nelle piazze delle città italiane.
Evidentemente costoro non hanno imparato le lezioni della storia. Sessant’anni non sono passati invano. Il “vento del Nord”, come diceva Nenni, il vento della libertà di quel 1945, alla fine è penetrato in tutti gli angoli della società italiana, anche quelli più nascosti. Il lungo viaggio attraverso la democrazia del presidente della Camera, Gianfranco Fini, sta lì a testimoniarlo.
Ora il cerchio si chiude: la festa del 25 Aprile sta finalmente per assumere quel carattere di festa di tutto il popolo, di evento fondativo di una comunità nazionale che era nelle intenzioni dei Padri della Repubblica.


Nicolino Corrado
Esecutivo della Federazione di Imperia del Partito Socialista

 
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