Creato da: sagredo58 il 03/01/2011
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Messaggi di Febbraio 2018

 

Monogamia – 1, Riduzione dello Sforzo Energetico del Maschio

Post n°8554 pubblicato il 28 Febbraio 2018 da sagredo58
 

 

Come spende energia il maschio che ha a che fare con una o più femmine e la conseguente prole?

Essenzialmente per due concomitanti cause:

  • l'appropriazione della femmina, ovvero la lotta del maschio con altri maschi, inevitabile espressione della concorrenza per l'accoppiamento con una femmina;
  • l'approvvigionamento della femmina e della prole, ovvero la cura e fornitura di cibo.

 

Per inciso l'effetto evolutivo della competizione fra maschi per le femmine è rappresentata dal dimorfismo sessuale (quanto i maschi differiscono dalle femmine, ad esempio per dimensione):

  • quanto più intensa è la competizione con gli altri maschi,
  • tanto più accentuato è il dimorfismo sessuale prodotto per la competizione.

 

Evidentemente una sola femmina permette di:

  • ridurre l'energia spesa per l'appropriazione, permettendo di reindirizzarla verso l'approvvigionamento;
  • limitare l'energia spesa per approvvigionamento, che richiede molta più fatica all'aumentare delle femmine e relativa prole.

 

IPOTESI 1

Da un punto di vista evolutivo della specie, la monogamia potrebbe essersi affermata per ridurre lo sforzo energetico del maschio.

 

Sembrerebbe una buona spiegazione ma emerge per il maschio monogamo un "dilemma sociale":

  • un maschio monogamo, spostando il proprio sforzo energetico dalla "appropriazione" all' "approvvigionamento", facendosi approvvigionatore;
  • darebbe un vantaggio, ai maschi non monogami, rimasti appropriatori, per cui la promiscuità rimarrebbe conveniente.

 

Questo vantaggio per i maschi poligami ed appropriatori potrebbe essere attenuato dall'aumento della dislocazione delle femmine sul territorio, cosa che porta all'ipotesi 2.

 

 
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Monogamia – Perché?

Post n°8553 pubblicato il 28 Febbraio 2018 da sagredo58
 

 

Gli scienziati non concordano tra loro:

  • né su quando l'Uomo sarebbe diventato monogamo,
  • né sul perché.

 

L'argomento è dibattuto circa mezzo secolo, cosa che ha prodotto molteplici ipotesi, le elenco non nell'ordine di verosimiglianza ma in quello che mi è suggerito dalle interferenze rilevabili tra una ipotesi e l'altra:

1.     riduzione dello sforzo energetico del maschio (che fatica acchiappà!);

2.     dislocamento delle femmine sul territorio (me sta' sempre a fa' core!);

3.     garanzia d'approvvigionamento per la femmina (quanto me costa!);

4.     rischio d'infanticidio da parte dei maschi (puro er pupo me devo sopportà!);

5.     coinvolgimento dei maschi nelle cure parentali (puro er padre me tocca fa'!);

6.     figli energeticamente costosi (quanno cazzo se mette a lavorà er pupo?);

7.     contenimento delle malattie sessuali (ha da esse pura!).

8.     sorveglianza del maschio sulla femmina (l'omo è omo e deve omà!);

 

Tutte le spiegazioni proposte per la transizione dell'Uomo da un periodo in cui vigeva la promiscuità a una società basata sul legame di coppia incontrano diverse difficoltà.

 

Analizzate le 8 ipotesi che hanno portato alla monogamia, si scoprirà che c'è qualcosa che le attraversa ed accomuna, un fatto positivo che non si mancherà di evidenziare.

 

 
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Monogamia – Vantaggio Evolutivo

Post n°8552 pubblicato il 28 Febbraio 2018 da sagredo58
 

 

Che cosa ha favorito l'emergere di questa convenienza della coppia, di questa evidentemente vantaggiosa caratteristica monogama per cui l'Uomo rappresenta una rarità tra i mammiferi?

 

La monogamia è per questo qualcosa di peculiarmente umano?

 

Se l'evoluzione è dunque un fatto, se si ritiene che gli organismi viventi siano stati sottoposti a un'opera di selezione da parte dell'ambiente, che ha favorito le forme più adatte alla sopravvivenza e alla riproduzione, è lecito pensare che non sia sempre stato così, che a un certo momento della storia evolutiva del genere Homo, lungo tutto l'arco di tempo in cui ha dilagato nel mondo, la monogamia si sia dimostrata più vantaggiosa rispetto alla poligamia o alla promiscuità.

 

Vantaggio indotto dalla monogamia che si è consolidato nel tempo, arrivando fino ad oggi:

  • stabilizzandosi già nelle società preistoriche dell'Homo Sapiens;
  • giocando un ruolo cruciale per l'affermazione dell'Homo Sapiens sul pianeta;
  • formando, con la costituzione della coppia, la base della fitta e densa rete sociale nella quale tutt'ora l'Uomo vive.

 

Conseguentemente mi chiedo:

In che modo la coppia monogama offre vantaggi rispetto alla poligamia, che interessa più partner, o addirittura alla promiscuità che il concetto di partner addirittura lo nega?

 

 
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Monogamia – Quando?

Post n°8551 pubblicato il 27 Febbraio 2018 da sagredo58
 

 

Negli ultimi 5.500 anni, dal passaggio dalla preistoria alla storia, sancito dall'invenzione della scrittura nel 3.500 a. C. ad oggi, per l'Uomo è normale, nel senso meramente statistico di molto diffuso sia chiaro, la monogamia sociale.

Intendendo quella condizione in cui un maschio e una femmina formano una coppia caratterizzata dall'essere, almeno negli intenti:

  • stabile e duratura, al minimo fino al termine dell'educazione della prole;
  • votata a prendersi cura della prole, con il contributo di entrambi i genitori;
  • sessualmente esclusiva, quindi monogamia sessuale oltre che sociale;

ciò nonostante i limiti dell'Uomo che portano:

  • con tradimenti e separazioni,
  • senza tralasciare il vasto mondo sommerso delle coppie bianche (sessualmente inattive),

ad infrangere l'auspicio di stabilità e durata.

 

Eppure la monogamia non è particolarmente comune nell'insieme dei mammiferi a cui l'Uomo appartiene:

  • monogami nel 10% dei casi, tra i soli primati è di poco superiore, 15%;
  • contrariamente ad altre classi di vertebrati, quali gli uccelli, monogami nel 90% dei casi.

Cosa che induce a credere che l'Uomo sia stato inizialmente poligamo, come la maggioranza dei mammiferi, per poi, a causa della pressione della selezione maturale, effettuare il passaggio dalla promiscuità alla monogamia.

 

Forse perché la gestazione e l'allattamento ad opera esclusivamente femminile permettono ai padri di "allontanarsi dalla famiglia", senza dover prestare cure parentali, praticando la poligamia al fine di incrementare le proprie opportunità riproduttive.

 

Secondo l'antropologo C. Owen Lovejoy, la monogamia si sarebbe affermata 5 milioni di anni fa, molto prima della nascita dell'Homo Sapiens, quando gli ominidi, adottarono strategie di vita che gli avrebbero permesso un salto evolutivo rispetto alle grandi scimmie:

  • il trasporto del cibo con le mani grazie alla postura bipede;
  • l'occultamento dell'ovulazione femminile;
  • la formazione di legami di coppia.

 

Di certezza non ve n'è nessuna, molti altri paleoantropologi formulano differenti ipotesi:

  • le teorie prodotte sono molte;
  • nessuna per la verità convince fino in fondo ed è universalmente accettata.

 

 
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Monogamia – Nulla di ineluttabile, tutto è frutto di circostanze

Post n°8550 pubblicato il 27 Febbraio 2018 da sagredo58
 

 

Un mio amico paleoantropologo, Giorgio Manzi, di cui invito a leggere il bel libro L'evoluzione umana (2007), ed il recente Ultime notizie sull'evoluzione umana (2017), nota che in questa storia dell'homo Sapiens, dell'Uomo di oggi:

 

[...] non c'è stato nulla di ineluttabile [...].

Essa piuttosto è il frutto di circostanze. [...]

Anche l'evoluzione umana, come quella di ogni altro essere vivente su questa Terra, è una storia naturale: lunga e complessa. [...]

[...] ogni volta che scopriamo un rametto nuovo o un'intera nuova diramazione, capiamo meglio che il percorso degli eventi avrebbe ben potuto prendere un'altra piega [...].

La comparsa sulla Terra di esseri viventi che possano dirsi umani è innanzi tutto un argomento di biologia evoluzionistica basato su dati paleontologici.

Va intesa cioè come un processo di tipo storico-evolutivo. È opportuno chiarire subito che, contrariamente a quanto qualcuno possa pensare, l'evoluzione biologica non è da considerarsi una teoria, ma piuttosto un fatto.

Le evidenze a riguardo si sono accumulate da almeno un paio di secoli, dopo l'epoca cioè in cui Linneo iniziò a mettere ordine [...].

Le conoscenze acquisite sono oggi tali da non poter essere nascoste o messe in discussione, se non in base ad atteggiamenti preconcetti tutt'altro che razionali e, tanto meno, scientifici.

Se l'evoluzione è dunque un fatto, l'aspetto più propriamente teorico (oggetto permanente del dibattito scientifico) risiede invece nelle ipotesi di lavoro e nei modelli che usiamo per interpretarla.

A questo riguardo, dal 1858 - data di presentazione congiunta dei manoscritti di Charles Darwin e Alfred Wallace - la biologia evoluzionistica si basa sulla nozione di selezione naturale [...].

Da Darwin in poi si ritiene che gli organismi viventi siano stati sottoposti (e lo siano tuttora) a un'opera di selezione da parte dell'ambiente, che ha favorito le forme più adatte alla sopravvivenza e alla riproduzione, modificando nel tempo la composizione (genetica) delle popolazione, dunque, consentendo l'evoluzione delle specie.

In questo lungo processo evolutivo, due milioni e mezzo di anni fa il genere Homo si è separato da comuni progenitori [...].

E' per questo che qualsiasi sistema di organi sia studiato, quando si comparino le loro modificazioni nella serie delle scimmie, si arriva ad una sola con­clusione: che le differenze strutturali che separano l'Uomo dal Gorilla e lo Scimpanzé (con i quali condividiamo il 97% del DNA) non sono così grandi come quelle che separano il Gorilla dalle scimmie inferiori (Gibboni, Siamaghi, ecc).

[...] visione stereoscopica e pollice opponibile, insieme a molte altre, sono [le caratteristiche] che più particolarmente ci fanno partecipi del mondo dei primati.

Derivano da una storia comune che possiamo mettere in relazione a un'originaria dieta insettivora, combinata con l'abitudine a vivere in un contesto forestale e a varie forme di locomozione arboricola.

 

 
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Monogamia – Paleoantropologia

Post n°8549 pubblicato il 26 Febbraio 2018 da sagredo58
 

 

La paleoantropologia è una branca dell'antropologia nata dallo studio dei resti fossili delle diverse specie del genere Homo ormai estinte.

L'evoluzione di queste specie è messa in relazione con:

  • il clima ed i sommovimenti geologici,
  • la flora e la fauna,
  • la cultura materiale,
  • le credenze magico-religiose,

attinenti alle epoche in cui hanno vissuto queste scomparse popolazioni.

 

I paleoantropologi riassumono efficacemente gli ultimi milioni di anni di storia dell'Uomo evidenziandone le seguenti principali tappe:

  • l'origine africana della famiglia zoologica Hominidae, degli ominidi, formatasi circa 15-20 milioni di anni fa;
  • da cui, sempre rimanendo in Africa, si separa il genere dei primati, circa 5 milioni di anni fa, caratterizzati da 5 dita per zampa, con un pollice opponibile e unghie corte, utili a garantire una salda presa su rami e cibo;
  • poi la comparsa di primati bipedi nell'habitat semiforestale africano ed il loro successivo adattamento agli ambienti più aperti delle savane dell'Africa orientale e meridionale;
  • infine la comparsa, tra i primati bipedi, del genere Homo, circa 2,5 milioni di anni fa, che comincia ad assumere preferibilmente la postura eretta per camminare con i soli arti posteriori, tenendo la testa in posizione quasi verticale
  • la successiva proliferazione di numerose specie del genere Homo, a partire da Homo Abilis, capace di costruire i rudimentali utensili di selce che si sono ritrovati, e il progressivo aumento in dimensioni e facoltà del suo cervello;
  • finalmente la diffusione extra africana del genere Homo, in Europa ed Asia, avvenuta nel Paleolitico inferiore, che copre un arco temporale di circa 2,5 milioni di anni, terminando circa 120 000 anni fa;
  • la nascita di Homo sapiens, come specie del genere Homo, probabilmente circa 200.000 anni fa, per molto tempo convissuta con altre specie, l'Homo Neanderthalensis in Europa, l'Homo Florensiensis in Asia, che comincia a provvedere alla conservazione di parte delle provviste raccolte;
  • il dilagamento dell'Homo Sapiens in tutto il mondo, a partire da 50.000 anni fa, Americhe ed Australia incluse, e la sua definitiva affermazione;
  • la sopravvivenza di un'unica specie del genere Homo, l'Homo Sapiens, negli ultimi 30.000 anni.

 

Tutti sanno che l'Homo Sapiens coincide con l'Uomo di oggi, ovvero con tutti noi.

 

 
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Monogamia – Antropologia

Post n°8548 pubblicato il 26 Febbraio 2018 da sagredo58
 

 

Quali scienze possono spiegare come, nel corso dell'evoluzione umana, si è arrivati alla costituzione di un legame di coppia fisso tra i due sessi della stessa specie?

Essenzialmente due:

  • l'antropologia;
  • una sua branca, la paleoantropologia.

 

Prima di proseguire sarà il caso di chiarire di cosa trattino antropologia e paleoantropologia.

 

La più bella definizione di antropologia che conosco è del filosofo francese, Marc Augé, colui che inventa il neologismo "nonluogo" per indicare i luoghi che non evidenziano caratteristiche identitarie, in termini culturali, relazionali e storici.

Scrive Augé:

 

L'antropologo parla di quel che ha sotto gli occhi:

  • città e campagne,
  • colonizzatori e colonizzati,
  • ricchi e poveri,
  • indigeni e immigrati,
  • uomini e donne;

e parla, ancor più, di tutto ciò che li unisce e li contrappone, di tutto ciò che li collega e degli effetti indotti da questi modi di relazione.

 

In termini più didascalici ed accademici l'antropologia è la scienza che studia i comportamenti dell'essere umano all'interno di una società prendendo in considerazione molteplici punti di vista ripartiti in due aree principali:

Antropologia biologica

  • l'evoluzione.
  • le caratteristiche fisiche e morfologiche degli esseri umani,
  • la genetica delle popolazioni,
  • le basi biologiche dei comportamenti della specie umana

 

Antropologia culturale

  • gli aspetti socio-culturali,
  • le relazioni sociali e gli schemi di parentela,
  • i comportamenti, usi e costumi, arti ed espressioni,
  • le leggi, le ideologie, le religioni e credenze,
  • gli schemi di comportamento,
  • i modi di produzione e consumo o scambio dei beni,
  • i meccanismi percettivi,
  • le relazioni di potere.

 

 
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Monogamia

Post n°8547 pubblicato il 26 Febbraio 2018 da sagredo58
 

 

Appartengo alla categoria degli uomini da una vita, nel senso più letterale del termine.

Ho sempre sentito condannare il comportamento promiscuo maschile, sinteticamente espresso dalle donne con l'affermazione "gli uomini sono tutti porci".

Non posso negare che detto comportamento sia effettivamente molto diffuso nella categoria.

 

Personalmente mi sono astenuto dalla promiscuità, pur sentendomi ideologicamente promiscuo, sono sempre stato pragmaticamente monogamo, poliedricamente monogamo, nel senso seriale (non compulsivo) di una donna alla volta, non di una donna per tutta la vita:

  • non certo per senso etico di rispetto della coppia;
  • quanto per la fatica conseguente al moltiplicarsi delle attenzioni richieste nel pluralismo delle relazioni.

 

Gli altri uomini li ho percepiti dividersi in due classi nettamente distinte:

  • quelli che promuovono la loro promiscuità a profonda ed innata essenza mascolina, espressa dallo slogan "l'omo è omo e deve omà!", a loro avviso espressione dell'istinto più primordiale per cui l'uomo rimane animale (porco quindi in convergenza con quanto affermato dalla controparte), mediando (spesso assai male direi) tra esigenze culturali, sociali e di coppia, cercando di diffondere il proprio patrimonio genetico il più possibile, mentre la donna cerca senza sosta il partner migliore con cui procreare, andando per successivi tentativi monogami;
  • quelli che esprimono idolatria per il sentimento amore, testimoniata da espressioni, per me del tutto prive di senso, quali: "amore eterno", "finché morte non ci separi", "colpo di fulmine", "anima gemella", "altra metà della mela", così prendendo le distanze dal sentirsi animale ed ideologizzando la monogamia, promuovendola a valore assoluto.

 

Passando dall'uomo all'Uomo, inteso come specie, quindi insieme di uomini e donne, ho sempre pensato che:

  • ciò che spinge l'Uomo ad essere monogamo, che crea la coppia per tenere alla larga chiunque minacci d'intromettersi nella dualità, è solo mero opportunismo;
  • dietro al culto della monogamia, più che la religione e le sue illusorie promesse, o comunque la morale, c'è lo spirito di sopravvivenza, nel senso più letterale ed animale del termine.

 

C'è una scienza che studia lo spirito di sopravvivenza dell'Uomo che possa validare la mia intuizione?

 

 
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Apologia dell’Ateismo – Morale

Post n°8546 pubblicato il 25 Febbraio 2018 da sagredo58
 

 

No, anche se ottimista, Rensi non si è scordato la Chiesa!

 

Nel suo libro Rensi celebra l'estetica e l'etica dell'ateismo, libere e sciolte da ogni ingerenza della Chiesa, che le riveste falsamente di immaginarie pretese soprannaturali.

Per Rensi:

  • l'estetica della credenza religiosa, per Rensi, è oleografica, cioè stereotipata, monotona, banale, stucchevole, senza forza espressiva e originalità, cosa che inevitabilmente mi fa pensare alle innumerevoli rappresentazioni di Cristo col cuore fiammeggiante;

  • l'etica della credenza religiosa, basata su premi e castighi ultraterreni, è inefficace.

 

Conseguentemente seguire simili operazioni artistiche, impossibile parlare d'opere d'arte, e precetti di vita può solo rendere sempre più schiavi degli uomini di chiesa, dunque meno liberi e al contempo più irresponsabili.

 

Se Kant, il modello filosofico cui Rensi rimanda, nella sua seconda critica, la Critica della ragion pratica (1788), postula (non dimostra) l'esistenza di Dio per rendere possibile la morale, Rensi smonta la pretesa della Chiesa che la morale necessiti di un Dio, questo costituisce la vera apologia dell'ateismo!

 

Scrive Rensi:

L'ateismo è la sola religione che bandisca completamente ogni egoismo,

e, naturalmente, non abbia bisogno, a tal uopo, d'alcun immoralismo.

 

Esso costruisce la realtà ultima con la totale eliminazione di tutti gli interessi e bisogni dell'io,

col sacrificio completo del proprio "caro io".

 

A me, cui Dio appare solo una delirante costruzione mentale dell'uomo ignorante, all'inizio della sua evoluzione, come specie o come individuo, la conclusione di Rensi m'appaga:

 

L'inesistenza di Dio è dunque un ovvio principio di logica elementare;

una questione di semplice logica.

 

Chi la impugna è fuori della logica,

fuori della ragione, fuori della sanità mentale.

 

 

 
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Apologia dell’Ateismo – Bontà di Dio?

Post n°8545 pubblicato il 25 Febbraio 2018 da sagredo58
 

 

Volendo sintetizzare come Rensi demolisce la bontà di Dio, si può scrivere:

Dio non è buono,

perché se è infinito dev'essere anche cattivo,

altrimenti sarebbe un sottoinsieme dell'essere;

 

se invece Dio fosse solo buono,

sarebbe un essere limitato,

dunque non-Dio.

 

Scrive Rensi:

Dio, insomma, è non solo il non-Essere, ma l'assurdo.

E appunto perché tale, nessuna forza può riuscire durabilmente a imporlo;

 

ché la forza può servire solo a imporre una di diverse opinioni e soluzioni,

che stanno tutte entro la sfera della ragione (e a ciò, se è saggia, la forza si limita);

 

ma non può riuscire a imporre (come cerca di fare quando diventa cieca e pazza)

un'opinione o soluzione che dalla sfera della ragione sta totalmente fuori.

 

La conclusione di Rensi è inequivocabile, la faccio mia al 100%:

Per pensare che Dio sia - vale a dire per pensare che esista ciò il cui concetto contraddice se stesso - bisogna essere pazzi.

 

Se trovo Rensi molto condivisibile, lo ritengo innaturalmente ottimista, soprattutto quando dice:

"nessuna forza può riuscire durabilmente a imporre Dio".

 

Si è per caso concentrato troppo su Dio, scordandosi la Chiesa?

 

 
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