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Dionisio Sparacio -“E questa terra di tante bellezze, una cultura da vivere”

 

 

Sicilia, terra mia di Roberta Giordano

Post n°73 pubblicato il 08 Aprile 2018 da soleggiataterra
 
Tag: sicilia, Tu

Tu, Sicilia, sei la mia terra.
Amata e odiata come nei più intensi intrecci, venerata ed esorcizzata nelle tue contraddizioni.
Regali i raggi della luminosa stella, il Sole, in tutte le stagioni che scandiscono il tempo.
Doni profumi di cibo e colori di vivaci parole lì dove riecheggia l’antico splendore che ha fatto storia.
E come sottomessi all’inesorabile destino, i tuoi luoghi urlano nel silenzio, bramano rivalsa e resurrezione.

Tu, Sicilia, sei la mia terra.
Vissuta e abbandonata da chi, con la valigia in mano e una lacrima sul volto va via, lontano.
Pianta e sofferta da chi resta e da chi fugge speranzoso, ma con la morte nel cuore.
Cara ai tuoi figli, tu non li culli come premurosa madre: ma li tradisci …
bruciando i sogni di chi ti ama e vorrebbe realizzarsi nella sua Isola natia.
E isole, davvero, rendi le tue genti, forzandole a un futuro non sempre scelto.

Tu, Sicilia, sei la mia terra.
Rinnova il tuo antico splendore; ribellati a chi non ti vuole diversa, migliore.
Contorciti, non piegarti all’umiliante volontà di renderti acre e arido suolo.
Ricorda il sangue ingiustamente versato; le silenziose stragi della disonorata mafia.
Non dimenticare i giusti eroi a cui hai dato i natali e stravolgi gli ostili pareri di chi ignora le tue grazie.

Tu , Sicilia, sei la mia terra.
Di te porto nel cuore i paesaggi, le ciclopiche passioni e i sospirati sogni umani.
Mi è dolce compagna la speranza; la speranza tu possa inebriarci del sale delle tue acque,
dell’aria che soffia tra le nobili rovine, del fuoco che abita il tuo popolo.

Regalami l’incantevole miraggio ancora e ancora una volta:
che un giorno, non debba anch’io lasciarti per trovare riparo e fortuna altrove
come chi amo e con una valigia in mano e una lacrima sul volto, è andato via, via lontano.


 
 
 

Ed è subito sera di Salvatore Quasimodo

Post n°72 pubblicato il 10 Febbraio 2018 da soleggiataterra
 
Tag: esprime

                     Ognuno sta solo sul cuor della terra

                                                    trafitto da un raggio di sole:

                                                                                          ed è subito sera.

Solo,  Quasimodo sottolinea la condizione di solitudine esistenziale dell’uomo chiuso

in una situazione di tragica incomunicabilità. Ogni uomo (ognuno) non riesce a

comunicare veramente con nessuno e quindi è tragicamente estraneo in questo

mondo di cui stupidamente ritiene di essere il centro (cuor della terra – metafora).

Raggio di sole,  il raggio di sole rappresenta la vita, la speranza e l’illusione di

felicità; illusione dolorosa (trafitto) perché la breve felicità dell’uomo è fulminea,

destinata a scomparire in brevissimo tempo per il succederle immediato della

“sera” (ed è subito sera).

Il poeta allude alla precarietà della vita umana, oscillante tra dolore (implicito nel

termine “trafitto”) e speranza di felicità (implicito nel termine “raggio di sole”).


Sera, con le sue tenebre fa ripiombare l’uomo nell’angoscia e nella morte. La sera

rappresenta quindi la morte che appare fulminea e contrappone il suo buio alla luce

solare della speranza.



 
 
 

Sa ‘oghe ‘e su mare di Vanna Sanciu

Post n°71 pubblicato il 21 Ottobre 2017 da soleggiataterra
 

Incantu de sa ‘oghe ‘e su mare: mi ponet alas lizeras de cau, m’acudint sonos de

tempus passadu in sos fundales  brivos de làcanas.

Sas undas bàntzigant sos pensamentos, s’isvelat lenu lenu su  misteru cun cantos de

antigas criaduras, sunt fizas betzas de su soberanu e mamas de làstima infinida, già

tribuladas dae temporadas, feridas grujadas dae su sole .


Sos bentos narant contos de antigos, incantant fizos pèrdidos in s’abba chirchende

lòrigas in cuss’aera.

 

Incanto della voce del mare, mi mette le ali leggere di un gabbiano, mi arrivano i

suoni di un tempo passato nei fondali senza confini; le onde cullano i miei pensieri,

svelano lentamente il mistero con canti di creature antiche, figlie vecchie

dell’Infinito e madri  di immensa compassione, tribolate dalle tempeste della vita,

ferite cicatrizzate dal sole.

 

I venti narrano antichi racconti che incantano i suoi figli persi nell’acqua, cercando

orizzonti in quel cielo. 

 
 
 

Magico racconto di Giuseppe Tomasi

Post n°70 pubblicato il 05 Marzo 2017 da soleggiataterra
 

“…Il volto liscio di una sedicenne emergeva dal mare…

Quell’adolescente sorrideva, una

leggera piega scostava le labbra pallide e lasciava intravedere i

dentici aguzzi e bianchi, come quelli dei cani.

Non era però uno di quei sorrisi come se ne vedono fra voialtri…

esso esprimeva soltanto se stesso, cioè una quasi bestiale gioia di vivere,

una quasi divina letizia…

Dai disordinati capelli color sole, l’acqua del mare colava sugli occhi verdi

apertissimi, sui lineamenti di infantile purezza…

 

Sotto l’inguine, sotto i glutei il suo corpo era quello di un pesce, rivestito di

minutissime squame madreperlacee e azzurre, e terminava in una

coda biforcuta che lenta batteva il fondo della barca.

Era una sirena.

Riversa poggiava la testa nelle mani incrociate,

mostrava con tranquilla impudicizia i delicati peluzzi sotto le ascelle,

i seni divaricati, il ventre perfetto; da lei saliva

quel che ho malchiamato un profumo, un odore magico di mare, di voluttà

giovanissima…

La sua voce era un po’ gutturale, velata, risonante di armonie innumerevoli…

Veniva a riva con le mani piene di ostriche e di cozze

succhiava il mollusco palpitante..”


 
 
 

'Abu 'al Hasan Alì 'ibin 'abi 'al Basar

Post n°69 pubblicato il 23 Gennaio 2017 da soleggiataterra
 

Ecco una gazzella ornata di orecchini,

Che mi canta le nenie quand'io son ito;

Quand'ella vede ciò che m'è successo.

Come prato variopinto,

Non mi cale [d'altro] quand'ella è meco,

Poiché nell'amor suo mi consumo,

Il suo volto è luna che spunta;

Superbisce quando ha preso tutto per sé l'amor mio;

E quindi io peno.

Sur un tralcio sottile,

Le è dolce il mio lungo dolore.

O crudeltà: ed io sto per morire!

Sdegnosa, inaccessa a pietà,

Non rifugge dal romper la fede che mi die'.

Tace ostinata;

Tiranna, ingiusta;

Diversa da quella che fu un giorno.

Oh felice chi le sta accanto!

 
 
 
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SALVATORE EQUIZZI

LITTRA D’EMIGRATU

Muggheri mia, ti scrivu sti du righi dànnuti boni di la mia saluti e speru amuri miu ca la prisenti v’attrovi a tutti filici e cuntenti. Iu grazi a Diu truvavi boni amici ca quasi n’aduramu li pinzera, t’arraccumannu ‘un stari ‘nfirnicia ca già mi sistimavi a la minera. Ma cc’è na cosa dintra lu me pettu ca nun mi duna anticchia d’arrisettu!… Ti viju ancora supra la banchina ca mi saluti cu la mantillina chi m’ammustri li figghi comu pi diri: Quannu si ddaffora ricordatilli ancora! E quannu lu vapuri fu luntanu e la terra spiriu davanti a mia, ristai pi sempri a taliari a Tia ca parevi la Matri Addulurata, una rama stuccata cu li frutti pinnenti chi s’appujava supra di lu nenti. Muggheri mia li primi quattru grana c’acchucchiu cu li stenti e lu suduri, iu sugnu arreri supra lu vapuri e tornu, tornu, tornu ca mi pari c’avissi già mill’anni ca ‘un vi viu. Ora sacciu ca l’oru e li diamanti ca li vinni a circari a la strania, io li lassai nni la terra mia, io li lassavi sutta di ddi trava unni me matri un tempu m’addattava. E tornu, tornu nni la mia Sicilia mi basta na guastedda e nenti cchiù, mi basta sulu l’aria, mi basta quannu tornu di ‘ncampagna sapiri ca m’aspetta la cumpagna, sapiri ca m’aspettanu li figghi, cu li tisori di li sò mminzigghi. Cchiù nun ti dicu nenti, salutami l’amici e li parenti; T’arraccumannu li me picciriddi, dicci ca sta turnannu ddu vapuri, dicci ch’è ghiuntu quasi a menza via. Sira pi sira quannu l’addurmenti, nun ti scurdari sta munzignaria!

 

 

LETTERA D'EMIGRATO

Mia cara moglie ti scrivo queste due righe dandoti buone notizie della mia salute e spero amore mio che la presente vi trovi tutti felici e contenti. Io, grazie a Dio, trovai buoni amici con i quali quasi ci adoriamo i pensieri, ti raccomando non stare in pensiero, chè già mi sistemai alla miniera. Ma c'è una cosa dentro il mio petto che non mi dà un poco di tranquillità!.... Ti vedo ancora sopra la banchina che mi saluti con lo scialle che mi mostri i figli, come se volessi dire: quando sei lontano ricordali sempre! E quando il vapore fu lontano e la terra sparì innanzi a me, rimasi per sempre a guardare Te che sembravi la Madre Addolorata, un ramo spezzato con i frutti pendenti che si appoggiava sopra il nulla. Cara moglie i primi quattro soldi che raccoglierò con gli stenti e il sudore, sarò di nuovo sopra quel vapore e torno, torno, torno che mi paiono passati mille anni che non vi vedo. Ora so che l'oro e i diamanti che venni a cercare in terra straniera, io li lasciai nella terra mia, io li lasciai sotto quelle travi dove mia madre un tempo mi allattava. E torno, torno nella mia Sicilia mi basta una pagnotta e nient'altro, mi basta solo l'aria, mi basta quando torno dalla campagna sapere che mi aspetta la compagna. sapere che mi aspettano i figli con i tesori delle loro effusioni. Non ti dico più niente, salutami gli amici ed i parenti; Ti raccomando i miei bambini, di' loro che sta tornando quel vapore, che è giunto quasi a metà strada. Sera dopo sera, quando li addormenti, non dimenticar questa bugia.

 

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LA CIVATA

La passaredda torna a la nidata purtannu nni lu pizzu la civata: L'ucchiuzzi so su calici d'amuri unni cc'è tuttu lu maternu arduri. Torna la passaredda apprimurata, l'ala cci trema tantu è 'nnamurata! Tuttu lu paraddisu ca la chiama l'havi ammucciatu 'nmenzu di na rama. Arriva, posa, la ramuzza trema, li passareddi sannu lu sistema, allonganu lu coddu, fannu cciu e parinu 'nfudduti pi lu priu

FOCU D'ESTATI

Sutta la vampa di lu suli ardenti cripìa la terra, e tutta la natura cu l'occhi stralunati pi l'arsura pari ca cchiù nun vidi e cchiù min senti. L'aria 'nfucata trimulia, si senti 'nsinu nni l'ossa l'anfa e la calura, sulu quarchi cicala 'un si nni cura e pari ca facissi strudimenti. lu nni stu 'nfernu, vivu senza vita, comu un dannatu tiru cu li denti lu pisanti carrettu di la vita. E 'nmenzu a tantu focu e a tanta luci, moru e arrivisciu tutti li mumenti, comu lu Nazzarenu misu 'ncruci.

LA BEFANA

Dumani è la befana; è la gran festa addisiata di li picciriddi e ogn'unu già smania nni la so testa pi cavadduzzi, strummuli, pupiddi, sciabuli, treni e ci pari mill'anni l'ura ca ponnu fari cosi granni! E li me' figghi, animi nnuccenti, oduri santu di la vita mia, hannu fuddatu dintra di la menti tuttu chiddu ca cc'è nni la putia, e cu pinsera di centu culura cci parinu mill'anni quannu scura. Pirchì sannu, 'nnuccenza di li figghi, sannu chi a menzanotti la befana trasi cu li so centu maravigghi di lu pirtusu di la pirsiana: di ddu pirtusu ca lu nicareddu lu vuleva allargati c'un cuteddu! Quannu è dumani li me' picciriddi mi ristirannu affritti e scunsulati, nni dd'occhi di nnuccenti muti e friddi quantu sònnura d'oru sdirrubati!

 

 

 

LA CULLANA

Pi fari o bedda na cullana a tia, digna di tia ca si la me furtuna sfirrai pi 'ncelu, cu la fantasia, e ghivi cchiù luntanu di la luna. Dda fici un nastru cu la ciamma mia, li megghiu stiddi cci 'nfilavi a cruna, ddoppu pigghiai lu suli ca nascia cci l'appinnivi e ti fici patruna.

SPARTENZA

Vola lu trenu, vola e pari a mia c'avissi l'ali e tagghirria li venti, pirchì mi porta luntanu di tia, di la me casa e di li mei parenti. Vola ca vola, ed iu di la finestra viju girari Parvuli luntanu e ciancu ciancu lànnari e ghjnestra 'nfudduti sfilittari manu manu. L'aria nni trema, li vigni, l'olivi si scanzanu pigghiati di spavento!... ... puru li petri sunnu cosi vivi e fuinu cchiù pazzi di lu ventu. L'oceddi nni li campi abbituati a la paci, l'amuri e lu cunzolu, lassanu li so' canti appassiunnti e sbalurduti spincinu lu volu. Quarchi viddanu spersu nni lu chianu chi zappa o arata appassiunatamenti, si jisa e nni saluta cu la manu pi comu siddu fussimu parenti. Lu trenu curri, curri a gran carrera, s'ammucca e sbucca di na gallarla, mentri lu fumu pari la crinera d'un cavaddu ca scappa a la fuddia. E curri, vola! e tutti li rumura ch'iu sentu nni sta cursa dispirata, sunnu un turmentu, sunnu na turtura! E lassu lu me cori strata strata.

TRISTIZZA

Stasira c'è lu celu annuvulatu, pari ca fussi fattu di cartuni; e la luna assimigghia a un lampiuni d'un velu di tristizza cummigghiatu. Acqua nun chiovi eppuru c'è vagnatu, vagnati su li casi e lu straluni, si vidi ca lu celu è siddiatu: comu lu cori miu chianci ammucciuni.

 

 

UN RINGRAZIAMENTO PARTICOLARE VA AI FIGLI EQUIZZI

Salvatore Equizzi nacque a Palermo il 13 agosto 1907 ed ivi morì il 19 dicembre 1964. Nel 1937 circa pubblica un poemetto in dialetto siciliano intitolato " Primavera " (ora introvabile), per il quale riceve elogi dal Sen. Poeta G.A. Cesareo, dal Doti. Vincenzo De Simone, il poeta di Villarosa, nonché dai poeti Rosario Di Vita di New York ed Emilia Ruisi di Palermo e da altri uomini di cultura del tempo. " II popolo di Roma " del 26 ottobre 1937 pubblica un articolo intitolato "Salvatore Equizzi il fioraio poeta "; recensendo il suddetto poemetto, elogia l'autore e si sofferma in qualche verso. Alla sua morte il "Po' t'u cuntu ", foglio quindicinale di poesia dialettale siciliana, diretto dal Poeta Peppino Denaro, esterna il cordoglio della famiglia dei poeti dialettali, pubblicando l'annuncio con il titolo

"L'usignolo palermitano è morto"

 

 

 

Vieni sempre

Padre David Maria Turoldo

Vieni di notte, ma nel nostro cuore è sempre notte: e dunque vieni sempre, Signore. Vieni in silenzio, noi non sappiamo più cosa dirci: e dunque vieni sempre, Signore. Vieni in solitudine, ma ognuno di noi è sempre più solo: e dunque vieni sempre, Signore. Vieni, figlio della pace, noi ignoriamo cosa sia la pace: e dunque vieni sempre, Signore. Vieni a liberarci, noi siamo sempre più schiavi: e dunque vieni sempre, Signore. Vieni a consolarci, noi siamo sempre più tristi: e dunque vieni sempre, Signore. Vieni a cercarci, noi siamo sempre più perduti: e dunque vieni sempre, Signore.

 

 

 

 

 

Era il Sol meriggio

Era il Sol meriggio alto nel cielo, lungimirante sulle stesse sensazioni sibile, nel vento raccolte in grumi di fumo loro alti, veloci nello sparire quasi quanto tanto tempo fa. Del ricordo mi nutro sperando aggiunga, e vivo creando spazio attorno alla vita. Nell'immagine schiarisce la figura rosea e la larghezza dell'evidenza spunta. L'amore nel piacersi, e viverlo fiorisce, quasi primavera dentro me rassicuro te mia dolce ispirazione.

Impariamo ad amare noi stessi e potremo essere amati

 

 

 

Una poesia è come una persona, ha dei tempi suoi. Per cui conoscere una persona a memoria significa sincronizzare i battiti del proprio cuore con i suoi.

( Farsi penetrare nel suo ritmo)