Ho il furore d'amare. Il mio debole cuore è pazzo.Non importa quando, né importa chi o dove,che un lampo di bellezza, di virtù, di valoresplenda, subito vi si precipita, vola, si lancia,e, nel tempo d'un abbraccio, cento volte bacial'essere o l'oggetto che la sua scelta insegue;poi, quando l'illusione ha ripiegato la sua ala,ritorna triste e solo, molto spesso, ma fedele,e lasciando agli ingrati qualcosa di se stesso,sangue o carne. Ma, senza più morire nel suo tedio,presto s'imbarca per l'isola delle Chimeree ne riporta soltanto amare lacrimeche assapora, e orribili disperazioni d'un istante,poi s'imbarca di nuovo.È talmente deciso e tenaceche nelle sue corse negli infiniti gli accade,navigatore testardo, d'andar dritto alla rivasenza curarsi affatto che possa esistereuno scoglio vicino, a infrangere lo scafo.Anzi, fa dello scoglio un trampolino e a nuotoa riva si dirige. Eccolo là. Il prodigio sarebbese non avesse fatto avidamente il girodal mattino alla sera e dalla sera al mattino,e il giro e il giro ancora del promontorio.E niente! Non alberi né erbe, né acqua da bere,la fame, la sete, e gli occhi bruciati dal sole,nessuna traccia umana, e non un cuore simile!Non al suo – mai ne avrà uno somigliante –ma un cuore d'uomo, un cuore vivo, palpabile,seppure falso, seppure vile, un cuore! come, non un cuore!Resterà in attesa, senza perdere nulla della sua forzache la febbre sostiene e l'amore incoraggia,che un battello mostri la cima dell'albero da queste parti,e farà dei segnali che saranno visti:così ragiona. E poi fidatevi!Un giorno si fermerà non visto, lo strano apostolo.Ma che gli fa la morte, se non quella d'un altro?Ah, i suoi morti! Ah, i suoi morti, ma è più morto di loro!Ancora qualche fibra del suo spirito focosovive nella loro fossa, vi attinge una dolce tristezza;li ama come un uccello il suo nido di muschio;la loro memoria è il suo caro cuscino, vi dorme,di loro sogna, li vede, ci parla e se ne va,pieno di loro, solo per un nuovo spaventoso affare.Ho il furore d'amare. Che farci? Ah, lasciar fare!Paul Verlaine
"Ho il furore d'amare"
Ho il furore d'amare. Il mio debole cuore è pazzo.Non importa quando, né importa chi o dove,che un lampo di bellezza, di virtù, di valoresplenda, subito vi si precipita, vola, si lancia,e, nel tempo d'un abbraccio, cento volte bacial'essere o l'oggetto che la sua scelta insegue;poi, quando l'illusione ha ripiegato la sua ala,ritorna triste e solo, molto spesso, ma fedele,e lasciando agli ingrati qualcosa di se stesso,sangue o carne. Ma, senza più morire nel suo tedio,presto s'imbarca per l'isola delle Chimeree ne riporta soltanto amare lacrimeche assapora, e orribili disperazioni d'un istante,poi s'imbarca di nuovo.È talmente deciso e tenaceche nelle sue corse negli infiniti gli accade,navigatore testardo, d'andar dritto alla rivasenza curarsi affatto che possa esistereuno scoglio vicino, a infrangere lo scafo.Anzi, fa dello scoglio un trampolino e a nuotoa riva si dirige. Eccolo là. Il prodigio sarebbese non avesse fatto avidamente il girodal mattino alla sera e dalla sera al mattino,e il giro e il giro ancora del promontorio.E niente! Non alberi né erbe, né acqua da bere,la fame, la sete, e gli occhi bruciati dal sole,nessuna traccia umana, e non un cuore simile!Non al suo – mai ne avrà uno somigliante –ma un cuore d'uomo, un cuore vivo, palpabile,seppure falso, seppure vile, un cuore! come, non un cuore!Resterà in attesa, senza perdere nulla della sua forzache la febbre sostiene e l'amore incoraggia,che un battello mostri la cima dell'albero da queste parti,e farà dei segnali che saranno visti:così ragiona. E poi fidatevi!Un giorno si fermerà non visto, lo strano apostolo.Ma che gli fa la morte, se non quella d'un altro?Ah, i suoi morti! Ah, i suoi morti, ma è più morto di loro!Ancora qualche fibra del suo spirito focosovive nella loro fossa, vi attinge una dolce tristezza;li ama come un uccello il suo nido di muschio;la loro memoria è il suo caro cuscino, vi dorme,di loro sogna, li vede, ci parla e se ne va,pieno di loro, solo per un nuovo spaventoso affare.Ho il furore d'amare. Che farci? Ah, lasciar fare!Paul Verlaine