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Jorge Luis Borges - Un lettore

Post n°164 pubblicato il 28 Agosto 2019 da Sparwasser

Gli altri si vantino per le pagine che hanno scritte;

io vado orgoglioso per quelle che ho lette.
Non sarò stato un filologo,
non avrò investigato le declinazioni, i modi, il laborioso
mutare delle lettere,
la d che indurisce in t,
l'equivalenza della g e della k,
ma nel corso degli anni ho professato
la passione della lingua.
Le mie notti son piene di Virgilio;
aver saputo e scordato il latino 
è possederlo, perché anche l'oblio
è una forma della memoria, la sua vaga cava,
l'altra faccia segreta della moneta.
Quando si cancellarono ai miei occhi
le vane apparenze che amavo,
i volti e la pagina,
mi detti allo studio del linguaggio di ferro
che usarono i miei antichi per cantare
spade e solitudini,
e ora, attraversando sette secoli,
dall'Ultima Thule,
la tua voce mi giunge, Snorri Sturluson.
Dinanzi al libro, il giovane si impone una disciplina precisa
e lo fa in vista di un preciso conoscere;
ai miei anni ogni impresa è un'avventura
il cui confine è la notte.
Non finirò di decifrare le antiche lingue del Nord, 
non tufferò le mani ansiose nell'oro di Sigurd;
il compito cui attendo è illimitato
e dovrà accompagnarmi fino alla fine,
non meno misterioso dell'universo
e di me, l'apprendista.

 
 
 

quattordici settembre

Post n°163 pubblicato il 13 Settembre 2018 da Sparwasser

 
 
 

Le riflessioni del noto giornalista...

Post n°161 pubblicato il 21 Giugno 2018 da Sparwasser

Le riflessioni di un noto giornalista sull’Eterna Sfida all’indomani dell’uscita (per tutt’altri motivi) de “Il Giardino dei Finzi Contini” alla Maturità

"""

L’elaborazione letteraria della passione

 

Le cosiddette molestie e il mondo prima dell’Apocalisse del Novecento, raccontati da Baudelaire e Bassani

 

Maledetto per sempre il sognatore inutile

 

Che nella sua stupidità per primo volle

 

Per trattare un problema insolubile e sterile

 

Mescolare a cose dell’amore onestà molle!

 

(Maudit soit à jamais le rêveur inutile

 

qui voulut le premier, dans sa stupidité,

 

s’éprenant d’un problème insoluble et stérile

 

aux choses de l’amour mêler l’honnêteté!)

 

Sono versi di Charles Baudelaire (traduzione abborracciata mia, ma in rima), esibiti da Micòl Finzi-Contini in un discorso indiretto fatto al narratore, Giorgio Bassani di diritto letterario se non di fatto, nel famoso romanzo pluripremiato e plurivenduto del 1962 (“Il giardino dei Finzi-Contini”). Come scrisse il sublime critico Giorgio Manganelli, che dell’avanguardia aveva i tratti pertinenti ma non i tic insopportabili, quel romanzo, accusato di essere una storia alla Liala dagli ideologi del Gruppo ’63, in realtà era paragonabile alla Apocalypsis cum figuris, una serie di incisioni su legno di Albrecht Dürer che con quel fumettone, appunto apocalittico, si guadagnò l’immortalità moderna dopo un viaggio di abbeveramento in Italia. La chiave del libro, memoria narrativa prousteggiante e benissimo scritta, è la coscienza ebraica indifferente e santificante nel quotidiano degli anni Trenta, finale sacrificale compreso, sotto il fascismo e le leggi razziali, verso la guerra. Ma l’osservazione apocalittica è filtrata, ciò che fece il successo lialesco di vendite e di gusto dell’epoca, da una storia d’amore, quella del narratore per la giovane Micòl, tutta giocata intorno alle sue visite nella magna domus di questa famiglia di aristocrazia ebraica di provincia, e al campo da tennis intensamente praticato dai protagonisti, come e più della biblioteca di casa, in mezzo a un giardino incantato. Dove si discute e vaneggia intorno a “un problème insoluble et stérile”.

 

Ora che anche il Dio della Pixar e quel gentiluomo di Charlie Rose, appena vanitoso ma di stile solenne, sono stati eliminati per molestie sessuali dalla vita pubblica, questi Porci con le ali, ecco che occorre rileggere il libro di Bassani, che ho qui nelle edizioni San Paolo, un ritrovato gentile omaggio allegato a Famiglia Cristiana di non so quanto tempo fa, e che ho letto in omaggio alle parole delicate dedicategli da Annalena Benini, ferrarese di nascita come Bassani lo fu di elezione, la mia critica letteraria preferita, con Mariarosa, che ogni lunedì dà prova di sé, in dialogo con Alessandro Piperno, al Ridotto dell’Eliseo in Roma.

 

Bene. Micòl non vuole darla al narratore, innamorato e pulsionalmente incline a fare l’amore con lei, fino a molestarla. Infatti confessa a sé stesso: “Ripensavo a tutte le volte che, spesso con la violenza, mi era riuscito di baciarla sulle labbra”. E ancora: “Le afferrai le mani, e presi a coprirgliele di baci e di lacrime. Per un po’ mi lasciò fare. Nascondevo il viso contro i suoi ginocchi, e l’odore della sua pelle liscia e tenera, leggermente salata, mi stordiva. La baciai lì, sulle gambe. ‘Adesso basta’, disse”. Micòl spiega che è impossibile perché lo vede come un amico, un fratello. “… io le stavo ‘di fianco’, capivo? non già ‘di fronte’, mentre l’amore (così almeno se lo figurava lei) era roba per gente decisa a sopraffarsi a vicenda, uno sport crudele, feroce, ben più crudele e feroce del tennis!, da praticarsi senza esclusione di colpi e senza mai scomodare, per mitigarlo, bontà d’animo e onestà di propositi”.

 

Segue la citazione dei versi di Baudelaire “che se ne intendeva. E noi? – prosegue Micòl nella ricostruzione del narratore innamorato – Stupidamente onesti entrambi, uguali in tutto e per tutto come due gocce d’acqua (‘e gli uguali non si combattono, credi a me!’), avremmo mai potuto sopraffarci l’un l’altro, noi, desiderare davvero di sbranarci?”.

 

Ecco, quando si pensi alle avances maschili e ad altre abusive molestie, e invasive, oggi universalmente e moralisticamente condannate in via definitiva se messe on the record in un’intervista, si tenga conto, per cortesia, che in una celebre storia d’amore, racconto trasparente e cristallino di memoria solenne e civile, prima dell’apocalisse del Novecento, le cosiddette molestie furono trattate da una giovane ebrea incapsulata nel suo giardino di destino e da un giovane ebreo narratore innamorato o fissato (spesso è la stessa cosa), in un’elaborazione letteraria della passione un tantino meno semplificatrice di quella a cui ci stiamo abituando. E si tenga sempre conto di Baudelaire, “che se ne intendeva”.

( Giuliano Ferrara su “Il Foglio”)

"""""

 
 
 

Q&A

Post n°160 pubblicato il 13 Giugno 2018 da Sparwasser

 

Il problema non sono più le domande, bensì le risposte.

 

“Mi manca la fede e non potrò mai, quindi, essere un uomo felice, perché un uomo felice non può avere il timore che la propria vita sia solo un vagare insensato verso una morte certa. Non ho ereditato né un dio né un punto fermo sulla terra da cui poter attirare l’attenzione di un dio. Non ho ereditato nemmeno il ben celato furore dello scettico, il gusto del deserto del razionalista o l’ardente innocenza dell’ateo. Non oso dunque gettare pietre sulla donna che crede in cose di cui io dubito o sull’uomo che venera il suo dubbio come se non fosse anch’esso circondato dalle tenebre. Quelle pietre colpirebbero me stesso, perché di una cosa sono convinto: che il bisogno di consolazione che ha l’uomo non può essere soddisfatto.

(Stig Dagerman - Il nostro bisogno di consolazione - Iperborea)

 
 
 

M.D.

Post n°159 pubblicato il 18 Gennaio 2018 da Sparwasser

eh va beh... pagina 52

 
 
 

sad but true

Post n°158 pubblicato il 28 Dicembre 2017 da Sparwasser

La tua amicizia è più importante del mio amore.

 
 
 

Twitter

Post n°157 pubblicato il 03 Agosto 2017 da Sparwasser

Twitter, ovverossia l'addetto stampa dell'Io.

 
 
 

Ancora Furore

Post n°156 pubblicato il 23 Gennaio 2017 da Sparwasser

La terra dell’Ovest, inquieta alle prime avvisaglie del cambiamento. Gli Stati dell’Ovest, inquieti come cavalli prima del temporale. I grossi proprietari, inquieti nell’intuire un cambiamento, incapaci di cogliere la natura del cambiamento. I grossi proprietari, agguerriti sull’immediato: l’espandersi del governo, la crescente unità dei lavoratori; agguerriti sulle nuove tasse, sui piani di sviluppo; non capendo che questi sono effetti, non cause. Effetti, non cause; effetti, non cause. Le cause stanno in profondità e sono semplici. Le cause sono la fame di un ventre moltiplicata per un milione; la fame di una singola anima, fame di gioia e di un minimo di sicurezza, moltiplicata per un milione; muscoli e cervello smaniosi di crescere, di lavorare, di creare, moltiplicati per un milione. L’ultima funzione chiara e distinta dell’uomo: muscoli smaniosi di lavorare, cervelli smaniosi di creare al di là del singolo bisogno – ecco cos’è l’uomo. Costruire un muro, costruire una casa, una diga; e in quel muro, in quella casa, in quella diga mettere qualcosa dell’Uomo, e in cambio prendere per l’Uomo qualcosa di quel muro, di quella casa, di quella diga: prendere i muscoli d’acciaio dal faticare, prendere le linee e le forme nette progettare. Perché l’uomo, diversamente da ogni altra cosa organica o inorganica dell’universo, cresce al di là del suo lavoro, sale i gradini delle sue idee, va oltre il limite dei suoi risultati. Ecco cosa puoi dire dell’uomo: quando le teorie cambiano e crollano, quando le scuole, le filosofie, gli angusti vicoli bui del pensiero nazionale, religioso ed economico crescono e si disintegrano, l’uomo non si ferma, procede brancolando, ferendosi, a volte ingannandosi. Fattosi avanti, può darsi che indietreggi , ma solo di mezzo passo, mai di un passo intero. Ecco cosa puoi dire, e sapere, e sapere, e sapere. Ecco cosa puoi sapere quando le bombe piovono dagli aerei neri sulla piazza del mercato, quando si sgozzano prigionieri come maiali, quando i corpi calpestati si svuotano disgustosi nella polvere. Ecco come puoi saperlo. Se il passo non venisse fatto, se la smania di brancolare in avanti mancasse le bombe non cadrebbero, le gole non verrebbero tagliate.  Diffida del tempo in cui le bombe smettono di cadere mentre i bombardieri sono ancora vivi – perché ogni bomba dimostra che lo spirito non è morto. E diffida del tempo in cui gli scioperi cessano mentre i grandi proprietari sono ancora vivi – perché ogni piccolo sciopero soffocato dimostra che il passo è in atto. Ed ecco cosa puoi sapere per certo: terribile è il tempo in cui l’Uomo non voglia soffrire e morire per un’idea , perché quest’unica qualità è fondamento dell’Uomo, e quest’unica qualità è l’uomo in sé, peculiare nell’universo.

                Gli Stati dell’Ovest inquieti alle prime avvisaglie del cambiamento. Texas e Oklahoma, Kansas e Arkansas, New Mexico, Arizona, California. Una singola famiglia lascia la terra. Pà si è fatto prestare soldi dalla banca, e adesso la banca vuole la terra. La società immobiliare – ossia la banca quando possiede i terreni – sulla terra vuole trattori, non famiglie. Un trattore può essere cattivo? La forza che scava i lunghi solchi può avere torto? Se questo trattore fosse nostro sarebbe buono – non mio, nostro. Se il nostro trattore scavasse i suoi lunghi solchi nella nostra terra, sarebbe buono. Non la mia terra, la nostra. Allora potremmo amare questo trattore quanto abbiamo amato quella terra quando era nostra. Ma questo trattore fa due cose: scava la terra e scaccia noi dalla terra. Non c’è molta differenza tra questo trattore e un carrarmato. La gente viene minacciata , sopraffatta, ferita da entrambi. E’ una cosa su cui riflettere.

                Un uomo, una famiglia scacciata dalla terra; questa carretta arrugginita che arranca sulla nazionale per andare all’Ovest. Ho perso la mia terra, un singolo trattore ha preso la mia terra. Sono solo e sono smarrito. E nella notte una famiglia si accampa in un fosso e un’altra famiglia arriva e tira fuori le tende. I due uomini si accoccolano sui talloni e le donne e i bambini ascoltano. Ecco il nodo, per voi che odiate il cambiamento e temete la rivoluzione . Vi conviene tenere separati questi due uomini accoccolati, fare in modo che si odino, che si temano, che diffidinol’uno dell’altro. E’ questo l’embrione della cosa che temete. E’ questo lo zigote. Perché adesso “Ho perso la mia terra” è cambiato; una cellula si è scissa e dalla sua scissione  nasce la cosa che odiate: “Abbiamo perso la nostra terra”.

Ecco dov’è il pericolo, perché due uomini non sono soli e confusi quanto può esserlo uno. E da questo primo “noi” nasce una cosa ancor più pericolosa: “Ho poco da mangiare” più “Non ho niente da mangiare”. Se la somma di questi fattori dà “Abbiamo poco da mangiare”, allora la cosa è in marcia, il movimento ha una direzione. Adesso basta una piccola moltiplicazione , e questa terra e questo trattore diventano nostri. I due uomini accoccolati nel fosso, il fuocherello, la carne di maiale a bollire in una pentola condivisa, le donne mute con lo sguardo impietrito; dietro i bambini che ascoltano con tutta l’anima parole che il loro cervello non capisce. La notte incalza. Il bimbo è raffreddato. Tieni, piglia questa coperta. E’ lana. Era la coperta di mia madre, usala per il tuo piccolo. E’ questa la cosa da bombardare. E’ così che comincia: da “io” a “noi”.

                Se riusciste a capire questo, voi che possedete le cose che il popolo deve avere, potreste salvarvi. Se riusciste  a separare le cause dagli effetti , se riusciste a capire che Paine, Marx, Jefferson e Lenin erano effetti, non cause, potreste sopravvivere. Ma questo non potete capirlo. Perché il fatto di possedere vi congela per sempre in “io”, e vi separa per sempre dal “noi”.

                Gli Stati dell’Ovest sono inquieti alle prime avvisaglie del cambiamento. Il bisogno fa da stimolo all’idea, l’idea all’azione. Mezzo milione di persone che si spostano nel paese; un milione di scontenti pronti a spostarsi; dieci milioni che avvertono i primi sintomi d’inquietudine.

                E trattori che scavano solchi su solchi sulle terre abbandonate.

(John Steinbeck – Furore – cap. XIV – trad. Sergio Claudio Perroni per i tipi Bompiani)  

 
 
 

Furore

Post n°155 pubblicato il 19 Gennaio 2017 da Sparwasser

“Le case rimasero vuote nella campagna, e la campagna fu vuota per questo. Solo i capanni dei trattori erano vivi, i capanni di lamiera ondulata, argentei e luccicanti; ed erano vivi di metallo e benzina e olio, con i vomeri degli aratri splendenti. I trattori avevano i fari accesi, perché un trattore non conosce né giorno né notte, e i vomeri rivoltano la terra nelle tenebre e scintillano nella luce del giorno. E quando un cavallo ha finito il suo lavoro e torna nella stalla, c’è ancora vita e vigore in lui, c’è un respiro e un calore, e gli zoccoli strusciano sulla paglia, e le ganasce triturano il fieno, e le orecchie e gli occhi sono vivi. Nella stalla c’è un calore di vita, c’è l’energia e l’odore della vita. Ma quando il motore di un trattore si ferma, è morto come il metallo da cui proviene. Il calore lo abbandona come il calore della vita abbandona un cadavere. Poi le porte di lamiera ondulata si chiudono e l’uomo del trattore va a casa in macchina, anche a venti miglia da lì, e non dovrà tornare per settimane o perfino mesi, perché il trattore è una cosa morta. E tutto questo è facile ed efficiente. Così facile che l’incanto scompare dalla terra e dal lavorarla, e con l’incanto scompare anche la comprensione profonda e il legame. E nell’uomo del trattore cresce il disprezzo che alligna solo nell’estraneo, che di comprensione ne ha poca e di legami nessuno. Perché i nitrati non sono la terra, né sono terra i fosfati e la lunghezza della fibra del cotone. Il carbonio non è un uomo, né lo sono il sale o l’acqua o il calcio. L’uomo è tutto questo insieme, ma è molto di più., molto di più; e la terra è enormemente di più della sua analisi. Quell’uomo che è più della sua struttura chimica, che cammina sulla terra, che fa deviare la punta dell’aratro per evitare una pietra, che preme sulle stegole per scavalcare un rialzo, che s’inginocchia tra i solchi per consumare il pasto; quell’uomo che è più dei suoi elementi, conosce la terra che è più della sua analisi. Ma l’uomo-macchina, che guida un trattore morto sulla terra che non conosce né ama, capisce solo la chimica; e disprezza la terra e insieme sè stesso. Quando le porte di lamiera ondulata sono chiuse, lui va a casa, e la sua casa non è la terra.”

(John Steinbeck – Furore – Inizio del cap. 11 - trad. Sergio Claudio Perroni per i tipi Bompiani)

 
 
 

Filosofia

Post n°154 pubblicato il 11 Gennaio 2017 da Sparwasser

L'esistenzialismo dei Metallica si sposa bene con la pratica del fitness.

 
 
 

Trilogia del Chitarrista (ovvero, La Vita Dura)

Post n°153 pubblicato il 19 Novembre 2016 da Sparwasser

“Signore è stata una svista. Abbi un occhio di riguardo per il tuo chitarrista.” (Ivan Graziani)

https://www.youtube.com/watch?v=MQlkIf7C4is

II

Dal libro “Rock Bazar” di Massimo Cotto – Volo Libero ed.

534 – FULMINATI

Nel girone dei fulminati del rock and roll abitato da alcol, droghe e violenza, la morte più improbabile cui pensare è quella provocata dalle scariche elettriche di una chitarra. E invece la storia del rock è tristemente densa di tragedie di questo tipo.

Il 3 maggio 1972, mentre suonava sul palco dello Swansea Top Rank davanti a 1.500 persone, Leslie Harvey, chitarrista degli Stone the Crows, toccò con le mani bagnate il suo strumento ricevendone in cambio una scossa elettrica mortale. Nella fretta di montare gli impianti, i rodiese non si erano assicurati che chitarre e microfoni fossero collegati e isolati correttamente. La chitarra divenne conduttrice di alta tensione e Harvey morì in diretta, sul palco, davanti alla sua gente.

Stessa sorte toccò a Brian Locking degli Shadows, il 26 novembre 1973, stroncato dalla sua chitarra a Radlett, in Inghilterra.

Il 15 settembre 1974 Gary Thain degli Uriah Heep fu colpito da una violentissima scarica elettrica mentre suonava al Moody Coliseum di Dallas, nel Texas. Riuscì a sopravvivere, ma l’eccessivo consumo di droghe e i postumi dell’incidente lo resero sempre più instabile e inaffidabile; fu licenziato dalla band e sostituito da John Wetton dei King Crimson. L’8 dicembre 1975, alla consueta età di ventisette anni, fu ritrovato dalla sua compagna in bagno, morto per overdose.

Il 14 maggio 1976 morì nella sua casa londinese Keith Relf degli Yardbirds; voleva suonare la sua chitarra ma non si era accertato che tutto fosse perfetto e lo strumento diventò conduttore di alta tensione.

Meglio che agli altri andò a Bill Wyman. Il 27 marzo 1965 fu colpito da una forte scossa elettrica durante le prove di un concerto degli Stones a Oclense, in Danimarca. Perse i sensi per alcuni minuti ma fortunatamente si riprese. Un caso davvero fortunato.

 

III

L’Aquilone Piero: Cristo fra i chitarristi

CRISTO TRA I CHITARRISTI

È un uomo che vive di foreste
d'aria piena di voli d'aquile,
conquista vette e tocca il sole,
lui beve neve, parla alle stelle
e spazia il tempo.
Corre, anela, sta.
Devia i ruscelli,
veglia e sonno è tutto un sogno.
è un uomo solo e senza armi.
Un pomeriggio su una salita perse la vita.

Più niente in quel lungo silenzio
turbava la mia anima esperta.
Un coro di chitarre infelici
cantava per disperdere l'odio.

Sopra una collina era il più alto,
il più bello, irraggiungibile.
Ai suoi piedi c'era il deserto,
ormai la folla si era saziata
con le preghiere.
Là c'è sempre un Uomo in verticale
che non tocca mai la terra,
talvolta scende da una croce
ma dopo poco su una salita sconosciuta
perde la vita.

Un concerto di chitarre arriva e suona
molto amaro.
Anche stasera da qualche parte
c'è qualche Cristo
che sale stanco
e senza scampo
una salita.

(Piero Ciampi)

https://www.youtube.com/watch?v=hWCKv2eNVL8

 
 
 

Il FT odierno

Post n°152 pubblicato il 05 Luglio 2016 da Sparwasser

"Italy's byzantine recovery process"

(Financial Times - Lex. - July 5th 2016)

 
 
 

Le simpatiche osservazioni del pensatore Cartesio sul tema del Volontariato.

Post n°151 pubblicato il 10 Maggio 2016 da Sparwasser

“E’ ben vero che per gli esperimenti, talora necessari, un uomo solo non può arrivare a tutto, ma neppure può adoperare utilmente altre mani che le sue, oppure utilmente quelle di artigiani o di gente pagata, alle quali la speranza del guadagno, ch’è il mezzo più efficace, farebbe eseguire esattamente tutto quello ch’egli prescrive. I volontari, invece, che si offrono per curiosità o per desiderio d’imparare - oltre che di solito danno più promesse che fatti, o si perdono in tanti bei progetti di cui nessuno riesce mai – vogliono alla fine essere pagati con la spiegazione di qualche difficoltà, o perlomeno con complimenti e conversazioni inutili che non costano mai tanto poco tempo da non rimetterci assai più dell’aiuto sperato” (Cartesio, 1637)

 
 
 

Sui Diritti Acquisiti

Post n°150 pubblicato il 07 Aprile 2016 da Sparwasser

A coloro che riguardo ai vitalizi sostengono la tesi che non è possibile toccare i diritti acquisiti si ricorda che al Re di Francia Luigi XVI è stata tagliata la testa.

 
 
 

APPRENDIAMO DA ARTICOLI DI STAMPA CHE....

Post n°149 pubblicato il 26 Febbraio 2016 da Sparwasser

Tra i Senufu dell'Africa occidentale lo sposo ha più mogli ma non abita con loro. Ha comunque legami coniugali e fa figli. Gli antropologi parlano di marito visitante. Una sera sta con la moglie numero 1, la sera dopo con la numero 2 e quella dopo ancora con la 3. Ma non convive con loro.

Tra i Mossi del Burkina Faso c'è una regola che vale per tutte le mamme e i bimbi: quando un piccolo è svezzato viene affidato a una seconda madre che, guarda caso, non è più in grado di generare ed è in menopausa.

In Amazzonia gli Uarì prevedono più padri per un bambino. 

 
 
 

Tempo e Disinganno

Post n°148 pubblicato il 16 Febbraio 2016 da Sparwasser

 

Prendi un oratorio del 700 musicato da Handel e trasformalo in un’opera lirica con tanto di scene costumi azioni e quant’altro (incluse le immancabili sedie).

E’ successo questo alla Scala con l’allestimento del "Trionfo del Tempo e del Disinganno", oratorio (profano? sacro?) di Handel.

L’operazione fatta dal regista Jurgen Flinn (del quale non avevamo ammirato l’Otello rossiniano l’estate passata) è stata senza dubbio molto interessante ed è sempre bello andare all’opera a vedere qualcosa di nuovo o di diverso dal solito.

E non si tratta di compito agevole. L’Oratorio non è una forma musicale che nasce per essere rappresentato in un teatro , anzi: in quel tempo l’opera , che era ai suoi albori, era vista come la musica rock negli anni ’60 e quindi osteggiata (esisteva a Roma un vero e proprio divieto di una esecuzione in forma teatrale); però se ti trovavi in Italia come Handel agli inizi del ‘700 e volevi comporre musica lirica, l’oratorio costituiva una buona soluzione per operare con tranquillità, nonostante la staticità di questo tipo di libretti (il libretto è di un cardinale , il cardinale Pamphilj : più un intellettuale, che un cardinale ehm).

E’ proprio tale staticità a costituire la principale difficoltà da superare quando si allestisce (è proprio il caso di dirlo) un’operazione come questa; difficoltà risolta (come si poteva prevedere) solo in parte.

E’ buona l’idea di trasportare la vicenda in una brasserie della parigi anni Venti (dichiaratamente ispirandosi a la Coupole di Boulevard Montparnasse a Parigi) ed ai suoi Avventori, tra i quali , va da sé , ci sono le Figure Retoriche protagoniste dell’Oratorio-Messinscena (Bellezza, Piacere, Tempo e Disinganno).

E’ buona, anzi buonissima, l’idea di immaginare un’intera serata post teatro passata nella Brasserie a filosofeggiare sino al termine della serata (chiusura del locale inclusa, meta-metafora della chiusura di altre cose che si può facilmente intuire).

Di più però mi riesce difficile pretendere; e dunque niente cambi di scena, ma tutt’al più qualche gioco di movimento scenico a sottolineare (più o meno in maniera azzeccata) questo o quel momento, in una trama che si può facilmente immaginare: Bellezza che tuba con Piacere (finche ce n’è); saranno Tempo e Disinganno a farle capire come funziona la vita mentre Piacere, col terminar della serata, abbandona la sua (ex) favorita sdegnato.

Il resto lo fa la musica. Perché l’Oratorio di Handel è da questo punto di vista oggettivamente molto bello (per essere , roba barocca).

Finisce – un po’ banalmente direi -con Bellezza che canta la sua ultima aria ("Tu del Ciel ministro eletto") senza chioma bionda platino e vestita da suora.

L’aria di Piacere "Lascia la spina" è il pezzo più bello; talmente bello che Handel utilizzerà lo stesso tema in un’altra opera Il Rinaldo ("lascia ch’io pianga per mia cruda sorte") , ma che prima ancora era una sarabanda nell’Almira del 1705 (tranquilli, è normale che gli operisti riciclino i propri temi).

 

 
 
 

Musical Opinion

Post n°147 pubblicato il 05 Agosto 2015 da Sparwasser

I Queen sono come i tortelli di zucca.

 
 
 

Imagine you're

Post n°146 pubblicato il 28 Marzo 2015 da Sparwasser

"Devi essere altrove per far si' che la tua immaginazione stia al passo con la memoria" (Tom Waits)

 
 
 

Impromptus?

Post n°145 pubblicato il 28 Marzo 2015 da Sparwasser

"E' strana la felicità, arriva di colpo, come la collera." (Marguerite Dumas)

 
 
 

Les Troyens alla Scala

Post n°144 pubblicato il 25 Aprile 2014 da Sparwasser

Spettacolo strano.

Cose eccellenti. Cose non eccellenti.

Cosa mi è piaciuto: la musica di Berlioz , la direzione del Maestro Pappano, le scene, le luci e la regia.

Cosa non mi è piaciuto: i costumi (in parte: perchè vestire Priamo come Francesco Giuseppe?...meglio per esempio come è stata vestita Didon all'inizio del terzo atto); l'aspetto vocale (soprattutto nei passaggi più lirici: mi ha fatto davvero male vedere rovinato il duetto d'amore nuit d'ivresse perfetto nella resa scenica e musicale dall'interpretazione); meglio i momenti eroici insomma di quelli lirici e struggenti.

Sommando il tutto resta comunque uno spettacolo indimenticabile!  

 
 
 
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2.
"NON ESISTE IL MALE. ESISTE DIO CHE OGNI TANTO SI UBRIACA" (Tom Waits)
3.
"LA FORZA DEI FORTI STA NEL TRAVERSARE LE TRAVERSIE CON OCCHIO SERENO." (Paolino Paperino)
4.
"JACQUES BREL HA SCRITTO LE PIU' BELLE CANZONI SU TUTTO" (Ornella Vanoni)
5.
"IL SIGNORE COMANDERA' LA TUA STRADA" (Il Fabbri 16/4/2006)
6.
"CHE COS'E' IL QUARTO D'ORA GRANATA? E' QUANDO LE COSE SUCCEDONO."
7.
"EN MANCANSA DEL CAVAL, TROTTA ANCA EL MUSSO"
8.
"DIO E' UNO, E PURE IO" (scritta su un Taxi di Dakar, Africa)

9.
"SE UN FASCISTA DICE CHE PIOVE, E PIOVE, HA RAGIONE IL FASCISTA" (Ernesto Rossi)

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"OGNI CAMPANILE E' GELOSO DELLA SUA CHIESA" (Io :-) )

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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FORMICHE

1. " Ho quaranta minuti liberi. Vorrei andare a puttane..." (Vittorio Emanuele III Re d'Italia)
2. "Causa caldo servizio lento" - (Cartello appeso a Verona, Osteria di Sottoriva, domenica 27 luglio 2003)
3. "Due parallele si incontrano quando oramai non gliene frega più niente" (Marcello Marchesi)
4. "Le pellicce, fuori. Il pelo folto assorbe le note dei flauti" (La Berliner Philarmoniker)
5. "Sarei disposto ad avere 37 e 2 per tutta la vita in cambio della seconda palla di servizio di Mc Enroe" (Beppe Viola)
6. "La Torre di Pisa: e se avesse ragione lei?" (Walter Valdi)
7. "La conversazione languiva, come sempre d'altronde quando si parla bene di qualcuno" (Laclos-Poli)
8. "Era un mondo adulto, si sbagliava da professionisti" (Paolo Conte)
9. "A 7 anni sapevo scrivere Borussia Mönchengladbach. Ma alla maestra non interessava." (Anonimo Forumista)

10. "In tutti i tentativi fatti per provare che 2+2 = 4 non si è tenuto conto della velocità del vento" (Raymond Queneau)
11. "Per formare una loggia bastano quattro amici al bar" (Antonio Binni, Capo della Gran Loggia d'Italia)
12. “Certo è deplorevole che gente che vive di sussidi tenga poi un cane” (Dichiarazione di un Responsabile della Previdenza Sociale della Contea di Värmland, Svezia)