Azzurroblu

Don Roccia


Fu così che, quell’anno, don Roccia decise di venire in montagna con noi.Originario dell’alto appennino era finito nella Bassa in affiancamento al vecchio parroco, ma si vedeva lontano un chilometro che la pianura gli andava stretta… o meglio… gli andava piatta!Avevamo scelto un percorso abbastanza tranquillo in Vajont, all’interno del parco delle dolomiti friulane.All’inizio non fu facile adattarsi ai suoi ritmi, perché il don era uno di quei soggetti del tipo: “non fatemi fermare perché poi mi si fredda il sudore sulla schiena!”.Uno di quei personaggi, cioè, che appena possibile partono a scheggia, fanno perdere le loro tracce e te li ritrovi freschi come una rosa, lavati e stirati, al primo punto tappa. Quei camminatori crudeli che, incuranti di facce stravolte e lingue penzolanti, appena li raggiungi ti dicono: “Allora, partiamo?!!!”.Ma dopo poco ingranammo anche con lui e anche quella vacanza rimase davvero memorabile.Indimenticabile, infatti, sarà per sempre la mitica “Faraonica”, la tenda di don Roccia, così chiamata perché più che un igloo sembrava una piramide egizia per le forme squadrate e l’imponente abside trapezioidale. Ad una certa ora il don ci si tumulava dentro e fino all’alba non dava segno di vita.La sua presenza, inoltre, fu davvero provvidenziale perché ci impedì di interrompere miseramente il tour appena iniziato. All’alba del secondo giorno, in uscita dalla casera Feron, accadde un terribile imprevisto: la suola dello scarpone di Fede decise di staccarsi completamente dal resto della calzatura!A nulla valsero i tentativi artigianali di recupero e il mio amico fu costretto ad affrontare la discesa in ciabatte (e qui anche gli alpinisti meno esperti converranno con me che tra Vibram e De Fonseca esiste una certa differenza rispetto alla tenuta su strada sterrata!).Grazie al cielo (o meglio, al clero) proprio in quel punto ci raggiunse don Roccia.Così, una volta recuperata la sacra vettura (noi avevamo viaggiato in treno), lui e il malcapitato poterono finalmente partire alla ricerca di nuovi scarponi. L’impresa non fu semplice e dovettero passare in rassegna più di un negozio sportivo tra Cimolais e Claut visto che la suola in questione aveva pensato bene di sganciarsi da una tomaia numero 49!Ma quella settimana ci regalò soprattutto una spiritualità rinnovata, perché quando le salite si facevano più dure c’era sempre chi (per fermare il caterpillar consacrato) veniva colto da estasi mistica ed esclamava: “Don, facciamo la Messa?!!!”.Così noi tutti non potevamo che ringraziare nostro Signore delle cime per quell’ora di riposo in mezzo ai prati del Friuli e per quel nettare bianco leggermente marsalato che don Roccia aveva saggiamente pensato di portarsi dietro per le celebrazioni.Oh! Spirito di vino!!!N.B. Nell'immagine: bivacco Gervasuttiwww.caserebivacchi.it