Creato da stringalove il 20/10/2004

Angolo Cattivo

"Luminoso e solo, come se fossi la prima stella della sera, minuscolo e buio, come se fossi l’ultimo uomo del mondo."

 

 

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Schegge, cinguettii, quasi aforismi

Post n°455 pubblicato il 03 Febbraio 2012 da stringalove
 

Lo sguardo pesante dell'inadatto cerca il passato con sollievo, ammalato di libertà perché non sa che farsene.

La mente dimentica, il cuore scorda, così l'oblio allarga la memoria svuotandola dell'obbligo di tutti a conservare la tragedia umana.

Una doccia calda restringe e poi allarga il senso di freddo, divento più permeabile, mi lascio attraversare da flussi veloci di me stesso.

La mia definizione scritta di ambiente è dilatata da innumerevoli distrazioni e furti più erotici che onirici, nelle mie notti vissute.

Catturo le interferenze meteo-sonore, in attesa di un piano creativo orizzontale e sufficientemente morbido: risposte interiori verbose e flussi di scrittura incontrollata spiegano la mia insanabile predilezione per la musica strumentale.

Leggere le cronache di ieri mi fa dimenticare la strettezza stupida di una cravatta con dentro un collo piegato nell’agonia festante di un cambio data.

Il mio passato prossimo è un terreno molle, scavo ed estraggo vecchie frasi da prati gelati senza memoria: trasformo i ricordi in aforismi.

Cerco immagine e suono per il ritratto istantaneo di una boccata d'aria.

Come una serpe tra i sassi in una notte d'inverno, l'angoscia si nasconde tra sospiri di fronde e vapori umici sepolti dalla neve.

Descrivo lo sguardo di un piccolo uomo tra le pieghe disarmoniche di un cielo curvo.

Trovo sostentamento nel brivido e nella parola, preferisco la voce da espellere al cibo da introdurre.

Fuggivo dal mio solito mondo senza pormi domande, da bambino, immaginavo botole nascoste che mi portavano, di notte, dentro i negozi di giocattoli.

Tra idee squamate e varianti urbane di schiavitù, salsedine ed asfalto sfumano su un macadam di vecchie e solite parole, c'è tanta notte!

Nella mia città non c'è la metropolitana per disperdermi e diffondermi.

Una variazione ambientale è sempre possibile.

Dei pensieri perfetti mi rimane quello che mi ha fatto dimenticare gli altri.

Sto per scegliere il vestito sonoro di questa pioggia, l'abbinamento coi tuoni, e lo spiegarsi al vento di lembi di tessuto emotivo.

Dal primo mattino fingo cavalcate bucolico-urbane e corse campestri rallentate tra papaveri non fradici e tralicci della luce in serie.

Quante idee per poche pagine, anzi tantissime idee per zero pagine: dinamo frenetica scatenata non dissipante.

Il populismo della morte frena ogni velocità, sradica di mano ogni scettro, spegne come candele qualsiasi vita e la banalizza.

Certe volte, per mia stessa causa rimango senza parole, ed è la cosa più bella.

Di notte succede che anche il cielo si spegne.

Un'immagine ripetuta, una sensazione ripetuta, qualcosa di mai vissuto: come immaginare di avere spedito una lettera.

Il ruvido della sabbia si perde lungo la strada di velluto.

Il sistema compatta, preme e schiaccia: l'ipocrita la definisce libertà, il dissidente regime, il prigioniero si ribella e poi si addormenta.

Didascalia prolissa di blister scaduto nel 1975 di Serenace sotto un Sol levante poco arrossato, leggere bene le avvertenze.

L'uomo ritorna terra che diventa sale, polvere di mare sospesa su due punti di sonno che definiscono la notte, succede ogni giorno, succederà per sempre.

Vivo in una cella in overdose sonora, intensi istanti bastano per un dopo, infinito e muto con applausi di due mani che sfumano.

Il lirismo di un fiammifero spento nell'eco di un cassetto socchiuso, dolce debolezza verticale in crescendo indotto.

Ascensori d'aria e respiri pennellano figure nello stupore spaziale: tutto per dimenticarsi della voragine sottostante.

La pelle si fece carta catturando le ombre ritagliate nelle cavità silenziose dell'angolo cattivo, lasciando il vuoto oltre.

Mi chiudo in una cella sincretica come fossi un prigioniero sciamano, tra mondialismo estatico thriller e lacrime: dai grigi a 16,7 milioni di colori.

Eseguo la potatura dei fiori del male per uso rigorosamente privato ed il confezionamento di bouquet di plastica per ogni bluff simpaticamente emerso.

C'è produzione di veli ed intercapedini frapposte: io sono il battito e l'arcolaio in ripresa cardiotessile senza manodopera estranea richiesta.

Raccolgo petali nei panorami casuali, solo quelli senza sfumature appassite dal grigiore di contorno.

Un tuffo nell'oceano è ancora troppo distante, resto asciutto.

A tuttora sussiste uno stato emotivo virante sul grigio, anzi, ancora non meglio definito.

 
 
 
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