Le ombre si fondono nelle strade del tramonto, come un tuffo nel sangue.Gli occhi si riaprono sul cielo accessibile, come un viso che riemerge dalle acque.Libero il respiro con il movimento di mani nude, sciolte da altre mani, non accompagnate.Mi riempio di brezza, di secondi che scorrono sull’orizzonte struggente.L’uomo solo si ferma sulla calma tagliente di un gradino.Mi sono intossicato di sole ed ho alterato i miei sensi di desiderio diffuso e caotico.Il tatto ha investito senza premura oggetti e persone.Il pudore non sfidò mai l'eccesso.Le carezze sognanti nascondevano tagli già decisi, non concedevano altra poesia.Sfioravo viandanti dai nomi volatili, intabarrati anche con la canicola.Mi raccontavo la storia illanguidita di un pescatore di sguardi e della sirena muta senza sentire la sete e la salsedine.Rilessi pagine rivolte ad un’immagine, riscoprendone colori non sbiaditi e la lirica nei versi dedicati ad un volto mai mutato. Poi ho schivato piacere e dolore: sono caduto, ho corso, ho lottato guerre morbide ed incruente tra i cuscini, sobillato rivoluzioni insonni per palpebre cadenti su incantevoli tappeti sonori.Ricordo la paralisi ed il sudore, il peso, il senso di rotolamento disegnato da un ciclo senza fine.Furono mesi ed altri ne passarono.Ho stretto mani, ho posseduto mani, ho amputato mani.Ho sofferto nella parola, molto di più per il silenzio.Ammutolisco la recita verbosa dell’attore.In un teatro vuoto e largo, io ed il mare ci guardiamo, ciocche ingrigite e nuvole scarlatte.Il vento alza i capelli e sparpaglia le nubi.