Post N° 197

Post n°197 pubblicato il 12 Luglio 2008 da eleperci
 

La Wunderkammer, oggi. A Rovereto spazio a otto giovani artisti...

di ELENA PERCIVALDI


pubblicato giovedì 10 luglio 2008

I latini parlavano di mirabilia, cioè di “cose degne di essere ammirate”, quando - Plinio docet - si imbattevano in fenomeni naturali come montagne altissime, grandi terremoti o eruzioni vulcaniche, ma anche volevano raccontare esseri immaginari o mitici come la chimera o la fenice. Per i cristiani, i mirabilia - guarigioni, catastrofi atmosferiche, visioni e quant'altro - diventarono miracula e furono attribuiti all'intervento divino oppure dei santi. Anche gli alchimisti parlavano di mirabilia commentando le trasformazioni della materia alla ricerca della pietra filosofale, come dimostra anche la celebre iscrizione Tria sunt mirabilia: Deus et Homo, Mater et Virgo, Trinus et Unus (Tre sono le cose miracolose: Dio e Uomo, Madre e Vergine, Trino e Uno) che compare sul rosone della cosiddetta “porta alchemica” di Villa Palombara, a Roma, a due passi da piazza Vittorio Emanuele II. In ogni caso, sempre si definiva con quel termine i portenti difficilmente o per nulla spiegabili razionalmente o, come si suol dire, “all'attuale stato delle conoscenze”. Sotto il nome di mirabilia finirono, per dire, la masticatio mortuorum - curioso fenomeno studiato nel Settecento dopo che alcuni cadaveri, dissepolti nell'Europa orientale, furono sospettati di aver eroso a morsi il loro sudario - e il vampirismo. Tuttavia, morbosità a parte, i mirabilia mantennero quasi sempre un'accezione positiva. La stessa che, nelle zone di lingua tedesca, ebbero le Wunderkammern, camere delle meraviglie, ricettacoli di oggetti strani e inusuali che si diffusero a macchia d'olio a partire dal Cinquecento e possono essere considerate le antenate degli odierni musei. Denti e ossa di drago (in realtà, fossili preistorici), rocce o pietre rare, strani animali imbalsamati, frutti esotici, reperti archeologici di civiltà di cui si erano perse le tracce: tutto questo confluiva nelle Wunderkammern di ricchi e potenti di mezza Europa. Celebri quelle di Rodolfo II d'Asburgo, di Federico Augusto di Polonia, persino di qualche monastero specializzato in “reliquie”. Una vera e propria “mania” che si nutrì nel Seicento del decadentismo barocco, horror vacui misto a memento mori, e nel Settecento dello spirito dei Lumi teso alla conoscenza e all'esplorazione scientifica. A queste suggestioni mitteleuropee si ispira la mostra “Cabinet of Curiosities”, a cura di Marta Casati, allestita al Museo Civico di Rovereto come parallel event di Manifesta 7. Una rassegna che raccoglie nelle sale dedicate alla Zoologia le opere di otto artisti tra loro assai diversi, spingendo la Wunderkammer verso la sua derivazione colta ed estetica, la Kunstkammer, ovvero la stanza dell'arte. Maria Benjamin, Sema Bekirovic, Lorenza Boisi, Henry Coombes, Peter Donaldson, Andrea Dojimi, Davide Rivalta e Christian Schwarzwald - il più giovane è nato nel 1980, il più “vecchio” nel '71 - giocano così con la natura delle cose, mischiando tecniche classiche (scultura, pittura, disegno) a linguaggi contemporanei (video, installazioni, fotografie). Il risultato è la giustapposizione, per affinità o per contrasto, di veri e propri “mostri” (nel senso latino di monstrum, da moneo, ammonire) che suscitando meraviglia tendono sempre a insegnare e ad ammaestrare. Come le parabole, o meglio ancora, trattandosi di giovane arte, le fiabe. (elena percivaldi)


Inaugurazione: venerdì 11 luglio 2008 - ore 17.00
Dall'11 luglio al 27 settembre 2008
Museo Civico di Rovereto
Borgo S. Caterina 34 - Rovereto
Info: 0464439055 -
museo@museocivico.rovereto.it
Web: www.museocivico.rovereto.tn.it

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Post N° 196

Post n°196 pubblicato il 12 Luglio 2008 da eleperci
 

Riapre dopo la ristrutturazione il Museo Retico, scrigno di antichi popoli trentini

di ELENA PERCIVALDI


pubblicato sabato 12 luglio 2008

È stato appena riaperto dopo la ristrutturazione curata dalla Soprintendenza per i Beni archeologici della Provincia autonoma di Trento. A pochi chilometri da Trento, tra prati verdi e distese di meleti e dove i paesini, coi loro campanili puntuti e le chiese affrescate sulla facciata, sembrano usciti da un quadro Biedermeier, c'è un forziere che custodisce tesori antichi. Il luogo è Sanzeno, al centro della Valle di Non, e lo scrigno in questione è il Museo Retico, che conserva anche le testimonianze del passaggio dei Goti e dei Longobardi e del periodo medievale. Un edificio in stile decostruttivista, realizzato nel 2003 dal trentino Sergio Giovanazzi, che occupa la spianata a sinistra della strada panoramica in direzione del passo della Mendola. Qui sono esposti i tanti reperti emersi dagli anni Venti del secolo scorso da numerose campagne di scavo che hanno permesso di ricostruire la lunga storia della valle. L'Anaunia, chiamata così dal suo fiume Noce - che gli abitanti preferiscono chiamare Nós -, fu abitata sin dall'XI millennio a.C., e assunse importanza grazie ai Reti, indigeni pre-indoeuropei che vivevano come in una piccola Svizzera: piccole comunità indipendenti, allevamento e agricoltura a volontà, campi e pascoli in comune e interessanti forme di autogoverno assembleare. Abili nel lavorare il ferro, enologi ante litteram (famoso il vino che producevano), erano politeisti e utilizzavano un alfabeto di tipo etrusco. E la loro fierezza, pur essendo per natura pacifici, era nota tanto che i romani dovettero investire parecchi anni e un paio di guerre prima di riuscire ad averne ragione alla fine del I secolo a.C. La loro epopea, tuttavia, non finì, come dimostrano certi usi e costumi - a cominciare da alcuni “trucchi” nella costruzione delle abitazioni - che ancora oggi, dopo millenni, si riscontrano in loco. L'allestimento del museo, opera di Maurizio Buffa, ci conduce attraverso un suggestivo "pozzo del tempo" in una spirale vichiana tra i millenni mostrandoci l'evoluzione della valle tramite attrezzi per il lavoro agricolo, oggetti di culto, statue, corredi funerari, cimeli di bronzo, epigrafi e testimonianze della diffusione del Cristianesimo. Anche nei suoi lati truculenti, come l'uccisione, il 29 maggio 397 proprio a Sanzeno, di Martirio, Sisinio e Alessandro, i cui resti riposano accanto a splendidi affreschi romanici, nella chiesa parrocchiale a loro dedicata. Il percorso museale è completato da sale conferenze, spazi per attività e laboratori didattici, una biblioteca e una vasta area esterna per l'archeologia sperimentale. In occasione della riapertura troviamo la mostra Sanzeno Antica, che illustra i risultati degli scavi condotti sul posto dall'Ottocento ad oggi. Capatina davvero consigliata: come tregua dal contemporaneo di Manifesta 7, ma anche per una pausa rinfrescante dalla calura cittadina. (elena percivaldi)


Museo Retico
Via Nazionale, 50 - Sanzeno (Trento)
Info: 0463 434125
Web:
www.comune.sanzeno.tn.it

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PUBBLICATO SU EXIBART:
http://www.exibart.com/notizia.asp?IDNotizia=24246&IDCategoria=204

 
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Post N° 195

Post n°195 pubblicato il 11 Luglio 2008 da eleperci
 

An Inconvenient Truth” di Battistelli, tratta dall’omonimo testo di Al Gore, andrà in scena nel 2011 per i 150 anni dall’unificazione. Intervista al compositore e ai protagonisti di un progetto “globale”

 

LA SCALA CELEBRA L'UNITA' D'ITALIA. PENSANDO ALL'APOCALISSE

di Elena Percivaldi

 

 

 

Teatro alla Scala, anno 2011. L’inno di Mameli, poi si alza il sipario. Ed ecco l’omaggio del Piermarini –dove risuonarono le melodie verdiane che diedero la carica al nostro Risorgimento- al 150° anniversario dell’unità d’Italia vede in scena non già Garibaldi, non già il conte di Cavour, non già le battaglie contro l’invasore austroungarico e i moti per l’indipendenza, ma la voce di Al Gore rivista e corretta, che declama  An Inconvenient Truth, “Una scomoda verità”. Cioè la minaccia dell’apocalisse ambientale, ogni giorno sempre più a portata di mano, che ha fruttato nel 2007 all’ex vicepresidente degli Stati Uniti il Nobel per la pace. A musicare il testo, adattato come libretto dal poeta  J.D. McClatchy, sarà Giorgio Battistelli, classe ’53, uno dei più interessanti compositori contemporanei della sua generazione, pluripremiato e decorato (è Chevalier de l’Ordre des Artes et des Lettres), composer in residence dell’opera di Düsseldorf. La regia dello spettacolo, che si annuncia come un evento di portata mondiale, William Friedkin, universalmente noto per aver diretto, nel 1973, L’Esorcista.  Li abbiamo incontrati alla presentazione ufficiale del progetto, sicuramente inconsueto, ma che non mancherà di suscitare grandi attese.



A spiegare com’è nata l’idea, è il sovrintendente Stéphane Lissner: «Due anni fa l’allora ministro Rutelli  mi chiese di pensare ad un progetto, da realizzare alla Scala, per il 150° anniversario dell’unità d’Italia, che cade nel 2011. Nel maggio del 2006 ho incontrato Giorgio Battistelli a Roma e gli ho parlato di questa idea. Quando ci siamo rivisti, lui mi ha proposto di comporre per l’occasione un’opera basata sul libro “Una scomoda verità” di Al Gore, vincitore del Nobel per la pace. Mi aspettavo una proposta, come dire?, più in linea con la tradizione. Ma due ore dopo, ero convinto che questa fosse la scelta giusta».



Un testo e un film (due gli Oscar vinti, miglior film e miglior canzone) di denuncia, quello di Al Gore, che passa in rassegna le previsioni degli scienziati a proposito dei cambiamenti climatici indotte dalle attuali politiche dei governi, tese allo sviluppo e allo sfruttamento selvaggio energetico del pianeta, con conseguenze già sotto gli occhi di tutti: innalzamento dei livelli di CO2 nell’atmosfera,  aumento dei gas serra, surriscaldamento del pianeta, scioglimento progressivo dei ghiacciai, inondazioni e uragani. Una catastrofe annunciata, insomma, e inevitabile se non si interviene subito non solo con una vasta cooperazione a livello globale, ma anche con una serie di comportamenti “singoli”, piccole cose che ciascuno di noi può fare per diminuire il consumo di energia e ridurre le immissioni inquinanti. 

Maestro Battistelli, perché per celebrare l’unità d’Italia ha scelto un testo come questo, che apparentemente con noi non ha alcun legame storico, e non qualche eroe nazionale?

 


«Perché non volevo lavorare su tematiche che considero ormai logorate dal tempo. Il tema dell’unità d’Italia affrontato in maniera tradizionale, con il solito soggetto mitologico-politico al centro della storia, è secondo me molto riduttivo rispetto alla situazione attuale del Paese, quindi ho preferito proiettare l’Italia nel mondo globale, con tutte le problematiche che questo comporta. Una di queste è l’ambiente, l’inquinamento che ci sta soffocando e se che non si interviene avrà sicuramente risvolti tragici. Il soggetto di Al Gore, quindi, mi è sembrato fare al caso mio. E per questo l’ho proposto».

 

Niente Garibaldi, insomma. Ma neanche richiami alla cronaca quotidiana, ai problemi dell’Italia di oggi. Come l’immigrazione, oppure i rifiuti a Napoli, che pure sono sulle pagine dei giornali di tutto il mondo…

 


«No. Volevo un tema che sganciasse l’Italia dalla politica del momento. Non volevo i soliti scontri ideologici, fascisti contro comunisti, ma un’opera che avesse qualcosa da dire a Sydney come a Bombay, a Singapore come a New York. Un’opera, quindi, che affrontasse un tema universale».

 

Uno dei problemi principali che si pongono quando si vuol ricavare un testo drammaturgico da un saggio  è come renderlo “scenico”. Come, cioè, tradurre in spettacolo una trattazione teorica che di spettacolare non ha assolutamente nulla. Come lo avete risolto?

 


«Quello tra saggistica e letteratura è un rapporto che mi interessa molto. Guardandomi attorno, mi sono accorto che oggi il saggio stimola l’immaginario collettivo assai più della poesia e della prosa. Come se la letteratura fosse più “lenta” nell’affrontare questioni di attualità: viene percepita come più lontana. E’ una riflessione che faccio anche in musica, visto che la mia ambizione è quella di cercare di interpretare il mondo tramite la mia scrittura. I compositori di oggi si dividono in due fazioni: chi crede nella narrazione e chi no. Io appartengo  alla prima categoria. Ma quello che vorrei lanciare non è un messaggio di protesta, ma una visione del possibile: l’apocalisse della chimica».

 

Come tradurrà in musica queste sensazioni di tragicità annunciata?

 


«Vorrei sperimentare una nuova tecnologia. Ho previsto la presenza dell’orchestra, dei solisti e del coro e ciascuno di essi avrà un ruolo preciso. In particolare, il coro rappresenterà la massa, la globalità del mondo, in contrapposizione ai solisti che invece saranno gli individui presi singolarmente. Musicalmente, ci sarà una grande presenza dell’elettronica. Ho previsto di collocare alcuni ricettori acustici in vari luoghi di Milano che registreranno i “rumori” della città, suoni che saranno poi rielaborati e forniranno, in certi luoghi dell’opera, il “paesaggio sonoro”, il timbro dell’orchestra. Farò inoltre posizionare anche alcune telecamere che riprenderanno ciò che avviene. Le immagini poi saranno selezionate, cancellando tutto ciò che è fermo e inerte: il movimento, tradotto in suono, interferirà invece come “colore ombra” sulle voci. Una tecnica del tutto nuova: mi ci vorranno un paio d’anni, penso, per metterla a punto e sperimentarla».

 

Il libretto sarà composto da J. D. McClatchy, poeta, traduttore e scrittore, di recente protagonista proprio alla Scala come autore del testo di 1984 di Lorin Maazel, tratta dall’omonimo romanzo di George Orwell.  «Il testo di Al Gore – spiega in inglese - è una grande lezione polemica. Ma io sono un librettista, e ciò che mi occorrono sono i personaggi, i dialoghi, l’azione. Quando abbiamo iniziato a lavorare sul progetto, una cosa ci è sembrata subito chiara: non avevamo nessuna intenzione di dar vita ad un oratorio didascalico con tanto di coro a declamare la fine del mondo, ma nemmeno creare una situazione statica con personaggi ridotti a meri tableaux vivent».

Cosa vi ha ispirato, quindi, nel libro?

 


«Ciò che ci ha ispirato in questo libro è la descrizione di un mondo in profonda crisi. La sfida della sua “traduzione” in spettacolo è stata affrontata avendo come stella polare il fatto che questo non sarà, e non potrà mai essere, un melodramma “tradizionale”. Il nostro lavoro, però, è appena cominciato, e si tratta di un work in progress, destinato a cambiare in corso d’opera e ad adattarsi alle esigenze della musica. Sappiamo, per ora, solo che avrà un inizio drammatico ed una fine, forse, ancora più drammatica. Ma una cosa è certa: non daremo “ricette per la sopravvivenza”. La nostra intenzione è quella di proporre una riflessione su temi cruciali della nostra esistenza e del nostro futuro come singoli individui e come abitanti del Pianeta. Stimolare la gente a pensare a ciò che accadrà. Ma saranno loro a decidere cosa fare in concreto e se compiere, come auspichiamo, una scelta morale».

 

La regia sarà firmata da William Friedkin, universalmente noto per aver diretto L’Esorcista (1973), ma che dal 1998 si è convertito al teatro d’opera: Wozzeck con Mehta,  Barbablù, Gianni Schicchi e Ariadne auf Naxos con Nagano, fino alle imminenti (settembre 2008) Tabarro e Suor Angelica alla Los Angeles Opera.

 

«Lavorare – commenta Friedkin - per il più prestigioso teatro del mondo, e con due uomini di grande talento come Battistelli e McClatcky,  è una sfida che non potevo non accettare. Quando abbiamo cominciato, ci siamo ritrovati di fronte al classico foglio bianco. Punto di riferimento è e sarà il libro, non il film, quindi l’opera non sarà la mera trasposizione melodrammatica di un documentario ma avrà una vita a sé. Attenzione però: qualsiasi cosa verrà fuori non dovrà avere successo solo per il messaggio che saprà veicolare, ma anche e soprattutto come opera teatrale».

Da dove nasce il suo interesse per il melodramma?

 


«Pur essendo un regista cinematografico, da anni mi cimento nell’opera perché sono convinto che il teatro sia molto più efficace del cinema per veicolare messaggi. Conosco e amo profondamente il cinema italiano, ma in giro per il mondo le pellicole che hanno successo parlano solo di supereroi in lotta col cattivo di turno per salvare il mondo. Tutta tecnologia e basta. Chi ne parlerà più tra cent’anni? Invece l’opera, scritta secoli fa, la ascoltiamo ancora oggi. Perché è universale».

 

Avete già in mente la squadra con cui lavorerete alla realizzazione dell’opera?


«Abbiamo per ora scelto un team di collaboratori di tutto rispetto: il set designer sarà Mark Fischer, il mago del Cirque du soleil,  il lighting designer Mark Johnathan del Royal Ballet di Londra, infine Michael Curry, autore delle meravigliose creature del film “Il Re Leone”. Un team con cui ho già lavorato molte volte e che sono convinto darà moltissimo a quest’opera».

 

E gli interpreti vocali?

 


«Saranno scelti – spiega Battistelli - più avanti, quando avremo terminato il lavoro. Mentre la direzione musicale sarà affidata a Gianandrea Noseda, un musicista con cui ho un’ottima affinità e  che  non teme, per citare Schönberg, la ridondanza del suono».

 

PUBBLICATO SU CLASSICAONLINE:
http://www.classicaonline.com/interviste/10-07-08.html

 
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Post N° 194

Post n°194 pubblicato il 08 Luglio 2008 da eleperci
 

Nuove sezioni di scultura e due grandi mostre per il Castello del Buonconsiglio di Trento

di ELENA PERCIVALDI


pubblicato martedì 8 luglio 2008

Pare volersi preparare al meglio per la grande attenzione che si concentrerà sulla zona in occasione di Manifesta 7, il Castello del Buonconsiglio, a Trento, che presenta una serie di iniziative strutturali ed espositive che rappresenteranno un'alternativa fresca e di tutto rispetto per chi vorrà “staccare” dalle ultime tendenze per fare un salto indietro nel passato. A partire dalle due nuove sezioni del museo, tutte dedicate alla scultura lignea dal romanico al barocco, e alla scultura lapidea. Proseguendo con l'omaggio a un artista trentino ancora ai più del tutto sconosciuto, Antonio Briosco detto il Riccio (1470-1532), nato orafo ma convertitosi in scultore più che discreto grazie allo “zampino” di Donatello. La mostra a lui dedicata, Rinascimento e passione per l'antico: Andrea Riccio e il suo tempo, oltre a presentarne per la prima volta in modo organico le opere - comprese le numerose terrecotte -, ci regala una vasta panoramica (compresa una sezione a latere allestita al Museo Diocesano) sulla scultura e sull'arte del Cinquecento veneto, che aveva il suo epicentro nella grande fucina creativa di Padova e di Venezia. Oltre al Riccio, l'occasione è buona per “scoprire” che il Castello custodisce un'interessante collezione di opere grafiche firmate nientemeno che dal grande Rembrandt. La seconda mostra (“Rembrandt e i capolavori della grafica europea”) propone dunque un'antologia di pregevoli acqueforti del maestro di Leida arricchite dal famoso autoritratto prestato, per l'occasione, dagli Uffizi. E poi di nuovo, ritorno al futuro con Manifesta. (elena percivaldi)


Mostre: fino al 2 novembre 2008
Castello del Buonconsiglio - Trento
Info: 0461233770 -
info@buonconsiglio.it

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PUBBLICATO SU EXIBART:
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Post N° 193

Post n°193 pubblicato il 07 Luglio 2008 da eleperci
 

Cortona etrusca, a settembre arriva al Maec una grande mostra dall’Ermitage

di ELENA PERCIVALDI


pubblicato lunedì 7 luglio 2008

Cortona è balzata agli onori delle cronache nel 1999 quando fu dato l'annuncio ufficiale di una delle scoperte archeologiche del secolo: una tavoletta di 50 x 30 cm in bronzo spaccata in 7 parti (l'ottava è perduta) risalente al II secolo a.C. e contenente il terzo testo più lungo in lingua etrusca fra quelli conosciuti, dopo il rivestimento di lino della cosiddetta “mummia di Zagabria” e la tegola di Capua. Lo straordinario reperto era stato scoperto nel ‘92 da un carpentiere calabrese nello scarico di un cantiere in zona Piagge di Camucia, nell'aretino. Sette lunghi anni di studio, e le 206 parole distribuite in 32 righe hanno rivelato il loro “mistero”. Il documento - una compravendita di terreni tra un certo Petru Scevas della famiglia Cusu e una quindicina di persone, certo in sé non un fatto importante - ha permesso di ricostruire una serie di parole fino a quel momento ancora sconosciute (come i numeri zal, 2, sa, 4, e sar, 10) gettando nuova luce su una delle lingue e delle popolazioni più enigmatiche della storia. La tavoletta è una delle highlights del MAEC, il Museo dell'Accademia Etrusca e della Città di Cortona, e dall'autunno 2005 - quando fu inaugurato - ha richiamato nella cittadina toscana una media di 50mila visitatori l'anno. Gli Etruschi e i loro affascinante mondo fatto di segreti (a cominciare dalle origini, ancora dibattute), insomma, “tirano”. Al punto che dal 6 settembre prossimo il Maec inaugurerà ben sette sale che ospiteranno le nuovissime sezioni dedicate alla Città e al Territorio (dall'età preistorica fino alla Cortona arcaica e alla città dei principes) esponendo tra gli altri reperti i corredi del Tumolo di Camicia, la collezione Sergardi e i ritrovamenti (2005) della necropoli del Melone del Sodo, databili al VII secolo a. C. e restaurati dal Museo. Ma non è tutto. Sempre da inizio settembre e fino al 7 gennaio 2009 Palazzo Casali ospiterà la grande mostra “Capolavori etruschi dall'Ermitage”, con 30 reperti (guida Skira) appartenenti alla fornita collezione del museo di San Pietroburgo e selezionati da Anna Trofimova, capo del dipartimento di antichità Greche e Romane dell'Ermitage, in collaborazione con la direzione scientifica del MAEC. La sinergia con l'importante istituzione russa, annunciano i responsabili del MAEC, non sarà però l'unica: l'idea è infatti quella di portare a Cortona, nei prossimi anni, le maggiori testimonianze etrusche conservate nei principali musei del mondo. In attesa di ammirare dal vivo pezzi importanti come l'iscrizione sul lino della mummia conservata nel Museo di Zagabria, o belli come il Sarcofago degli Sposi del Louvre, accontentiamoci della splendida testa di leone in bronzo della prima metà del V secolo, scelta come emblema della mostra. Ai suoi tempi probabile custode di una necropoli, ora farà da redivivo Caronte - il demone etrusco Charun è analogo a quello greco ripreso da Dante - traghettando i visitatori a ritroso, lungo le spirali del tempo. (elena percivaldi)


Presentazione: mercoledì 9 luglio 2008 - ore 12.00
Presidenza Giunta Regionale - Sala Stampa
Via Cavour, 18 Firenze
Info: 0575637235 -
info@cortonamaec.org
Web: www.cortonamaec.org

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Post N° 192

Post n°192 pubblicato il 06 Luglio 2008 da eleperci
 

IL MECENATE CON LA FOGLIA DI FICO

Nepotista, battagliero, reazionario. E pudico amante delle arti. A 250 anni dall’elezione a Papa, Padova celebra il suo vescovo. Tra luci e ombre, ecco un ritratto di Clemente XIII...

di  ELENA PERCIVALDI


 

pubblicato domenica 6 luglio 2008

Fu l’uomo più onesto del mondo; un ecclesiastico esemplare; dai valori più puri: devoto, saldo, istruito, diligente”. Poche parole dal Registro Annuale, et voilà: ecco papa Clemente XIII, al secolo Carlo della Torre di Rezzonico.
Cos’aveva di speciale questo veneziano nato nel 1693 e divenuto pontefice il 6 luglio 1758, tanto da meritarsi, 250 anni dopo, pompose celebrazioni che coinvolgeranno tutta la città di Padova in cui fu vescovo? Certo è che il buon Clemente non fu quello che si dice un liberal. Pudico all’eccesso, fu lui a far ricoprire con le foglie di fico le nudità delle antiche statue lungo i corridoi del Vaticano. Fiscale nell’applicare le prescrizioni liturgiche, s’inimicò i romani imponendo la rigida osservanza della Quaresima. Nepotista come si addice a chi viene da schiatta abituata ad acquistare titoli nobiliari a suon di sghèi, nel 1761 fece beatificare quel Gregorio Barbarigo che era stato suo predecessore nella diocesi patavina, ma che era anche suo parente per parte di madre. E che dire dei due nipoti Abbondio, che ventiquattrenne fu fatto senatore a Roma, e Gian Battista, nominato maggiordomo? E dell’inserimento, per paura dell’Illuminismo, dell’Encyclopèdie di Diderot e D’Alembert e dell’Emile di Rousseau nell’Indice dei libri proibiti?

Per questo, come per il suo carattere legnosetto, fu oggetto di sfottò e libelli satirici. Ma non da parte dei gesuiti, e ricambiò il favore. Affezionato a loro sin da quando, ragazzo, lo avevano educato, non esitò a litigare con il marchese di Pombal, il ricostruttore di Lisbona dopo il terremoto del 1755, quando questi, in vena di riforme, pensò di espellerli dal Portogallo. Lo stesso fece con Luigi XV quando il Parlamento francese osò promulgare un arrêt col quale sopprimeva l’invadente Ordine: in tutta risposta, urlò allo scempio dei diritti della Chiesa e annullò il decreto, così il re per difendere la Francia dalle ingerenze romane li buttò fuori.
Sordo alla ventata d’aria fresca che soffiava per l’Europa, si ostinò a chiudere la porta per evitare che entrassero financo gli spifferi. Così, a suon di bolle, continuò a proteggere i gesuiti condannando i sovrani che, dalla Francia alle Due Sicilie, dal ducato di Parma e Piacenza alla pur cattolicissima Spagna, li mettevano fuorilegge. Ma proprio alla vigilia del concistoro risolutivo morì, pare per un colpo apoplettico, mentre altri dicono -senza prove- che fu avvelenato.

Clemente era severo ma non gretto. Cercò di alleviare le sofferenze dei poveri, potenziò il seminario di Padova. Ma soprattutto, lontano dalla provincia, scoprì la bellezza delle arti. A Roma divenne amico del cardinal Albani, che gli insegnò a capire la pittura e la scultura, così che in poco tempo si circondò delle opere dei grandi del tempo. E fu ben consigliato se sponsorizzò Pompeo Batoni, divenne il mecenate di Piranesi e Mengs, e nominò Winckelmann sovrintendente alle antichità di Roma. A lui dobbiamo l’ultimazione della Fontana di Trevi, la costruzione dell’odierno Museo archeologico e la creazione del nucleo dei futuri Musei Vaticani. Infine, anche se dobbiamo ringraziare i suoi eredi, a lui è legato lo splendido monumento funebre scolpito da Canova.
Una figura chiaroscurale, quella di Clemente XIII Rezzonico. Le cui memorie oggi sono legate al bel palazzo omonimo che si affaccia sul Canal Grande. E che Diocesi di Padova e Regione Veneto hanno voluto celebrare ricalcando le feste che, con musica e spettacoli pirotecnici, 250 anni fa tennero impegnati i patavini per ben due mesi. Si parte il giorno dell’anniversario, il 6 luglio, con la Concelebrazione Eucaristica in cattedrale, seguita da un concerto dei Solisti Veneti in piazza Duomo. Poi, un convegno il 12 novembre a Palazzo del Bo e, per finire, la mostra al Diocesano, Clemente XIII Rezzonico. Un papa veneto nella Roma di metà Settecento.
Il mite ma risoluto veneziano torna così a far parlare di sé lungo il Bacchiglione. In tempi in cui la foglia di fico sembra tornata di moda.

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La Roma di Piranesi al Museo del Corso capitolino

elena percivaldi


Info: tel. +39 049652855; info@clementexiii.it; www.clementexiii.it

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Post N° 191

Post n°191 pubblicato il 03 Luglio 2008 da eleperci
 

A cinque anni dalla morte del grande compositore ligure, intervista ad Andrea Lucchesini che ne eseguì in prima mondiale la Sonata per pianoforte

 

«Il modo migliore per ricordare Berio? Suonarlo»

di Elena Percivaldi 

 

Beethoven, Chopin e Schubert sono i suoi indiscussi cavalli di battaglia. Ma Andrea Lucchesini è un pianista che sa andare oltre il repertorio classico affrontando con piglio e sicurezza anche gli autori contemporanei. Per lui, classe 1965, non esistono steccati, e lo dimostra la grande dimestichezza con le opere di Luciano Berio, di cui fu amico e collaboratore: basti pensare che nel 2001, a Zurigo, eseguì la prima mondiale della Sonata per pianoforte del grande maestro di Imperia, alla cui composizione peraltro aveva partecipato in prima persona verificando la fattibilità dei singoli brani via via che nascevano. Ma la sua duttilità, del resto, è nota e i suoi interessi vanno ben oltre la mera esecuzione, abbracciando anche l’attività didattica, a livello non solo istituzionale – è vicedirettore della Scuola di Musica di Fiesole - ma anche, per così dire, “privato”: sostenitore del gioco di squadra contro l’imperversare dell’individualismo odierno, ha insegnato ai suoi figli il piacere di fare musica insieme e di condividere, così, le emozioni che questo “gioco” può dare. Lo abbiamo intervistato appena conclusa la tournèe primaverile che lo ha portato in tutta Italia, da Palermo a Ravenna, da Imola a Torino.

Maestro Lucchesini, lei è interprete di riferimento per molto repertorio romantico, ma anche per il contemporaneo. In quale dei due, però, si sente maggiormente a suo agio?

«Non saprei, in quanto si tratta di due situazioni emotive molto differenti. La musica contemporanea richiede un atteggiamento di maggior razionalità, poiché è spesso connotata da una più ampia quantità di segni, che indicano con una certa esattezza la volontà dell’autore, lasciando all’interprete un minor margine di libertà. Il repertorio romantico invece, più scarno nella notazione,  suggerisce un’effusione dello spirito più immediata e libera, pur essendo maggiormente vincolato alla storia ed alla tradizione degli interpreti che ci hanno preceduto. Posso dire di sentirmi a mio agio in tutto ciò di cui riesco ad appropriarmi più profondamente, in modo da trovare in quel linguaggio un’affinità spirituale che mi permetta la massima sincerità espressiva».

Secondo lei, l'attenzione riservata alla musica di oggi è sufficiente oppure occorre seriamente darsi da fare?

«Credo che sia opportuno incoraggiare la composizione e incrementare le occasioni di ascolto della nuova musica, così da evitare che “passi” soltanto ciò che è talmente elementare da essere immediatamente fruibile ed altrettanto rapidamente sostituito da altro. In questo senso la mediazione degli interpreti è fondamentale, poiché alle loro scelte spesso corrisponde l’orientamento degli ascoltatori. Parimenti il sostegno delle istituzioni, quando accompagnato dalla reale capacità di saper distinguere ciò che di valido viene presentato, costituisce un imprescindibile appoggio al faticoso percorso della composizione».

Come giudica lo stato attuale di salute della musica? Può fare un paragone tra la situazione italiana e ciò che avviene all'estero?

«Il quadro clinico è abbastanza serio, ma non dispererei… Stiamo pagando il prezzo di un’educazione musicale carente e non diffusa, e anche se non mancano progetti pieni di fantasia e creatività, raramente ottengono un reale sostegno pubblico. La musica è troppo spesso ancora considerata da noi un qualcosa in più, una specie di optional culturale destinato ad una elite sempre più ristretta, mentre all’estero, sia nei paesi europei di antica tradizione come la Germania, ma anche – sorprendentemente – in aree disagiate come i paesi dell’America latina, si è capito da un pezzo che  un’educazione musicale di base diffusa rappresenta un valore assoluto di civiltà. Rispetto a qualche tempo fa, tuttavia, mi sembra che anche in Italia si stia raggiungendo una nuova consapevolezza in questo senso e credo che con pazienza e tenacia la situazione possa essere migliorata».

Per restare in tema: quest'anno ricorre il lustro dalla morte di Berio, ma nessuno finora sembra essersene accorto. Qual è stato - qual è - il suo rapporto con questo grande compositore, lei che ne ha eseguito in prima mondiale la Sonata per pianoforte e ha partecipato alla sua creazione?

«Si è trattato per me di un incontro straordinario, avvenuto all’inizio degli anni novanta e concretizzatosi presto in una serie di collaborazioni che ricordo con orgoglio e nostalgia. La gestazione della Sonata ha rappresentato uno dei momenti più intensi nella mia esperienza di interprete, poiché mai mi era capitato di assistere alla nascita di un lavoro – che già sapevo avrei dovuto eseguire per primo – così ‘in diretta’. Berio era un uomo di poche parole, ma capace di grandi gesti di amicizia e soprattutto di far sentire il suo sostegno e la sua fiducia in un giovane musicista sostanzialmente inesperto – come ero io allora - nel repertorio contemporaneo. Ha incoraggiato la mia curiosità, spingendomi  a tentare strade nuove con quel suo caratteristico gusto per la provocazione intellettuale. Credo che il modo più giusto di rendere omaggio alla sua memoria consista nel cercare ogni occasione per inserire la sua musica nei programmi dei concerti, magari accostandola ad opere lontane per epoca e scrittura, come egli stesso progettava proprio insieme a me poco prima di lasciarci».

A tal proposito, cosa pensa del trattamento che il nostro Paese riserva ai musicisti e alla musica in generale?

«Si tratta di una strana situazione: se da un lato la sostanziale diffusa incompetenza in campo musicale tende a sottrarre alla musica ed ai musicisti una qualunque funzione, in realtà si percepisce spesso un atteggiamento di interessata curiosità verso chi dedica la propria esistenza a quest’arte. Capita molto spesso che anche persone colte premettano a qualunque considerazione sulla musica la confessione della propria estrema ignoranza in merito; tuttavia vorrebbero saperne di più, magari amerebbero ascoltare ma non sanno da dove cominciare… insomma di nuovo il punto di partenza resta quello dell’educazione alla musica, senza la quale i musicisti rischiano di divenire nel nostro Paese una specie in via d’estinzione, cui destinare magari una riserva protetta, cioè l’esatto contrario di ciò che sarebbe giusto».   

Il suo impegno in campo didattico è noto. Può raccontarci i suoi progetti per la Scuola di Fiesole? Che speranza può avere un giovane musicista, oggi, in Italia?

«E’ una domanda a cui è molto difficile rispondere. Credo che il futuro di un musicista di oggi, nel nostro Paese, si possa costruire solo attraverso una preparazione il più possibile ampia, unita ad una grande duttilità ed alla capacità di imparare velocemente. In un mondo globalizzato come quello attuale c’è spazio per chi si mette in gioco, non teme gli spostamenti e cerca di far tesoro di qualunque esperienza. Spesso invece nel nostro sistema educativo si è privilegiata la ricerca e la coltivazione del grande talento individuale, cui far percorrere unicamente la strada di un’affermazione solistica, con le inevitabili delusioni per chi non riesce a concretizzare le proprie aspirazioni in questo senso. Molto più costruttivo mi pare invece  far sì che l’identità di un musicista passi anche attraverso l’orgoglio di appartenere ad un quartetto,  ad un trio, oppure ad un’orchestra. Fiesole in questo senso è abbastanza lungimirante: i ragazzi studiano individualmente, ma suonano anche nei gruppi da camera e partecipano all’orchestra fin da piccoli, quindi sono abituati a leggere molta musica e ad ascoltare gli altri. Il progetto didattico di Piero Farulli, pensato più di trent’anni fa, mostra ancora oggi intatta la propria carica innovativa; proseguire su questa strada è il primo obiettivo – che si scontra comunque con mille difficoltà pratiche ed economiche. Il secondo obiettivo è invece quello di estendere il progetto ampliandone la portata, in modo da permettere a molti più giovani di compiere un percorso di questo tipo».

A questo punto la domanda "politica" è d’obbligo: cosa si aspetta dal nuovo governo in materia di musica e spettacoli?

«Non so cosa si possa fare in un momento economicamente così difficile e congiunturale… Certamente ci sarebbe bisogno di un maggiore sostegno non soltanto a questo o quell’ente, ma più in generale ad una politica culturale che parta nuovamente dall’educazione quanto più possibile diffusa sul territorio, in modo da far sì che l’ascolto o la pratica di un certo genere di musica non sia affidato unicamente alle leggi di mercato, ma alla libertà della coscienza critica di ciascuno».

A proposito di mercato, da pianista come giudica il fenomeno Allevi e le sue vendite da record? E’ solo un successo passeggero costruito a tavolino dalle major discografiche, che hanno costruito un personaggio fatto apposta per far presa sui giovani, oppure si tratta di vero talento?

«Non giudico, poiché ritengo che ciascuno sia libero di esprimersi come sente e che ci sia spazio per tutti. Mi auguro tuttavia che non abbia presa sui ragazzi il messaggio che purtroppo viene rilanciato  ad ogni intervista, e cioè che si possa fare bene la musica senza lavorare duramente ogni giorno: non è così».

Quali sono i suoi progetti nell'immediato futuro?

«La partecipazione ad alcuni festival estivi e poi, finalmente, un po’ di vacanza con la mia famiglia».

Pubblicato su CLASSICAONLINE.COM:
http://www.classicaonline.com/interviste/03-07-08.html

 
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Post N° 189

Post n°189 pubblicato il 02 Luglio 2008 da eleperci

fino al 13.VII.2008
La Belle Epoque
Rovigo, Palazzo Roverella

Il ruggente quarantennio fra il 1880 e la Grande Guerra. Rivissuto attraverso la principale protagonista, la donna. Fra lustrini e paillette, languore e morfina...

di ELENA PERCIVALDI


 

pubblicato mercoledì 2 luglio 2008

I celeberrimi versi di Lorenzo il Magnifico, “Quant’è bella giovinezza…” affiorano alla memoria girando per le sale di Palazzo Roverella alla mostra sulla Belle Époque. Una mostra che restituisce il sapore dolce-amaro di una primavera sbocciata in anticipo ma tramutatasi troppo presto in autunno, senza passare per l’estate.
I quarant’anni che vanno dal 1880 alla Grande Guerra sono stati, per l’Occidente, come la prima età dell’uomo. Spensierata, fiduciosa, rutilante di energia e febbre di crescita. Le scoperte della medicina e della tecnologia, l’espansione economica e industriale, un benessere sempre più diffuso determinava un’incrollabile fede nel progresso e lasciava intravedere traguardi ambiziosi, insieme alla sensazione dell’onnipotenza possibile dell’uomo, cui nulla era precluso e negato.
Quanto tutto ciò fosse utopia, e come il sogno di felicità immortale fosse destinato a infrangersi presto, lo dimostra -prima dell’affondamento del Titanic nel 1912, con cui di fatto colarono a picco- l’altra faccia della medaglia. Quella fatta di crescenti tensioni sociali, incidenti nelle fabbriche, scioperi generali, ma anche decadenza di costumi, lassismo, utilizzo di morfina e oppio tra i borghesi, arricchiti troppo in fretta e tutto sommato timorosi di godersi veramente la vita.
La mostra di Rovigo punta con 130 opere e manifesti sul lato solare di quegli anni, sulle feste, sui teatri, sui cabaret, sulle corse a cavallo nei parchi, sugli incontri nei caffé ricolmi di ogni grazia di Dio di una società in perenne orgasmo euforico. In mezzo lei, la donna, regina assoluta del bel mondo. Ora figuretta eterea (Amedeo Bocchi, Fior di Loto), ora demone erotico (Camillo Innocenti, La sultana), ora spavalda e sbarazzina (Mondanità di Bonzagni), ora mondana sull’orlo della perdizione (Corcos, La morfinomane).
Sempre meno angeli del focolare e sempre più animatrici di vita, queste donne saranno di lì a poco destinate a trasformarsi nelle perverse maschiette dei Roaring Twenties, del Charleston e dei fumosi retrobottega del proibizionismo, esseri votanti e pensanti tanto quanto -forse più- di un maschio la cui crisi viene da questo momento, ineluttabilmente decretata con una condanna scritta a lettere di sangue.
L’oro e le perle di cui si ricoprono, però, è già offuscato, come un bella scorza che cela la parte marcia. Poco contano le camicette di voile di Giovanni Boldini, i trionfalismi (La femme) di Giacomo Grosso, i veli azzurri di Glauco Cambon e lo sfavillio delle signore che prendono il te nell’Atelier del pittore di Mario Cavaglieri.
Dietro il pallore malaticcio e languido della Margherita Gautier di Eugenio Scomparini sta già lavorando il verme della decomposizione, evocato dai compiacimenti macabri di Emilio Praga e di Olindo Guerrini, che ricalcano il sonetto Remords posthume dedicato da Baudelaire all’amata-odiata Jeanne Duval.

E dietro i colori sgargianti e il sorriso invitante della procace signorina che Leonetto Cappiello immortala nel manifesto pubblicitario dell’assenzio Gempp (1903), leggiamo un brano della Cripta dei Cappuccini di Joseph Roth: “Sopra i bicchieri dai quali spavaldamente bevevamo, la morte invisibile incrociava già le sue mani ossute”. È la sinistra ombra della guerra, che si profila all’orizzonte. La musica e le risa a breve taceranno, sovrastate dal cupo rombo del cannone.

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Mario Cavaglieri a Palazzo Roverella

elena percivaldi
mostra visitata il 10 febbraio 2008


dal 9 febbraio al 13 luglio 2008
La Belle Epoque. Arte in Italia 1880-1915
a cura di Francesca Cagianelli, Dario Matteoni
Palazzo Roverella
Via Laurenti, 8 - 45100 Rovigo
Orario: feriali ore 9-19; sabato ore 9-21; festivi ore 9-20
Ingresso: intero € 9; ridotto € 7
Catalogo Silvana Editoriale
Info: +39 042527991; info@palazzoroverella.com; www.palazzoroverella.com


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Post N° 188

Post n°188 pubblicato il 01 Luglio 2008 da eleperci

IL BELLO, CHE FORZA!

Centoventi capolavori dell’arte greca per raccontare la storia di un successo senza tempo. Dai kouroi ai crateri, dalle danzatrici ai satiri, dalle statue sensuali delle dee alle severe erme. Modelli imitati o respinti, comunque la pietra di paragone dei secoli a venire. Nel bene e nel male...

di ELENA PERCIVALDI

pubblicato martedì 1 luglio 2008

Sarà per la formazione scolastica prettamente umanistica. Sarà per il nostro senso estetico, affinato dalla presenza di tanti capolavori. Sarà, forse, semplicemente perché si tratta di pura e semplice perfezione. Fatto sta che quando pensiamo alla bellezza in campo artistico, la nostra mente evoca subito, in modo quasi automatico, le statue greche. Che con la loro imponenza, la levigatezza delle forme, le proporzioni assolute destano da sempre, in chi osserva, grande meraviglia e anche una certa invidia. Ecco perché recarsi a Mantova, di questi tempi, è una gioia per gli occhi e per il cuore. Ci si va per visitare la grande mostra La forza del bello. L'arte greca conquista l'Italia, allestita nelle sale di Palazzo Te e nelle sue Fruttiere. E non è tempo perso.
Curata da Salvatore Settis, la rassegna illustra, grazie alla scelta di centoventi opere provenienti da tutto il mondo ed esposte per la prima volta insieme, la storia della presenza dell'arte greca sulla Penisola, una presenza cruciale che ha avuto ripercussioni incommensurabili nella storia dell’arte mondiale.
L’idillio tra arte greca e Italia è antico e caratterizzato da vicende alterne, non sempre del tutto felici. Inizia ai tempi delle antiche colonie nel sud e nelle isole (VII sec. a.C.), nelle quali vasi, statue, oggetti d’arte non solo venivano importati dall’Ellade, ma anche prodotti in loco. Segnarono un gusto e un’epoca e finirono per essere imitate da tutti i popoli italici, dagli Etruschi agli stessi Romani. Proprio questi ultimi, nell’epoca della maggiore espansione (III sec. a.C. - IV d.C.), furono grandi collezionisti, a volte saccheggiatori, spesso mecenati. A loro e alla loro smania di ornare giardini e atri dobbiamo le tante copie in marmo da originale in bronzo, quasi sempre andato perduto, che ci sono rimaste. Opere che, dissepolte dalle rovine nel Medioevo e nel Rinascimento, hanno rinfocolato la fortuna dell’arte greca, diventando grazie a Winkelmann tra Sette e Ottocento ora, per i classicisti, fonte di massima ispirazione, ora, per i romantici, totem da rigettare. Comunque, un punto fermo con cui confrontarsi.
La mostra mantovana, corredata da un catalogo edito da Skira, raccoglie in un sobrio ma efficace allestimento pezzi unici, dai kouroi ai crateri a figure rosse o nere, dai ritratti alle danzatrici e ai satiri, dalle statue sensuali delle dee alle severe erme. Purtroppo di alcuni -come il celeberrimo Cratere di Vix- è proposto solo il calco in bronzo e non l’originale, non avendo il Museo di Châtillon-sur-Seine acconsentito al prestito. Ma la mancanza la si perdona volentieri, se si pensa all’estrema fragilità di un reperto che è considerato universalmente come una delle testimonianze più alte dell’arte ceramica di tutti i tempi.
Questa e altre assenze -la testa dell’Atena Parigi, l’imponente lastra del Museo di Alicarnasso- sono però ampiamente compensate da alcuni pezzi straordinari, come lo splendido Spinario dei Musei Capitolini (I secolo a.C.) o il Busto del cosiddetto Pseudo-Seneca proveniente dalla Villa dei Papiri di Ercolano.
Ammirarli ci riconcilia con la vita e con l’uomo nel senso suo più nobile, quello di interprete, anzi artefice della Bellezza. Facendoci intravedere, per un istante, l’assoluto.



elena percivaldi
mostra visitata il 14 marzo 2008

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Post N° 186

Post n°186 pubblicato il 27 Giugno 2008 da eleperci
 

Intervista a Dmitri Tscherniakov e Daniel Barenboim, regista e bacchetta dell’opera di Prokof’ev  in scena in questi giorni alla Scala di Milano

«Il nostro Giocatore? Fresco, nobile e fatale» 


di Elena Percivaldi

Un’opera seria, difficile. Ma anche ironica. E soprattutto, per i valori e i messaggi che contiene, assolutamente universale. Il Giocatore (Igrok’) è stato rappresentato alla Scala solo una volta,  nel 1996, e la produzione non era autoctona bensì arrivava da Berlino.  Questa, quindi, per quest’opera travagliata che fu scritta nel 1915-16, debuttò senza successo nel ’29 e fu revisionata del tutto dieci anni dopo, è la vera “prima volta”.  Abbiamo incontrato prima della prima il regista, il giovane russo Dmitri Tscherniakov (che firma anche scene e costumi), e Daniel Barenboim, che dirigerà dal podio.

«Questa  - spiega Tscherniakov – è un’opera che nasce da due anime antitetiche, del tutto incompatibili: nervosa e isterica quella di Dostoevskij, solare e allegra quella di Prokof’ev.  E’ quasi incredibile come due spiriti cos’ contrastanti si siano potuti trovare. Prokof’ev ha scarnificato l’Igrok’ di Dostoevskij fino a farne restare unicamente la trama, e il resto l’ha riempito di una grande energia».

Come ha pensato di trasmettere queste sensazioni al pubblico?

«Ho voluto puntare sul gruppo dei protagonisti ed esaminarne l’evoluzione: arrivano tutti insieme, condividono un angusto spazio e alla fine ciascuno prende la sua strada dopo aver subìto una sorta di catastrofe. Il messaggio da trasmettere è che la vita è un grande labirinto da cui nessuno può uscire, e che quindi nessuno può dirigere il proprio destino».

Catastrofi private e pubbliche crisi, che dal podio dominerà col consueto polso sicuro Daniel Barenboim. Il grande maestro spiega così la lettura che ha dato dell’opera.

«Il Giocatore andato in scena nel 1929 è molto diverso da quello di dieci anni dopo. Tra la prima stesura, che non piacque, e la seconda ci sono le esperienze di altri lavori importanti come L’Angelo di Fuoco: e si vede per come cambia la strumentazione. Direi che Prokof’ev tratti l’orchestra come un “paesaggio con persone” e le conferisce colori e timbri molto suggestivi». Il rapporto tra Barenboim e Prokof’ev dura da una vita. «Quando avevo 14 anni – spiega Barenboim  – ho debuttato negli Stati Uniti con le sue sonate per pianoforte e con il primo concerto per piano e orchestra. Mio padre era convinto che fosse importante per un giovane mantenere il contatto con la musica contemporanea. Nel 1955 a Parigi ho suonato per la seconda sonata di Prokof’ev ed era la prima volta che veniva eseguita fuori dalla Russia. Oltre a Prokof’ev, ho però lavorato molto su Bartok  e sui russi in genere, a cominciare da Stravinskij e da tutta la scuola pianistica che deriva da Rachmaninov. La mia ossessione era quella di modernizzare Rach  depurandolo dei suoi aspetti romantici per evidenziare il tocco “percussionista” del suo pianoforte. A diciott’anni ne avevo abbastanza».

L’esperienza di Barenboim  con Prokof’ev continua poi con le sinfonie (« ma non mi hanno entusiasmato»), infine approda al teatro: «Qui – racconta il maestro – ho trovato qualcosa di molto interessante da approfondire: il rapporto drammatico tra l’opera lirica del compositore e le sue sonate. L’orchestrazione del Giocatore è eccezionale, caratterizzata com’è da uno sviluppo che definirei addirittura mozartiano: la musica non è mai unidimensionale, cioè non esprime graniticamente un solo carattere – che sia allegria oppure tristezza- ma, come nella vita, tutto si interseca». In una confusione che si esplica, nel caso del Giocatore, nel rapporto musica-testo: «Il problema di Prokof’ev era raccontare la storia avendo come base di partenza un testo dello spessore di quello di Dostoevskij. Di solito, in casi simili i registi  risolvono confezionando uno spettacolo “basale”, senza troppi interventi, oppure viceversa  innovando con la loro personalità. Il rischio, nel primo caso, è quello di dar vita ad uno spettacolo  piatto, nel secondo, se manca il necessario rigore, di mettere in scena le proprie impressioni personali e non la storia. In entrambi, di snaturare il testo. Ecco perché Wagner preferì sempre scrivere da sé musica e libretto».

Pericolo, questa volta,  evitato…

«Con Tscherniakov ho portato in scena il Boris Godunov a Berlino e sia allora che oggi egli ha raccontato la storia in modo chiaro evitando accuratamente ogni sub testo. E in questo Giocatore, musica e scene sono compenetrate l’una nelle altre al punto che o piace l’intero spettacolo, oppure non piace nulla».

Che valori, che riflessioni può portare questo lavoro di Prokof’ev al pubblico italiano?

«Innanzitutto è la risposta di un ventiquattrenne a chi, come Djagilev, sosteneva in quegli anni che l’opera lirica fosse finita.  Anche se fosse solo per questo motivo, varrebbe la pena di metterla in scena. Ma c’è di più. L’Orchestra della Scala è italiana, certo, ma ha una enorme capacità di assimilazione dei più diversi stili. Insieme, io e loro abbiamo trovato nel Giocatore un mondo speciale. Loro hanno portato nell’opera l’italianità del canto, suonano Prokof’ev in maniera ironica e brillante, virtuosa. Intendendo con questo termine la capacità di creare nell’ascoltatore l’impressione di poter andare oltre ciò che credeva possibile».

C’è molto, però, dell’animo russo in quest’opera… a cominciare dal fatalismo. Che per Tscherniakov  è del tutto esistenziale: «Ho cercato – spiega – di raccontare l’anima della storia. Una storia bloccata, claustrofobica, che si svolge in una sala comune e in quattro anguste stanze. Nessuno dei personaggi comprende l’altro, vi è tra di loro una incomunicabilità totale, ciascuno crea di sé un’immagine che non esiste e riconosce negli altri quello che non c’è. Il vero titolo del romanzo di Dostoevskij doveva essere Roulettenburg, non Igrok’, che invece fu imposto dall’editore. E il titolo originario nasconde la vera anima dell’opera. Il gioco infatti è parte integrante dell’identità russa. Il nostro animo è sempre in attesa del compiersi del fato, e siamo convinti che dietro l’angolo ci sia sempre una vincita. L’ansia del gioco non nasconde certezze, ma solo la fede che Dio, prima o poi, bacerà anche te. E la roulette è il momento in cui il caso domina completamente l’uomo. Quindi nel Giocatore domina la dimensione fatalista, l’impossibilità dell’uomo di dirigere il proprio destino.  Che è dunque consegnato al fato, vero e unico trionfatore».

PUBBLICATO SU CLASSICAONLINE.COM:
http://www.classicaonline.com/interviste/27-06-08.html

 

 

 

 

 
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Post N° 185

Post n°185 pubblicato il 25 Giugno 2008 da eleperci
 

SEGNALO VOLENTIERI QUESTO BELL'ARTICOLO APPARSO OGGI SU "IL CENTRO":

Necropoli romana scoperta nel Fucino

Tomba con due fratellini abbracciati
Ritrovate anche collane e monete

di Pietro Guida

CELANO. Erano uno accanto all'altro, con le testoline accostate, uniti per sempre dai secoli e da un crudele destino comune. Sono stati ritrovati così i resti di due fratellini, all'interno di una tomba di età imperiale. La necropoli, riportata alla luce dagli archeologi della soprintendenza d'Abruzzo nel Fucino, è stata scoperta durante i lavori di realizzazione di un acquedotto. Quella dei due bambini è solo una delle numerose tombe rinvenute nel sito archeologico a ridosso della Tiburtina. Sono tornati alla luce anche oggetti di ornamento e culto come vasellame, bracciali, collane e monete....

LEGGI TUTTO L'ARTICOLO: http://ilcentro.repubblica.it/dettaglio/Necropoli-romana-scoperta-nel-Fucino/1480298?edizione=EdRegionale

 
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Post N° 184

Post n°184 pubblicato il 23 Giugno 2008 da eleperci
 

E' USCITO IL NUOVO NUMERO DI "STORIA IN RETE"

Barbaro? E me ne vanto!
In mostra a Venezia i popoli germanici che distrussero (e salvarono) Roma

Tra i tanti servizi interessanti (http://www.storiainrete.com/pdf/numero32/sommario.pdf)
segnalo il mio articolo sulla grande mostra di Palazzo Grassi a Venezia, che esamina se e come i "barbari" hanno davvero "distrutto" Roma, oppure se non hanno invece contribuito a gettare le basi per la costruzione dell'Europa.

IN EDICOLA, pp. 96, euro 6

 
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Post N° 183

Post n°183 pubblicato il 22 Giugno 2008 da eleperci
 
Foto di eleperci

Inaugurata a pochi passi dalla casa di Puccini la struttura
con 3300 posti che ospiterà il Festival. Noi c'eravamo...

A TORRE DEL LAGO IL MEGATEATRO
DELLE MERAVIGLIE

L’evento apre in grande stile le celebrazioni per i 150 anni
dalla nascita del genio lucchese

 di Elena Percivaldi

 Torre del Lago (Lu) - E così, ecco finalmente a Torre del Lago il Nuovo Gran Teatro all’Aperto. Una struttura splendida, che celebra degnamente Giacomo Puccini a 150 anni dalla nascita, inaugurata il 15 giugno con un grande concerto curato dal Comitato Nazionale per le Celebrazioni Pucciniane presieduto da Bruno Ermolli in collaborazione con l’Accademia Nazionale Santa Cecilia e la Fondazione Musica per Roma. Sul palco la Filarmonica della Scala diretta con la consueta perizia sul pucciniano dal maestro Riccardo Chailly. Il concerto – intitolato  “Giacomo Puccini, IV atto” - è stato replicato all’Auditorium Parco della Musica Sala Santa Cecilia. Bello anche se un po’ scontato in alcuni tratti il programma di Torre del Lago: finale del primo atto di Bohème,  finale II e III di Turandot, intermezzo di Manon, preludio del quart’atto di Edgar e finale di Suor Angelica. Buoni gli interpreti, i soprani Svelta Vassileva e Martina Serafin, i tenori  Antonello Palombi e Massimiliano Pisapia, i baritoni Carlo Bosi e Ernesto Panariello. Ottimo al solito il Coro Filarmonico della Scala diretto da Bruno Casoni.

L’evento ha visto la partecipazione di tantissimi invitati e numerosi vip (tra i quali abbiamo visto in gran forma la mitica Mirella Freni, Francesco Saverio Borrelli e Franco Tatò). Unico appunto, qualche sbavatura a livello organizzativo. Siamo arrivati alle 18 con l’invito, abbiamo dovuto attendere le 20.30 (il concerto iniziava alle 21.30) per ritirare i biglietti, che erano divisi per lettere alfabetiche a seconda del cognome, il che ha creato una coda di centinaia di persone – tra cui c’era pure l’ex presidente di Confindustria Giorgio Fassa - e molte si sono pure spazientite.  Comunque, ne è valsa la pena. L’arena è un anfiteatro moderno en plein air con numeri esorbitanti: 6.600mq di superficie per ben 3370 posti, più un auditorium interno di quasi 500. Una struttura che, grazie anche al magnifico scenario del Lago di Massaciuccoli, integra suggestivamente tradizione, ambiente naturale e innovazione tecnologica. Grazie agli ampi spazi, il nuovo teatro ospiterà inoltre nel foyer, nella platea e negli spazi antistanti opere di scultori e pittori invitati a partecipare al progetto “Scolpire l'Opera”, ma anche mostre tematiche una delle quali, “Puccini al Cinema”, sarà allestita dal 29 giugno proprio all’Auditorium.

L’inaugurazione del Teatro apre il Festival Pucciniano che quest’anno prevede, in luglio e agosto, nell’ordine Turandot (11, 19, 25 luglio; 3, 10, 23 agosto), Tosca (12, 18, 27 luglio; 8, 22 agosto), Madama Butterfly (20, 26 luglio; 2, 17 agosto) e Edgar (9, 16 agosto), precedute dal concerto (6 luglio) della Bolshoi Theatre Orchestra diretta da Yuri Temirkanov.  Oltre al Festival, tre grandi mostre che vanno sotto il nome collettivo di “Giacomo Puccini 1858 - 2008” celebrano il 150mo “compleanno” del genio lucchese e saranno allestite nel capoluogo a Palazzo Guinigi, a Pescaglia al Museo di Celle Puccini, e a Torre del Lago, nell'Auditorium Nuovo Teatro appunto.

Info: 0583417274

Link: http://www.puccinifestival.it 

da CLASSICAONLINE.COM:
http://www.classicaonline.com/inviato/appuntamenti/24-06-08.html

 
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Post N° 182

Post n°182 pubblicato il 20 Giugno 2008 da eleperci
 

Cividale, riapre il Museo Cristiano. E l'arte longobarda ritorna... sull'Altare

di ELENA PERCIVALDI


pubblicato venerdì 20 giugno 2008


Millecinquecento anni di storia e non sentirli. Riapre al pubblico sabato 21 giugno la collezione d'arte del Museo Cristiano e del Tesoro del Duomo di Cividale del Friuli, uno dei molti, straordinari gioielli di cui il nostro Paese è ricco, ma che come tanti è ingiustamente poco conosciuto al di fuori della stretta cerchia degli appassionati e degli specialisti. Oltre agli studiosi di alto Medioevo e di storia della religione, questa istituzione ha invece molto da offrire anche al profano e al semplice curioso. Il Museo Cristiano, infatti, fu fondato nel 1946 ed è sempre stato conosciuto per due straordinarie testimonianze dell'arte longobarda, l'Altare di Ratchis e il Battistero di Callisto. Ora, diretto dall'arciprete del Duomo mons. Guido Genero, si è rinnovato e ampliato e presenta in bell'ordine l'intera collezione di oggetti di oreficeria e di uso liturgico, preziosi manoscritti e codici, paramenti sacri, ma anche sculture e capolavori tra i quali il “Noli me tangere” del Pordenone e due opere del Veronese. Tutti lavori che testimoniano il prestigio e l'importanza di una città, Cividale, che dopo essersi distinta - con Aquileia - come uno dei centri propulsori della diffusione del Cristianesimo in età paleocristiana, divenne capitale del primo ducato longobardo d'Italia e poi roccaforte nevralgica dell'espansionismo carolingio verso il mondo slavo, distinguendosi come crogiolo di diverse culture. Dell'età longobarda (568-774) Cividale conserva ampie tracce, a cominciare dal bellissimo tempietto - oggi Oratorio di Santa Maria in Valle - con i importanti fregi e i rari affreschi. I capolavori più noti sono però senza dubbio l'Altare di Ratchis e il Battistero di Callisto: il primo, databile tra il 737 e il 744, è composto da un solo blocco di pietra d'Istria e rappresenta nelle quattro facce episodi religiosi quali la Maestà divina, l'Adorazione dei Magi e la Visitazione, eseguiti in uno stile piuttosto statico e strabordante - secondo l'uso cosiddetto “barbarico” - di decorazioni geometriche e vegetali; il secondo, coevo, accoppia alla consueta forma ottogonale del battezzatoio archi a tutto sesto sostenuti da una teoria di colonne corinzie in calcare bianco e bassorilievi con simboli cristologici e degli Evangelisti eseguiti, probabilmente, dallo stesso autore dell'Altare. Il Museo e i suoi tesori, ora tornati all'iniziale splendore grazie anche a un restauro che, nel caso dell'Altare, ne ha rivelato la policromia originale, candidano Cividale insieme ad altri centri (Brescia, Castelseprio, Spoleto, Campello sul Clitunno, Benevento e Monte Sant'Angelo) ad entrare nel Patrimonio Mondiale dell'Umanità dell'Unesco come parte dell'itinerario seriale “Italia Langobardorum”. (elena percivaldi)


Info: 0432731144 - 0432734105 - cdc@cartadicividale.it

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Post N° 181

Post n°181 pubblicato il 19 Giugno 2008 da eleperci
 

 

AIDA, TOSCA, NABUCCO E RIGOLETTO: ECCO LA GRANDE ESTATE DELL'ARENA

di Elena Percivaldi 

 

 

Cinque opere - si parte da Aida, si finisce con  Rigoletto - con Verdi che batte Puccini tre a uno e  un totale di 49 spettacoli: ecco i numeri del Festival lirico estivo, ormai giunto alla 86ma edizione,  che, dal 20 giugno al 31 agosto, terrà banco nella splendida cornice dell’Arena di Verona. Nomi, al solito, di primissimo piano:  le bacchette di Renato Palumbo, Giuliano Carella, Daniel Oren e  le grandi voci di Walter Fraccaro, Leo Nucci, Maria Guleghina,  Marcelo Alvarez, Ildiko Komlosi, Desirée Rancatore, tutti artisti che, insieme ai complessi artistici della Fondazione Arena di Verona, garantiscono la qualità della kermesse. 

Il sipario si alza il 20 giugno con l’immancabile Aida (sarà la rappresentazione numero 518!) di Giuseppe Verdi,  stavolta in una nuova edizione dello storico spettacolo del 1913, firmato dall’architetto Ettore Fagiuoli.  Sul podio il maestro Palumbo, regia di Gianfranco de Bosio. Le voci sono quelle di  Micaela Carosi e Amarilli Nizza (Aida), Dolora Zajick e Marianne Cornetti  (Amneris), Marco Berti, Carlo Ventre, Piero Giuliacci e Walter Fraccaro (Radames). 

Dall’Egitto a Roma,  il 21 giugno è il turno della Tosca di Puccini con regia, scene e costumi di Hugo de Ana, che riprende l’allestimento del 2006 riversato anche in dvd. Sul podio Giuliano Carella, tra gli interpreti svetta  Marcelo Alvarez. Il Nabucco di Verdi e il suo “Va’ pensiero” domineranno la parte centrale del cartellone, dal 22 giugno in scena diretto da Oren con la regia, le scene e i costumi di Denis Krief anch’esso già visibile in dvd. Nabucco sarà il grande Leo Nucci con Maria Guleghina ottima Abigaille.

 

Subito dopo la Carmen di Bizet  sarà sul palco dal 5 luglio nell’ormai celebre allestimento di Franco Zeffirelli che inaugurò la stagione areniana 1995. Protagonista nel ruolo di Carmen, Ildiko Komlosi che si alternerà con Marina Domashenko, mentre Marco Berti e Mario Malagnini vestiranno i panni di Don José. Sul podio ancora Oren, mentre le danze sono affidate al balletto spagnolo El Camborio – Lucia Real.

Infine, dal 2 agosto chiusura alla grande con il Rigoletto di Verdi, ripreso dall’edizione 2003 con la regia di Ivo Guerra e le scene di Raffaele Del Savio. Da ascoltare Leo Nucci nel ruolo eponimo, Desirée Rancatore come Gilda e Roberto Aronica nei panni del Duca di Mantova. Sul podio, di nuovo  Palumbo. 

Biglietti e informazioni:  www.arena.it, tel.  045 8005151.

Foto: Archivio fotografico Fondazione Arena di Verona

 

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Post N° 180

Post n°180 pubblicato il 19 Giugno 2008 da eleperci
 

Lo stupratore di Artemisia. Roma prova a riscattare il “maudit” Agostino Tassi

di Elena Percivaldi


pubblicato mercoledì 18 giugno 2008

Il suo volto ci è noto grazie alla ferma mano di Artemisia Gentileschi, che lo immortalò in uno dei sordidi omuncoli che, nella sua “Susanna e i vecchioni”, guardano lascivi la formosa dama bionda al bagno dandosi di gomito. E del resto, proprio con tale cipiglio doveva Agostino Tassi (1566 - 1644) guatare alla bella e giovane pittrice mentre, a lui affidata dal padre Orazio, le insegnava i segreti della prospettiva. Se ne invaghì al punto che - la storia è nota - arrivò a stuprarla, aprendo in Artemisia una ferita inguaribile non solo nel fisico, ma anche e soprattutto nell'anima. Tutti i di lei lavori avrebbero recato da quel momento in poi e per sempre - e basti il solo esempio delle varie Giuditte e Oloferne - il ricordo della verginità violata, il tabù del sangue, il desiderio di una vendetta terribile e violenta. Ma se la pulzella ci rimise l'onore, e ci volle molto tempo e un esilio volontario per recuperarlo, l'orco ci smenò - stando alla deposizione della stessa fanciulla al conseguente e logorante processo - un pezzo di membro, troncatogli dalla poverina mentre cercava di difendersi alla bell'e meglio. A questo artista torbido e inquieto, “mal huomo, mal cristiano e senza timor di Dio”, sospeso tra le nordiche suggestioni di un Paul Bril e di un Adam Elsheimer e il classicismo del divin Domenichino, Palazzo Venezia dedica una grande mostra con la non troppo celata ambizione di mandarne in soffitta le performance amatorie per metterne a fuoco, invece, le virtù artistiche. Cosa non facile, vista la penuria di lavori a lui per certo attribuiti e un'unica, scarna monografia di oltre trent'anni fa ad analizzare gli anni centrali del suo operato. E dire che Tassi dal 1610 al 1635, a Roma, fu apprezzato da una riga di pontefici - da Paolo V a Urbano VIII - e dalle loro famiglie, che gli commissionarono affreschi nei più importanti palazzi dell'Urbe (dal Quirinale al Vaticano, dalle dimore dei Pamphilj, dei Pallavicini, degli Odescalchi e via enumerando), e che lavorò alla pari di artisti riveriti come Guercino e Lanfranco, insegnando a Claude Lorrain il mestiere e influenzando (non poco) il giovane Nicolas Poussin. La rassegna mostrerà dunque la ricostruzione di molti affreschi andati perduti, ma anche i dipinti di paesaggio, nei quali il realismo più attento ai dettagli si combina ad un onirismo e ad una contemplazione enfatica delle forze oscure della natura che definire addirittura preromantica non è, forse, neppure troppo forzato. Resta comunque, come un'ombra, la biografia “maudit” di questo artista per il quale, come Caravaggio e tanti altri in quegli anni oscuri a cavallo tra i due secoli, in molte cose “più che l'onor potè il digiuno”. Riuscirà a fugarla la Roma delle “Ronde di notte” e dei braccialetti antistupro? (elena percivaldi)


Dal 18 giugno al 21 luglio 2008
Palazzo Venezia - Roma
Info: 0669994219 -
museopalazzovenezia@tiscalinet.it 

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Post N° 179

Post n°179 pubblicato il 13 Giugno 2008 da eleperci
 

Un ruffiano melodista? Tre mostre a Lucca per i 150 anni di Giacomo Puccini

di ELENA PERCIVALDI

http://www.exibart.com/notizia.asp?IDNotizia=23890&IDCategoria=204#SlideFrame_1


pubblicato venerdì 13 giugno 2008

Visse d'arte, e non poteva essere altrimenti, dato che da generazioni i suoi parenti sono stati maestri di cappella del Duomo di Lucca. Amatissimo dal pubblico, criticato quando non apertamente osteggiato dalla critica, dovette attendere la fine del secolo appena trascorso per vedersi riconosciuto - sulla scia dei giudizi già espressi da Ravel, Stravinskij, Schoenberg - il ruolo che gli spetta nella storia della musica. Sì, è proprio lui, Giacomo Puccini, da tutti orecchiato per gli acuti di Pavarotti e tenori vari sulla parola “Vincerò” (con cui termina la celeberrima aria di Calaf dalla Turandot), per il coro a bocca chiusa della Butterfly, per le gelide manine, i gigli e le rose del celebre duetto della Bohème. Al punto da passare per il re della melodia struggente e larmoyant e finire accusato dalle avanguardie musicali di Fausto Torrefranca di essere ruffiano e addirittura “commerciale”. Quest'anno ricorre il 150° anniversario della nascita e la sua terra ha deciso di celebrarlo fino a dicembre con tre grandi mostre che vanno sotto il nome collettivo di “Giacomo Puccini 1858 - 2008” e saranno allestite nel capoluogo a Palazzo Guinigi, a Pescaglia al Museo di Celle Puccini, e a Torre del Lago nell'Auditorium Nuovo Teatro. Mostre che sono una grande occasione per fare chiarezza una volta per tutte. Le esposizioni non prescindono dalla rilettura della vita del compositore con cimeli, manoscritti, partiture, fotografie e quant'altro permetta di riviverne aspetto, usi, modi e vicende personali a cominciare dalla famiglia. Ciò che si auspica debba però emergere da quest'omaggio è ciò che è rimasto finora in ombra: il suo genio e la sua tormentata modernità. È ora insomma di mettere in secondo piano i suoi amorazzi e la sua passione per i motori, che lo rendono una specie di D'Annunzio in sedicesimo, per evidenziarne l'ipersensibilità e il temperamento schivo, i drammi personali, le grandi inquietudini interiori e i desideri di rinnovamento insoddisfatti, testimoniati dall'altissimo numero di progetti musicali iniziati e mai portati a termine. Pochi sanno, ad esempio, che Puccini fu tra i primi intellettuali a intuire la potenza dei nuovi mezzi di comunicazione di massa, primo fra tutti il cinema, amandolo al punto di fare una volta l'attore ed essendone (Cecile De Mille, Fritz Lang et alii) a sua volta ricambiato. La mostra di Celle annuncia su questo aspetto un 95 per cento di materiale inedito, compreso il filmato dei funerali del compositore a Bruxelles nel 1924, e quindi la aspettiamo con ansia. Come attendiamo che sia rimarcata la sua antesignana capacità di comprendere e digerire Wagner, l'aver saputo sposare con efficacia musica sublime al dipanarsi dell'azione drammatica, l'aver dipinto con una tavolozza delicata di note scenari, personaggi e situazioni anche meglio di un grande romanziere. Non è mai troppo tardi. (elena percivaldi)


Inaugurazione: sabato 14 giugno 2008 (Pescaglia)
Dal 14 giugno al 22 dicembre 2008
Sedi varie - Lucca e provincia
Info: 0583417274 -
ufficiostampa@provincia.lucca.it

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Post N° 178

Post n°178 pubblicato il 12 Giugno 2008 da eleperci
 

Devia, Bruson e Bros per la prima volta al Piermarini nei panni di Violetta, Germont e  Alfredo.
E sul podio Carlo Montanaro, “direttore per caso”  con un brillante avvenire già scritto

 

Alla Scala in scena la Traviata dei “grandi debutti”

 


di Elena Percivaldi

 

La si potrebbe definire “la Traviata dei debutti”. Sì perché quella che si accinge ad andare in scena in questi giorni alla Scala di Milano è, di fatto, un’opera che molti dei suoi interpreti – Mariella Devia, José Bros, Renato Bruson – e anche il direttore  Carlo Montanaro affrontano al Piermarini per la prima volta.  Un’opera amatissima al pubblico, di solida tradizione, che con i suoi illustri precedenti ogni volta che viene messa in scena rappresenta una sfida. Abbiamo incontrato i cantanti, il direttore e la regista Liliana Cavani alla vigilia della “prima” (purtroppo la Devia, indisposta, sarà sostituita alla prima rappresentazione da Irina Lungu) per raccogliere impressioni, aspettative e perché no?, anche i timori.

Signora Devia, come si sente a un passo dal debutto?

«Non ho mai cantato Violetta alla Scala, ma il mio vantaggio è che comunque non sarà un debutto. E’ un ruolo che ho sostenuto moltissime volte e che sento molto “mio”. Ma proprio perché alla Scala non l’ho mai interpretato, non ho voluto vedere né sentire i precedenti. Non voglio fare paragoni: la mia Violetta sarà mia e basta. Se piacerà, bene, altrimenti pazienza».

Traviata è un’opera che Liliana Cavani ha riscoperto in tutto il suo valore solo tardi.

«La prima volta che la vidi, a Carpi, – racconta la regista – ero una ragazzina, e mi sembrò un papocchio. Un’opera poco seria, a tratti persino ridicola. A farmela apprezzare fu Riccardo Muti, che a Ravenna la cantò per me da cima a fondo al pianoforte. Capii allora che all’epoca in cui fu scritta rappresentò una novità enorme, tanto che la “prima” alla Fenice fu fischiata perché questa storia “scandalosa” fu messa in scena in abiti moderni quando il pubblico era abituato a miti e ambientazioni storiche. Vedersi rappresentati in questo modo dovette essere uno choc».

 Invece Traviata ha a suo modo cambiato la storia…

«E’ qui che nasce, di fatto, il Verismo. Un Verismo oltretutto non banale, anche e soprattutto perché contiene una forte critica sociale. A questo proposito, vorrei dire una cosa che sento molto. Purtroppo Verdi non è rappresentato, poco e nemmeno troppo bene. Io invece credo che la Scala debba avere come tratto distintivo proprio questo: rappresentare Verdi al meglio. Perché Verdi è un gigante».

Come sarà dunque questa sua Traviata?

 

 «Rispetto alle altre che ho già portato qui non molto diversa, anzi. Trovo che i personaggi siano ben definiti. Dal punto di vista psicologico non c’è nulla da cambiare rispetto alla prima volta. Allora, mi ricordo, Gianandrea Gavazzeni mi prese da parte e mi disse: “Liliana, non ti preoccupare. Deve andare male, è già scritto. Dopo la Traviata della Callas, non può che andare male”. Invece andò benissimo. Quindi avanti così».

Alfredo avrà il volto e la voce di José Bros. Il tenore iberico, già apprezzato in Italia come dimostra l’assegnazione di vari premi tra cui il “Parma Lirica” dopo la sua interpretazione, al Regio,  in Rigoletto,  ha già cantato Germont jr in passato e con ottimo successo. Alla Scala, però, vi arriva per la prima volta. «Il mio debutto è stato cinque anni fa a Madrid – racconta -, da allora ho lavorato in modo molto intenso al personaggio di Alfredo approfondendone il carattere, al quale ho cercato di restituire freschezza».

Altro “debuttante” di lusso il grande Renato Bruson, vero e proprio monumento che non ha bisogno di presentazioni. «Per affrontare Germont alla Scala – scherza - ho atteso di essere maturo… Ovviamente,  è un ruolo che conosco benissimo perché l’ho interpretato qualcosa come cinquecento volte. Questa, però, è la prima con la regia di Liliana Cavani, e la cosa mi intriga molto. Alla Scala io sono un po’ come un olimpionico: torno ogni quattro anni. Stavolta ho deciso di anticipare i tempi. Magari si trovasse sempre un ambiente come questo in cui lavorare».

Debutta sul podio, in assoluto, anche il maestro Carlo Montanaro. La storia di questo giovane direttore – ha appena compiuto 39 anni – è tutta da raccontare. Per lui l’incontro con la bacchetta è avvenuto quasi per caso. E da sogno nel cassetto si è trasformato in splendida e fulgida realtà.

Maestro, questo per lei è il debutto alla Scala, l’anno prossimo la vedremo di nuovo nei Due Foscari. Come si sente alla vigilia della “prima volta”?

 

«Emozionato. Ma non troppo preoccupato».

Qual è il suo approccio con Traviata?

 

«Per me è l’opera più delicata del repertorio verdiano, si basa su equilibri raffinati, e dietro alla apparente grande semplicità suscita un clima di magia. Io ritengo che sia un’opera molto femminile, rarefatta, tutta costruita sui rapporti tra i personaggi la cui evoluzione coincide col dipanarsi della storia, e viaggia lungo percorsi interiori. Io credo che il cardine attorno al quale tutto ruota è la figura del padre, di Germont. Ho dunque cercato di valorizzare questi spunti, trovando peraltro nei cantanti gli interpreti ideali per dar corpo a questa lettura».

Lei ha iniziato come violinista, nel 1991 è entrato nell’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino e sembrava avviato ad una brillante carriera da orchestrale. Come è finito sul podio?

 

«Ho iniziato a fare il direttore d’orchestra quasi per gioco. Era il 2000 e con alcuni amici, membri anche loro dell’Orchestra del Maggio appunto, decidemmo di mettere in scena un concerto in una chiesa. Io sarei stato sul podio. Invitammo, per l’occasione, anche Zubin Mehta, ma con scarse speranze che venisse a sentirci. Invece, eccolo lì seduto tra il pubblico. Io diressi il concerto. Essendo noi per motivi di budget in pochi e solo archi, il programma non era dei più variegati. Ma quella sera cambiò la mia vita».

Cosa accadde esattamente?

 

«Alla fine dell’Intermezzo di Cavalleria Rusticana, sentii alle mie spalle qualcuno alzarsi e iniziare, da solo, a battere le mani. Era il maestro Mehta. Non credevo ai miei occhi. Poco dopo mi diede in mano una lettera di presentazione per la Hochschule für Musik di Vienna. Lì studiai tre anni e poi iniziai una lunga gavetta. Ed ora, eccomi qua».

Ha mai più lavorato con il maestro Mehta da allora?

«No, ma so che segue quello che faccio».

Dicono che i musicisti sentono se un direttore “viene” dall’orchestra. Conferma?

 

«Assolutamente. Forse perché l’approccio di un orchestrale alle sonorità è diverso».

Lei è un direttore giovane ma ha in repertorio. Ha mai pensato di dedicarsi anche alla musica contemporanea?

 

«Ho un approccio molto classico all’opera, per questo il repertorio che prediligo è quello del nostro Ottocento. Mettere in scena il Verismo oggi per noi italiani è normale. Ciò che è difficile è ascoltare quella musica con l’orecchio di chi la ascoltava quando fu scritta, e cercare di rendere quelle sonorità.  Comunque, amo molto anche il repertorio francese e mi dedico parecchio alla sinfonica. Per quanto concerne Wagner, non mi sento ancora pronto. Meglio aspettare».

Per un direttore che ha studiato a Vienna, è curioso che lei non abbia finora diretto Mozart...

 

«E’ vero, assolutamente. Ma ciò non significa che non lo apprezzi, anzi. Ho diretto molte sue sinfonie. Per il teatro, credo che dirigere le sue opere per me sarà una grande sfida: vorrei riuscire a coniugare l’universo  che nacque in Mozart a seguito dei suoi viaggi in Italia con la sua mentalità e la sua cultura salisburghese e viennese. Un incontro interessante, non crede?».

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http://www.classicaonline.com/interviste/09-06-08.html

 
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Post N° 177

Post n°177 pubblicato il 11 Giugno 2008 da eleperci
 

POSTO VOLENTIERI QUESTA BELLA RECENSIONE AL MIO LIBRO SCRITTA DA LORENZO PELLEGRINI SU PMNET, PERIODICO MULTIMEDIALE DELLA PROVINCIA DI CUNEO.

IL LINK: http://www.pmnet.it/

L'Ogam, un antico alfabeto celtico
Cultura - Mercoledì 11 Giugno 2008

“E’ un azzardo, ma se alla base dei calcoli che porteranno all’edificazione dell’osservatorio di Stonehenge e degli altri Monumenti Megalitici insulari ci fosse l’Ogam? Impossibile asserirlo, ma nemmeno escluderlo a priori”.

In poco più di centocinquanta pagine sono condensati frammenti, ipotesi filologiche, interpretazioni, notizie, congetture, riferimenti storici sul filo esile delle certezze ricavabili dai pochi documenti disponibili e da fonti anche di prima mano, mai studiate prima. Fonti e documenti rarissimi e non omogenei, rinvenuti tra le pieghe della civiltà celtica, misteriosa, a volte oscura, studiata e spesso idealizzata oltre i limiti suggeriti dai protocolli scientifici.

Cos’è l’Ogam? E’ una scrittura nata e sviluppatasi in ambito celtico, i cui testi più antichi dei quali si ha cognizione certa risalgono al quinto e sesto secolo d.C., anche se si suppone l’esistenza di iscrizioni di origini più remote su materiali deperibili come corteccia o legno. Una delle sue caratteristiche principali è quella di non somigliare agli altri alfabeti, nei quali lettere, vocali e numeri hanno forme diverse e riconoscibili. Le poche scritture Ogamiche rimaste fino ai nostri giorni, (meno di 400 iscrizioni in tutto) avevano probabilmente scopi diversi, come la delimitazione di un confine, l’iscrizione lapidaria, il calcolo aritmetico e probabilmente anche una componente magico-simbolica; sembra si possa escludere che l’Alfabeto Ogam, molto complesso rispetto ad altre lingue, fosse stato inventato e utilizzato per un uso letterario.

Tutte le tracce più importanti sono state individuate in ambito insulare, soprattutto in Irlanda e Galles, e in quantità minori in Inghilterra, Scozia, Isole Shetland e Isola di Man. L’origine dell’Ogam e il suo uso costituiscono i due problemi centrali e di particolare fascino con i quali lo studioso deve confrontarsi e ai quali Elena Percivaldi prova a dare le sue risposte, precisando tuttavia, che allo stato attuale delle conoscenze, non è consigliabile spingersi oltre le congetture più plausibili. E lo fa evidenziando ogni volta il confine tra il dato oggettivo e il punto dove potrebbe iniziare il mito o la leggenda; questo è un modo efficace per tenere lontane le suggestioni più facili e scontate.

Le stesse tipologie di suggestioni, che, con altre premesse, in epoche e luoghi diversi, hanno incoraggiato molti studiosi e moltissimi pseudo tali a scrivere per esempio, sui Templari, tanto da rendere difficile, al profano, poter distinguere il vero dall’inventato. Elena Percivadi studiando e scrivendo sui Celti e sull’Ogam riesce a escludere, a priori, ogni possibilità, ogni credito a ciò che non sia riscontrabile secondo i canoni della migliore ricerca scientifica e storico-filologica. Ma nello stesso tempo non rifiuta l’esistenza di una trama ancora sconosciuta e segreta, poco illuminata e non ancora studiata a sufficienza, a causa soprattutto dell’esiguità delle fonti.

Tutto questo non significa che “Gli Ogam. Antico alfabeto dei Celti”, sia un’opera per pochi eletti. Il collegamento all’imponente apparato bibliografico e di note fornisce un supporto utilissimo per chi volesse controllare o approfondire l’argomento, ma il testo non ne risente in freschezza e agilità. Il volume, il primo nella nostra lingua che si occupi dell’Ogam nella sua globalità, offre spunti di studio e collegamenti che potrebbero portare a nessi a volte insospettabili. Un esempio. Un tema con il quale i linguisti si sono sempre confrontati, appena sfiorato da Elena Percivaldi, è quello del sostrato, il terreno sociale e antropologico cioè, sul quale si va a inserire, trasformandosi e sviluppandosi, una lingua e una civiltà.

L’invenzione dal nulla di una lingua, sotto questo indirizzo di ricerca, appare improbabile: a differenza dell’invenzione di un codice cifrato, di un alfabeto segreto, di un linguaggio per iniziati, adatto a un uso esoterico, magico o divinatorio (le rune, i Druidi cui più volte fa riferimento l’Autrice). Una lingua è come un organismo vivo, che subisce contaminazioni, che si trasforma, che influenza a sua volta le altre lingue in relazione ai contatti che con queste riesce a stabilire. Una scuola di pensiero ritiene ad esempio che latino si sarebbe conservato meglio in Toscana, dove si accredita l’origine della lingua italiana più pura, perché gli Etruschi, una volta conquistati dai Romani si isolarono e si estinsero insieme alla loro cultura (della quale per questo motivo conosciamo relativamente poco), contaminando minimamente il latino.

Ma anche questa è una teoria, applicabile forse, con tutti i limiti del caso, anche ai Druidi dell’Irlanda e del nord della Scozia: proprio ai Druidi, sorta di sacerdoti in contatto con le forze della natura e depositari di formule magiche, rituali segreti, alfabeti e codici da tenere a memoria, al fine di preservarli. Da qui, tracce scritte ridottissime, perché i Druidi non facevano uso della scrittura, pur conoscendone i segreti.

Una prova è fornita dal testo riportato dall’Autrice che cita il De Bello Gallico di Giulio Cesare: “primo, non vogliono che le norme che regolano la loro organizzazione vengano a conoscenza del volgo; secondo, perché i loro discepoli, facendo conto degli scritti, non le studino con minore diligenza. Succede spesso infatti che, confidando nell’aiuto della scrittura, non si tenga adeguatamente in esercizio la memoria”. Sembra configurasi, sotto questo profilo, (ma lo diciamo tra parentesi), un’analogia con un passo celebre del Fedro di Socrate: “Perché indurranno l’oblio nelle anime di quanti le avranno apprese (le lettere dell’alfabeto. NdR) per mancanza di esercizio della memoria; infatti, affidandosi alla scrittura, essi richiameranno alla mente non più attingendo all’interno di se stessi ma a segni esterni (Fedro, 275.) Era solo un esempio, ma da questo si può capire come sia difficile staccarsi dalla lettura e dal meccanismo appassionante, dopo aver intuito o immaginato innumerevoli potenziali connessioni con ambiti culturali anche remoti. Sono argomenti coinvolgenti, ostici e misteriosi, ma proprio per questo ricchi di fascino.

Elena Percivaldi, GLI OGAM. Antico Alfabeto dei Celti, Keltia Editrice, formato 150x230 -pagine 176, euro 15
brossura, con xx tavole fuori testo in b/n
ISBN 88-7392-019-5
Elena Percivaldi, trentacinque anni, giornalista professionista, critico d’arte e musicale è laureata in storia medievale; collabora con numerose riviste ed ha scritto sulla cultura celtica diversi libri tradotti in varie lingue. Vive e lavora a Milano.


Lorenzo Pellegrini
Lorenzo.pellegrini@email.it



 
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Post N° 176

Post n°176 pubblicato il 11 Giugno 2008 da eleperci
 

fino al 29.VI.2008
China New Vision
La Spezia, Camec

Dalle tradizioni millenarie al postmoderno, la carica dei cinesi arriva alla Spezia. Portando con sé le inquietudini e le contraddizioni di un universo miracolosamente in bilico. Fra tradizione e globalizzazione...

di ELENA PERCIVALDI


 

pubblicato mercoledì 11 giugno 2008

È uno scrigno di memorie incompiute, caos (dis)ordinato di esistenze che cercano una propria identità, mantenendosi in equilibrio precario fra antico e moderno, tradizioni millenarie e volontà di strappare, superare, contaminarsi. Senza paura di confronti o censure. Ma con qualche nostalgia per un mondo che non è più. Tutto questo è l'arte cinese contemporanea come ce la presenta la mostra al Camec della Spezia, che propone una selezione di ottanta opere delle collezioni dello Shanghai Art Museum...

LEGGI TUTTA LA RECENSIONE SU EXIBART:
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IL MIO ULTIMO LIBRO

E' uscito il mio nuovo libro. Si tratta dell'edizione, con traduzione, testo latino a fronte, commento e ampia introduzione, della "Navigatio sancti Brendani", testo anonimo del X secolo composto con molta probabilità da un monaco irlandese e che narra la peripezie di san Brandano e dei suoi monaci alla ricerca della "Terra repromissionis sanctorum", la terra promessa dei santi.
Un classico assoluto della letteratura medievale. Prefazione di Franco Cardini.

Anonimo del X secolo
La Navigazione di san Brandano
A cura di Elena Percivaldi
Prefazione di Franco Cardini
Ed. Il Cerchio, Rimini
pp. 224, euro 18


PER GLI ALTRI LIBRI, SCORRI LA PAGINA E GUARDA LA COLONNA A DESTRA

 

NE PARLANO:

GR2 (RAI RADIO 2): INTERVISTA (9 gennaio 2008, ore 19.30) Dal minuto 20' 14''
http://www.radio.rai.it/radio2/gr2.cfm#

ASSOCIAZIONE CULTURALE ITALIA MEDIEVALE
http://medioevo.leonardo.it/blog/la_navigazione_di_san_brandano.html

IL SECOLO D'ITALIA 12 dicembre 2008 p. 8 - SEGNALAZIONE
http://www.alleanzanazionale.it/public/SecoloDItalia/2008/12-dicembre/081214.pdf

IL SECOLO D'ITALIA  01 gennaio 2009 p.8 - RECENSIONE
http://www.alleanzanazionale.it/public/SecoloDItalia/2009/01-gennaio/090110.pdf

ARIANNA EDITRICE
http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=23436

 LA STAMPA
http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=248&ID_articolo=21&ID_sezione=&sezione

 GRUPPI ARCHEOLOGICI DEL VENETO, p. 12-13:
http://www.gruppiarcheologicidelveneto.it/VA129.pdf

IRLANDAONLINE:
http://www.irlandaonline.com/notizie/notizia.asp?ID=1231329012

 

 

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IL MIO INTERVENTO A RADIO RAI nella trasmissione NUDO E CRUDO, in onda su RADIO 1 a proposito di Halloween e dei Celti:

1 novembre, Europa tra sacro e profano

1 novembre, Europa tra sacro e profano. Ne hanno parlato al microfono di Giulia Fossà: Elena Percivaldi, giornalista e studiosa di storia antica e medievale; Flavio Zanonato, sindaco di Padova; Marino Niola, Professore di Antropologia Culturale all'Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa di Napoli; Sonia Oranges, giornalista de 'Il Riformista'; Alberto Bobbio, capo della redazione romana di 'Famiglia Cristiana'; Ennio Remondino, corrispondente Rai in Turchia. La corrispondenza di Alessandro Feroldi sulle politiche dell'immigrazione a Pordenone.

ASCOLTA: http://www.radio.rai.it/radio1/nudoecrudo/view.cfm?Q_EV_ID=230636

 

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I MIEI LIBRI / 1

ELENA PERCIVALDI, "I Celti. Una civiltà europea", 2003, Giunti (Firenze), pagine 192, euro 16.50

ACQUISTALO CON IL 10% DI SCONTO:
http://www.giuntistore.it/index.php3?SCREEN=libro&SCHEDA=1&sid=w5BNJSuwLwowzuxLJX4wizNrpOYnniok&TIPOCM=55215R

TRADOTTO IN TEDESCO (ED. TOSA)


E IN SPAGNOLO (ED. SUSAETA)

 

I MIEI LIBRI / 2

ELENA PERCIVALDI, I Celti. Un popolo e una civiltà d'Europa, 2005, Giunti, pagine 190, euro 14.50

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***

Elena Percivaldi, GLI OGAM. Antico Alfabeto dei Celti, Keltia Editrice, formato 150x230 -pagine 176, euro 15
brossura, con xx tavole fuori testo in b/n
ISBN 88-7392-019-5


Il libro è il PRIMO saggio COMPLETO in italiano sull'argomento.

L'alfabeto ogamico è un originalissimo modo di scrivere che fu inventato presumibilmente intorno al IV secolo d.C. Il nome "ogam" è stato collegato a quello di un personaggio chiamato Ogme o Ogmios: per i Celti il dio della sapienza. Nella tradizione irlandese del Lebor Gàbala (Libro delle invasioni), Ogma è un guerriero appartenente alle tribù della dea Danu (Tuatha Dé Danann). Un testo noto come Auraicept na n-éces (Il Manuale del Letterato), che contiene un trattato sull'alfabeto ogam, dice: "al tempo di Bres, figlio di Elatha e re d'Irlanda (...) Ogma, un uomo molto dotato per il linguaggio e la poesia, inventò l'Ogham.”

COMPRALO:
http://www.keltia.it/catalogo/albiziered/ogam.htm

 

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IL LIBRO DEL GIORNO

Tibet. Land of exile
di Patricio Estay
Skira Editore
pp. 224, euro 39

Volti, cerimonie rituali, frammenti di vita in seno ai templi delineano attraverso la fotografia i segni del ritratto di un mondo in cui le difficoltà morali, il fervore spirituale e la profondità d’animo vanno di pari passo con la gentilezza, l’allegria e l’immensa generosità.  Le suggestive immagini in bianco e nero, fortemente spirituali, della prima parte del volume si contrappongono alle intense fotografie a colori dedicate alla realtà di tutti i giorni (centri commerciali, prostitute) pubblicate nella seconda parte. Il libro è introdotto da un accorato messaggio di pace del Dalai Lama che pone l’accento sulla grande forza d’animo con cui il popolo tibetano affronta continuamente ardue prove nel tentativo di continuare a perpetuare l’affermazione delle proprie idee e della propria spiritualità.

 

UN MITO

 

DA GUARDARE

Excalibur
di John Boorman
(1980)

 

DA ASCOLTARE

 

Giuseppe Verdi
Messa da Requiem
  
 
Orchestra del Teatro alla Scala 
Victor De Sabata 
Elisabeth Schwarzkopf 
 Giuseppe Di Stefano 
 Cesare Siepi 
 Oralia Dominguez
Naxos

 

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