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Post N° 4

Post n°4 pubblicato il 09 Maggio 2007 da lala.mary

immagineDieci, quindici secondi di cinema, quando il pallone piroetta in rete, dopo aver sorvolato una barriera metaforica, la famiglia, con le sue pesanti tradizioni-catene, la musica intona "Vincerò" da "Turandot" e il sogno calcio di vittoria può trasformarsi in sogno americano: la squadra femminile professionista, Santa Clara, borse di studio universitarie in California e Beckham che passa all'aeroporto londinese, idolo che incarna finalmente i desideri proibiti, le opportunità di tutti infine concrete, le mete raggiungibili, i punti di partenza saldi e alcuni obiettivi già soddisfatti tanto che ci si può abbandonare a un bacio piuttosto che sbavare per la vicinanza al dio calciatore.
Ancora una commedia sulla storia delle etnie al tempo della globalizzazione e sugli stereotipi culturali, altra versione, qualcuno ha detto, di Billy Elliot, ed altra versione anche del meno recente East Is East, ma anche di Il Mio Grosso Grasso Matrimonio Greco. Le culture lontane nelle metropoli occidentali mantengono quella sorta di ghetto culturale, greco o indiano o italiano poco importa, illogico mantenimento del potere arcaico di pensieri sorpassati. La globalizzazione fa saltare tutto di fronte all'impotenza del controllo: sono più drammatiche o patetiche, perlomeno fiacche, le coperture telefoniche o i telefonini che trillano e tutti che si chiedono se sia il loro oppure quello del vicino, durante la festa di fidanzamento della sorella di Jess. La globalizzazione che passa attraverso la disintegrazione di mentalità residue. Alcuni scarti di tradizioni, in cui numerosi sono i doveri e le imposizioni, sopravvivono stancamente di fronte alla possibilità individuale di sognare il proprio futuro come meglio si crede. Beckham o qualsiasi altro manifesto di indipendenza e successo sono i veicoli di questa ardimentosa libertà (ma è citata anche una stilista di moda).

immagineSognando Beckham affronta il senso di responsabilità individuale immergendo il vissuto dei protagonisti nelle incessanti lotte con i familiari, i quali davvero non riescono a scrollarsi di dosso lo stereotipo nel giudizio che esprimono (peccato che in fondo in fondo i genitori desiderino comunque la felicità dei figli), e poi il solito stereotipo sul calcio, solo gioco "maschio". Ma tra i più illuminanti discorsi c'è quello sull'omosessualità, fantasma molto perturbante per l'ordine delle famiglie, omosessualità che a poco a poco diventa il filo sottile rovente che lega il viaggio di Jess verso l'agognata libertà.
I dialoghi non riescono ad ispirare la risata, la sceneggiatura prolissa barcolla tra un episodio e l'altro, con molti momenti di noia, ripetizioni e, più gravemente, nessuna parallela visione; tanto turismo, tante inquadrature di famosi siti londinesi, da Carnaby Street a Piccadilly Circus come se la città britannica avesse bisogno di uno spot...

 
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