CULTURA E SAPERE

CELESTINO V E I CAVALIERI TEMPLARI


  
Il nome laicale di Celestino era Pietro degli Angeleri, altrimenti chiamato Pietro del Morrone (da Morrone). Era nato in un anno imprecisato degli inizi del ‘200 (1209 o 1215) nel castello di Sant'Angelo di Ravecanina, nel casertano. Sembra che la famiglia fosse appartenuta alla piccola nobiltà di campagna ed abbia avuto un'antica discendenza longobarda. Le fonti dicono che verso il 1227 suo padre Pietro e sua madre Maria de Leone si trovassero ad Isernia, e che egli fosse curato nell'istruzione da un monaco benedettino. Poi le notizie sulla giovinezza si complicano, diventano confuse. Stando ai suoi apologeti, principalmente a padre Lelio Marini che scrisse nella prima metà del diciassettesimo secolo, sembra che Pietro fosse entrato nell'ordine cistercense presso l'Abbazia della Ferrara di Vairano Patenora (Ce) nel 1230. Tuttavia Marini pare accennare ad un'altra ipotesi, ovvero che si fosse fatto monaco presso l'abbazia di Santa Maria a Faifoli, situata nel territorio di Montagano, in Molise. Un altro esegeta, il cardinale Castore Stefaneschi che ne scrisse una biografia in rime, confermò la data pur annoverandolo tra i frati benedettini. Il legame di Celestino con gli insegnamenti di San Benedetto dovette essere stato sempre vigoroso, se egli stesso in vecchiaia si trovò a dichiarare di esserne stato un sincero ammiratore. Comunque tra le fonti non esisterebbe un vero contrasto, e nemmeno una differenza sostanziale tra i due ordini monacali. Difatti l'Ordine Cistercense si sviluppò dalla cosiddetta “riforma di Cluny”, ma rimase pur sempre inserito nella grande famiglia
benedettina. Piuttosto, ciò che ora risulta strano è che entrambi i rami monastici non avessero rivendicato la proprietà del santo quando Celestino fu innalzato agli onori degli altari. Ma il fatto, come vedremo, potrebbe avere altre spiegazioni. Nel 1232 frate Pietro degli Angeleri era a Roma per ricevere l'ordinazione sacerdotale. Nella capitale sarebbe rimasto almeno cinque anni, durante i quali avrebbe intrecciato rapporti con l'Ordine Florense istituito dal mistico calabrese Gioacchino da Fiore alcuni decenni prima. Nel 1239 raggiunse un eremo alle pendici del monte Morrone (da cui il suo soprannome), nel Sannio. Vi rimase fino verso il 1260 per riflettere sul concetto di divinità e per redigere quella dottrina che diventò fondamento della congregazione dei Frati Celestiniani (Celestini),
basata sulla estremizzazione della meditazione, della preghiera e della spiritualità monasteriale. Nel 1263 avrebbe compiuto a piedi nudi un viaggio fino a Lione, in Francia, per incontrare papa Urbano IV e per sottoporgli i precetti della nuova regola monastica. Se la sofferenza dei piedi scalzi potrebbe costituire una pia leggenda, è invece storia che papa Urbano avesse riconosciuto regola e congregazione con entusiasmo. Tornò in Italia scortato da un gruppo di cavalieri provenzali dell'ordine templare, istituzione con cui Celestino sarebbe stato in stretta relazione nel brevissimo periodo di pontificato per
propiziare la deposizione in terra picena, a Loreto, delle reliquie della casa di Nazareth (cfr. Gabriele Petromilli, "I Templari e la Santa Casa di Loreto"). Un altro elemento accomunò Celestino alla dottrina gioachinita: la forte componente spiritualistica degli ideali religiosi, mutuata verosimilmente dal movimento francescano degli “Spirituali” sviluppato soprattutto nell’Italia centrale dagli inizi del ‘200.Gli Spirituali si richiamarono all’ideale di Francesco di Assisi di una fratellanza universale caratterizzata dalla assoluta povertà e dalla rinuncia di ogni privilegio. Tuttavia essi si distinsero dall’afflato francescano delle origini per avere creduto nella profonda antitesi tra la Chiesa “carnale” e la Chiesa “spirituale” (da cui il nome del movimento), per avere adottato la suddivisione di Gioacchino da Fiore in ambito storico, e soprattutto per aver fatto utopia di un’epoca escatologica di povertà e di pace terrene, durante la quale la Chiesa avrebbe dovuto essere guidata da un “vir spiritualis”, paragonabile al “pastor angelicus” preconizzato da Gioacchino.Il movimento subì un’energica radicalizzazione a partire dagli inizi del quattordicesimo secolo. Assunse contenuti dottrinari e forme religiose nettamente ereticali, e la Chiesa non lesinò a colpirlo duramente. Sul finire dello stesso secolo il movimento, a cui nel frattempo era stata attribuita denominazione di “Fraticelli de paupera vita”, era quasi completamente scomparso.Un’altra componente incomprensibile dell’attività religiosa di Pietro degli Angeleri, tuttora poco analizzata dagli storici, consistette nel legame con i Templari, certamente forte ancor prima del suo viaggio a Lione.Di primo acchito si potrebbe collegare il fatto al più che amicale rapporto tra gli ordini templare e cistercense, al quale Celestino sarebbe appartenuto, ma alcuni elementi di prassi politica, di valenza storica, supererebbero questa ipotesi sbrigativa. E’ noto che dei Templari gli avessero fatto scorta nel ritorno dalla Francia, che avessero disposto una nave per portarlo fuori dall’Italia. Ma forse un avvenimento che potrebbe decifrare il mistero di questo legame, potrebbe consistere nella sistemazione in suolo italico di alcune importanti reliquie di Terra Santa. Tra queste, la deposizione in terra picena dei resti della casa nazaretana di Cristo, che sarebbe stata curata dai Templari e alla quale Celestino avrebbe dato appoggio diplomatico nei mesi del suo pontificato, come sostiene Gabriele Petromilli nel testo sopra menzionato. Anche l’aspra diffidenza che papa Bonifacio riversò sull’Ordine del Tempio e l’esenzione da parte dei Templari laziali ad intervenire in suo soccorso ad Anagni, potrebbero costituire indizi dell’assonanza politica, e fors’anche dottrinaria, tra Templari e papa Celestino. Successivamente, il frate Pietro degli Angeleri divenne abate di Santa Maria a Faifoli,
la stessa abbazia in cui, secondo la fonte già citata, sarebbe stato accolto monaco oltre quaranta anni prima. Mantenne l'incarico per quattro anni, poi si ritirò nuovamente sul monte molisano e quindi in alcuni cenobi dell'Abruzzo. Nei primi giorni del luglio 1294 fu eletto papa per acclamazione da un'assemblea di vescovi impazienti di un drastico rinnovamento spirituale della Chiesa. Fu incoronato pontefice a L'Aquila. Pochi giorni dopo emanò il suo unico decreto, con il quale istituiva la cosiddetta “festa della perdonanza” nel capoluogo abruzzese. Gli storici ancora non sono riusciti a definire con precisione quali avvenimenti abbiano costretto Celestino V ad abbandonare il trono papale, quali siano state le motivazioni nelle quali Benedetto Caetani, il futuro papa Bonifacio VIII, ebbe una forte ingerenza ed una influenza decisiva. Il 13 dicembre 1294 Celestino si spogliava dei simboli pontificali e consegnava la rinuncia alla carica. Poi pressato dai nemici politici fuggiva verso Brindisi per imbarcarsi alla volta della Grecia su una nave messa a disposizione dai templari locali. Al largo di Santa Maria di Leuca l'imbarcazione fu colta da una tempesta e, priva di governo, fu ributtata dai marosi sulle coste salentine.
Si dice che Celestino, vecchio, stanco e sfiduciato, si sia consegnato ai nemici che, per decisione del nuovo papa Bonifacio, lo rinchiusero nel castello frusinate di Fumone dove morì due anni dopo. Quattro anni dopo la morte le sue spoglie furono trafugate, si dice da alcuni cavalieri templari e deposte nella chiesa di Santa Maria di Collemaggio a L'Aquila, dove tuttora sono conservate. Nel 1313 il pontefice avignonese Giovanni XXII elevò papa Celestino V agli onori degli altari dopo un processo di canonizzazione rapidissimo.