CULTURA E SAPERE

L'AQUILA E' LA RINASCITA


L'Aquila è città dell'Abruzzo sorta poco tempo dopo la metà del XIII secolo, per decreto dell'imperatore Federico II, a partire da preesistenti insediamenti rurali e cisterciensi. Nel 1259 papa Alessandro IV vi trasferì la sede episcopale di Forcona. Di orientamento guelfo, fu distrutta da Manfredi nel 1259, mentre Carlo I D'Angiò ne ordinò la ricostruzione. Sotto gli Angioini divenne la seconda città del Regno di Napoli e conobbe un notevole sviluppo economico e culturale. Nel 1423-24 sostenne l'assedio postole da Braccio di Montone; fedele agli Angioini, nel 1485 si sollevò contro gli Aragonesi, ma già l'anno successivo ricadde sotto il dominio di Alfonso II d'Aragona. Colpita da un sisma nel 1458 e da una pestilenza nel 1477, la città declinò progressivamente nel XVI secolo. L'Aquila è una città sui generis, nata non per una casualità, ma secondo un disegno armonico. Fu costituita dall'unione di molti villaggi della zona (99, secondo la tradizione leggendaria, in realtà in numero vicino a questo, ma quasi certamente inferiore), ognuno dei quali costituì un quartiere che rimase legato al villaggio-madre e fu considerato parte dello stesso per circa un secolo. Nella nuova città demaniale i cittadini dei castelli inurbati dentro le mura (intra moenia) e quelli rimasti nei castra d'origine (extra moenia) mantennero gli stessi diritti civici e nell’uso delle proprietà collettive, come pascoli e boschi.  La leggenda vuole che 100 castelli abruzzesi si riunissero per fondare la città dell'Aquila. Ogni castello doveva fondare in città una piazza, una chiesa e una fontana per un totale così di 100 piazze 100 chiese e 100 fontane, ma, all'ultimo momento, un castello ci ripensò. Gli altri 99 castelli,
però, decisero di fondare lo stesso la città che così ebbe 99 piazze, 99 chiese e 99 fontane. In realtà i castelli che fondarono la città furono meno di 99 e molti di essi erano semplici villaggi di poche decine di abitanti che scomparvero nel giro di qualche decennio e non furono in grado di fondare alcunché a L'Aquila. Quando fu scelto il sito per la fondazione del centro, si individuò un luogo chiamato Acquilis o Acculi o anche Acculae, per l’abbondanza delle sorgenti che vi sgorgavano. La zona era in una posizione strategica tra i due poli entro i quali doveva nascere il nuovo sito urbano e cioè i due centri di Forcona e Amiternum. Acculi, vicina anche al fiume Aterno, corrisponde all’attuale Borgo Rivera, dove oggi si trova la Fontana delle 99 cannelle; al tempo della fondazione sorgeva lì una chiesa con un monastero, Santa Maria ad Fontes de Acquilis (o de Aquila). Fu dunque scelto per la nuova città il nome di Aquila, che riprendeva il toponimo già esistente, ma che richiamava anche l'emblema dell'aquila imperiale, secondo il Diploma di fondazione attribuito all'Imperatore Corrado IV. Nello stemma della città appare, infatti, un'aquila. Lateralmente si legge la divisa “Immota manet” e l’abbreviazione PHS. Il motto “Immota manet” significa “Resta ferma”. L’espressione è forse tratta da un verso del poeta latino Virgilio, che attribuisce alla quercia la capacità di radicarsi fortemente e dunque di restare ferma, ben salda. Il PHS è un vero mistero. Alcuni pensano ad un errore di trascrizione del motto Iesus Hominum Salvator o del nome di Cristo (secondo San Bernardino); altri ritengono che significhi Publica Hic Salus, cioè “Qui [c’è] la salute pubblica”. L'Aquila è centro legato alla figura di
Celestino V, elettovi nel conclave tenutosi nel 1294. Celestino V, Piero da Morrone (Sant'Angelo Limosano, Campobasso - Fumone, Frosinone, 1296), fu papa dal maggio al dicembre del 1294. Di umili origini, divenne monaco benedettino nel monastero di Santa Maria di Faifoli, ma nel 1231 se ne allontanò per intraprendere la vita eremitica sul massiccio della Maiella, presso Sulmona, prima sul monte Porrara e poi in una grotta del monte Morrone. Eletto il 5 luglio del 1294, cadde subito sotto l'influsso di Carlo II d'Angiò che lo fece consacrare nella basilica di Collemaggio e cercò di convincerlo a stabilire la sede pontificia a Napoli. Disgustato dai maneggi dei cardinali, decise di abdicare il 13 dicembre del 1294. Si ritirò allora di nuovo in un eremo, ma il successore Bonifacio VIII lo confinò nella rocca di Fumone, dove morì nel 1296. Celestino V fu canonizzato nel 1313. Il 29 settembre del 1294, il pontefice aveva istituito la Perdonanza a beneficio della chiesa di Santa Maria di Collemaggio, di cui egli stesso aveva promosso l'edificazione nel 1287. Il provvedimento concedeva l'indulgenza plenaria ai visitatori della basilica in occasione della festività della decollazione di San Giovanni Battista (29 agosto). La Perdonanza celestiniana fu soppressa nell'anno successivo da una bolla di Bonifacio VIII che in essa vedeva un ostacolo alla centralizzazione dei poteri papali.
La Perdonanza di Celestino V si svolge ogni anno, nei giorni del 28 e 29 agosto.Il terremoto che ha colpito il capoluogo abruzzese il 6 aprile scorso, rilevato alle ore 3:32 di notte (3.33 a Roma) e che purtroppo ha causato ingenti danni e la morte di molte persone, è stato preceduto da una scoperta forse in qualche modo collegata. Il 5 aprile, infatti, sono stati divulgati i risultati di una ricerca condotta da Barbara Frale, (archivio segreto Vaticano)secondo cui l'idolo venerato dai Templari era la Sindone. "Nel 1978 lo storico di Oxford Ian Wilson, ricorda la studiosa, fu il primo a sostenere la tesi che il misterioso «idolo» barbuto dei Templari fosse in realtà il telo rubato dalla cappella degli imperatori bizantini nel 1204, durante la quarta crociata e che i Cavalieri l'avessero custodito in segreto. Ora Barbara Frale spiega di aver trovato 'molti tasselli mancanti' a sostegno della teoria, ossia fonti inedite che spiegano anche le ragioni dell'adorazione e della segretezza. 'I Templari si procurarono la Sindone per scongiurare il rischio che il loro ordine subisse la stessa contaminazione ereticale che stava affliggendo gran parte della società cristiana al loro tempo: era il miglior antidoto contro tutte le eresie', scrive. 'I Catari e gli altri eretici affermavano che Cristo non aveva vero corpo umano né vero sangue, che non aveva mai sofferto la Passione, non era mai morto, non era risorto'. Che l'avessero trafugata i Templari o fosse stata acquistata, doveva rimanere nascosta: sui responsabili del saccheggio pendeva la scomunica di papa Innocenzo III, ma era una reliquia potente e ne valeva la pena: 'L'umanità di Cristo che i Catari dicevano immaginaria, si poteva invece vedere, toccare, baciare. Questo è qualcosa che per l'uomo del Medioevo non aveva prezzo'." Non indugio sulle valutazioni della Frale circa la dottrina dei Catari e la presunta ortodossia dei Templari: sono interpretazioni frettolose e discutibili, irrigidite in una schematica e, a mio parere, errata contrapposizione tra ortodossia templare ed eterodossia catara, laddove si sa che l'ordine monastico-cavalleresco, la cui regola fu dettata da Bernardo di Chiaravalle, annoverò tra le sue fila qualche sostenitore dei "buoni cristiani". Al tema ho già dedicato alcune riflessioni e non mi ripeterò. Qui tuttavia noto che L'Aquila è città templare: vicino alle posizioni dei Cavalieri di Cristo fu Celestino V, come d'altronde Dante Alighieri. Altresì bisogna osservare che, a causa del sisma, la Basilica di Collemaggio, in cui sono custodite le spoglie mortali del papa eremita, ha subito crolli e lesioni. E' una chiesa di cui chi scrive, alcuni
mesi fa, esaminò un singolare bassorilievo raffigurante una torre con una mezzaluna. Pare che l'edificio sacro abbia subito danni seri e "la ricostruzione potrebbe essere un pretesto per cancellare definitivamente i simboli legati al rosone, ossia frequenze, rapporti metrici, riferimento alla precessione degli equinozi ed ai cicli delle ere. Sono segni che lo studioso Michele Proclamato stava analizzando. Egli ha denunciato che volevano essere scientemente nascosti tramite nuove pavimentazioni" (M.B.) Si riporta che l’eremita, di ritorno da Lione, dove aveva ottenuto l'approvazione dell'ordine dei Fratelli dello Spirito Santo, nei primi mesi del 1275, si trovò a passare la notte a L'Aquila. Si racconta che, in sogno, la Vergine Maria (?) gli comandò di erigerle una basilica sul Colle di Maggio. La costruzione, che in un centro di recenti origini come era L'Aquila a quel tempo costituiva una novità, fu lunga e complessa tanto che la chiesa, benché ultimata, poté essere consacrata solo nel 1288 e la fabbrica del monastero annesso era ancora in corso quando Pietro da Morrone vi fu incoronato pontefice, il 29 agosto del 1294. Bisogna ricordare infine che la decollazione del Battista si celebra proprio il 29 agosto, lo stesso giorno in cui si svolge la Perdonanza.  L'Ordine del Tempio adottò nelle proprie costruzioni militari e religiose, una serie di figure simboliche, ogn' una delle quali aveva un preciso significato religioso ed esoterico, alcune delle più eclatanti scoperte degli ultimi anni sul simbolismo architettonico sacro sono da riferirsi alla ricercatrice Maria Grazia Lopardi che con attento studio e certosino lavoro d'archivio (andando contro una visione storico-religiosa comune) è riuscita a svelare il segreto della Basilica di Collemaggio: la Basilica che prima era solo estetica ora è anche contenuto.Tratto dai suoi libri sulle scoperte nella basilica dello Spirito:...... svelando i segreti della scienza sacra custoditi nei secoli ..... nel rettangolo della facciata in alto si aprono tre splendidi rosoni di cui uno romanico e due gotici:
il rosone centrale ha dodici raggi che poi divengono 24, quello di sinistra 12 raggi e quello di destra 14. Se il centro rappresenta il sole e con esso il Cristo, il dodici suggerisce i 12 apostoli, ovvero i 12 segni dello zodiaco che influenzano l’universo che conosciamo: l’insegnamento iniziatico parla anche di 12 punti magnetici, dodici forze di un altro zodiaco non visibile quello a cui il testo gnostico della Pistis Sophia allude quando fa dire al Cristo: Rallegratevi e siate contenti poiché, quanto mi preparai per il mondo, portai con me, come vi avevo detto fin dall’inizio, dodici forze. Io avevo ricevuto queste forze dai dodici liberatori della Tesoreria della Luce, secondo il comandamento del primo Mistero. Infine il 14 allude ai sette aspetti della creazione, le sette note, i sette colori dell’arcobaleno, la costituzione settenaria dell’uomo etc. che uscendo dal sole centrale, dall’Uno, si duplicano nei due aspetti maschile e femminile che caratterizzano la manifestazione. Dunque dai tre rosoni penetrano nella costruzione le forze del divino che la rendono viva e pulsante in armonia con le sue leggi, attraverso di essi, il sole entra compiendo le sue danze regolari nel corso dell’anno per poi esprimere il suo antico ruolo di simbolo del divino allorché al solstizio d’estate ed il 15 agosto (giorno dell’Assunta a cui la chiesa è dedicata), si esibisce in straordinari giochi di luce il raggio di luce
che filtra dal rosone centrale colpisce il punto preciso simbolicamente rappresentato sull pavimento. Se si
osserva il portale centrale  delle trabeazioni segnalano il ruolo di mediazione della chiesa, tra terra e cielo, costruzioni in cui le energie del cielo e della terra si incontrano e dove si manifesta il quinto elemento, l’etere fuoco. La bellezza del portale maggiore ed il suo ruolo di centro inducono a collegarlo all’astrale purificato, al cuore attraverso cui si manifesta la luce divina, mentre il portale di sinistra sembra legato all’eterico, la dimensione energetica della natura in una condizione di purezza paradisiaca, dato che lo ornano elementi della natura, foglie, piccoli frutti, una rana, un pesce, nonché due gnomi, creature eteriche della terra. A conferma, nelle sculture che ornano la parte alta del portale appare il Paradiso terrestre, ovvero una dimensione pura della materia non ancora densa, con Adamo, Eva, il serpente ed una sirena bicaudata che esprime il principio del dualismo cosmico che si manifesta nella creazione. Inoltre i capitelli sono ornati agli angoli da teste umane recanti delle foglie come se fossero cappelli: si tratta di esempi di “uomo verde” tipici della tradizione celtica, esprimenti il potere rigeneratore della natura. Entriamo ora in S. Maria di Collemaggio con la consapevolezza che si sta varcando una soglia dimensionale oltre il telo che accolse il corpo di Gesù. Secondo gli antichi insegnamenti misterici si entra nel lenzuolo funerario per morire, rinascere e essere trasformati. L’iniziale meraviglia che suscita la chiesa con la sua bellezza è nulla rispetto alle sensazioni che un luogo per eccellenza magico produce in chi lo visita “aperto”, disposto ad ascoltare cosa emerge in sé entrando in un…crogiolo alchemico. La basilica che custodisce i resti mortali di Celestino V, da lui realizzata, teatro della sua incoronazione, racchiude uno spazio vibrante dove le emozioni negative si placano e l’anima si dispone all’ascolto, senza giudizio, liberata dalle leggi e dalle colpe. Un pavimento costituito dall’alternanza di
losanghe rosse  indica un simbolo inequivocabile nella geometria sacra: la vesica piscis  legata al
femminile ed all’elemento acqua e poi per derivazione al pesce, al Cristo che attraversa le acque del divenire senza esserne travolto.La vesica piscis, è un simbolo femminile somigliante alla vulva (vesica in latino vuol dire anche vagina), ma suggerisce anche l’idea di un pesce legato all’elemento acqua, femminile per eccellenza. E’ noto che nella simbologia cristiana il pesce sia Gesù (dal greco ictus le cui iniziali stanno per Gesù Cristo figlio di Dio salvatore), colui che cammina sulle acque e che è stato generato dal Principio femminino, da Maria Vergine, la materia che ha in sé il principio di trasmutazione per manifestare l’Uomo Nuovo, “Quello che deve venire”. La distesa di losanghe esprime dunque l’idea che si attraversi l’acqua dominando le passioni, ma anche che si proceda su un cammino di purificazione, immersi nell’acqua viva che secondo Ezechiele e Zaccaria per inondare tutti della grazia dello Spirito Santo: “..uscirà da Gerusalemme …poi mi mostrò un fiume di acqua viva che sgorgava dal trono di Dio e dell’Agnello” (XXII,1 Apocalisse). La losanga, come il quadrato simboleggia, altresì, la materia con gli elementi che la compongono (terra, aria acqua, fuoco) ed a loro volta i quattro grandi rettangoli (partendo dai pilastri, numero che simboleggia l’intermediazione mariana tra terra e cielo). Con il Cristo della tradizione evangelica camminiamo sull’acqua, dominiamo le passioni per raggiungere, in corrispondenza con la Porta Santa che viene aperta in occasione della Perdonanza celestiniana, un tratto
di pavimento, dove si ripete la croce della facciata si entra effettivamente nel telo sindonico lì dove la materia umana viene sottoposta alla sollecitazione delle forze che la mettono in movimento inducendola alla trasformazione. Ciò è reso possibile dalla presenza di un simbolo che è l’omphalos
della costruzione, una croce che ha smussato i propri spigoli arrotondandoli, la pietra filosofale degli alchimisti che porta tutte le croci.Se l’intero pavimento dunque indica il lungo cammino attraverso la materia per pervenire infine alla trasformazione e dunque alla dimensione spirituale, particolarmente interessante diviene il discorso se ci soffermiamo sul rettangolo delle croci, in corrispondenza della Porta santa. Infatti attraverso questo varco, allorché viene aperto dal vespro del 28 al vespro del 29 agosto ogni anno in occasione della Perdonanza, chi è pronto a varcare la soglia tra dimensioni entra direttamente nel rettangolo con le croci e la croce-fiore per realizzare la morte iniziatica nel telo funerario che l’ha accolto, come nelle antiche iniziazioni in cui il candidato veniva posto in un sepolcro o in una bara, e/o avvolto nel telo funebre
dove avveniva la sua trasformazione radicale. Allora la Porta Santa si trova a simboleggiare la porta stretta, il cammino accelerato -rispetto a quello evolutivo- di chi ha accettato di compiere un lavoro interiore, quello espresso da Celestino con la formula ”vere penitentes et confessi”.Probabilmente dunque la porta all’epoca di Celestino, consacrata nel 1288, era limitata alla metà della porta trecentesca, quando in occasione della Perdonanza celestiniana si apre la porta in direzione nord-nord est, dalle tenebre si procede verso la Luce, affrontando le tenebre interiori e permettendo alle energie della trasformazione di trasmutare la materia umana le cui scorie (la cui densità) cadono nel fondo dell’alambicco. A Conferma del processo del messaggio della spiritualizzazione della materia attraverso un processo di morte (iniziatica) e rinascita completamente trasformati, verso la linea delle colonne di destra, su di un tombino
appare un simbolo che René Guènon chiama Quatre de Chiffre, dedicandogli un capitolo nel libro Simboli della Scienza sacra: è il marchio della maestria, la fase del processo alchemico della morte e della rinascita, in cui appare una croce che sotto l’effetto del triangolo, la Trinità, lo Spirito che agisce nella materia, si duplica passando dal quattro all’otto per terminare poi in un cerchio, lo Spirito.