Roma: nei circa novanta anni successivi alla morte di Commodo, fra aspiranti e titolari si avvicendarono almeno ottanta Imperatori, in un clima di turbolenze e intollerabili sopraffazioni, degenerate in un'anarchia tale da rendere necessario il ricorso ad un personaggio forte: di doti intellettuali e di genio militare; di coraggio e di spregiudicatezza; di senso pratico e di acume politico. Tali requisiti, nell'anno 284 d.C. furono individuati nel dalmata Diocleziano, figlio di un liberto e Comandante della Guardia Pretoriana: uomo appropriato al momento storico ed in grado, con la sua
limpida e lucida intelligenza, di realizzare quella necessaria riforma radicale che reinsediasse nell'Urbe stabilità ed ordine. Egli comprese fin da subito che l'enormità del territorio; l'esigenza di mantenere ordine nelle colonie e l'obbligo di presidio costante delle frontiere esigevano un apparato amministrativo efficacemente organizzato. Spostata la residenza a Milano; garantita la inespugnabilità dei confini; chiamato alla corregenza Massimiano, distribuì gli incarichi di governo in quattro realtà, attraverso le quali gli fosse riconosciuto l'esercizio di un illimitato potere che restaurasse un impianto monarchico assoluto; che inquadrasse la sua immagine imperiale nella tradizione persiana dell'isolata ed inattaccabile egemonia; che relegasse il nuovo Senato in una dignità di impronta aristocratica; che riproponesse come risorsa economica la schiavitù abrogata dalla Pax Romana di Augusto; che innovasse, attraverso il sostanziale recupero dell'agricoltura, la posizione reddituale dei cittadini; che ridisegnasse le imposte, attraverso un rinnovato impegno della servitù della gleba; che spianasse la via ad un assetto sociale di ispirazione gerarchico/orientale; che proponesse i collegia: una sorta di associazione professionale propedeutica alle corporazioni medievali; che rilanciasse la tradizione piramidale di un establishment, alla cui testa restasse inamovibile un'autorità suprema non immune all'arbitrio. In sostanza, da cima a fondo della sua organizzazione, lo Stato del basso Impero impose a ciascuno il suo posto ed il suo ruolo con attribuzioni precise ed inibite da ogni sorta di scantonamento: il colono alla terra, il soldato alla legione, il funzionario all'amministrazione, l'artigiano alla corporazione etc. Quanto all'ordine pubblico: una dolorosa spina nel fianco dell'Impero, Diocleziano evitò ogni possibile spargimento di sangue e, solo a fronte della protervia dei Cristiani nella pretesa di imporre le proprie ragioni confessionili, applicò disposizioni drastiche: lavori forzati, confino, schiavitù, pena di morte. La tetrarchia, tuttavia, fu incrinata dalla smania successorio/ereditaria e, alla sua morte, nuovi scenari politici e venti di guerra agitarono un Impero ormai consegnato all'inarrestabile declino. Fu Costantino Flavio Valerio Costantino nacque il 27 febbraio di un anno compreso fra il 271 ed il 275 nella dacia Naisso, da Costanzo Cloro e dalla sua concubina Elena, successivamente elevata agli onori degli altari. Detto Trachala, per il suo enorme collo, crebbe alla Corte di Diocleziano col quale, eletto Tribuno Ordinis Primi, viaggiò in Palestina e partecipò alla guerra romano/danubiana, contro i Sarmati. La sua vita privata e la sua ascesa pubblica si saldarono ben presto agli importanti eventi che segnarono le sorti dell'Impero, squassato dalle agitazioni sociali alimentate dai Cristiani, ritenuti sovversivi e perturbatori dell'ordine pubblico, ed indebolito dall'impianto tetrarchico voluto per arginare le minacciose pressioni barbare da ogni parte delle frontiere. Il 1° maggio del 305, Diocleziano e Massimiano abdicarono: Costanzo Cloro e Galerio, assunsero il titolo di augusti e quest'ultimo, dopo avere investito del rango di cesare un oscuro soldato, Severo, cui assegnò Italia ed Africa, affidò a Massimino Daia Egitto e Siria, defraudando Costantino che si riteneva destinatario del medesimo incarico. Ritiratosi a Boulogne, presso il padre ammalato, e deluso per l'affronto inferto alle sue legittime aspettative, egli si dedicò con zelo alla campagna contro i Pitti, incombenti sulla Britannia. Nel luglio del 306, morto il genitore ad Eboraco, fu acclamato augusto dall'esercito con grave pregiudizio all'assetto istituzionale approvato da Diocleziano. Così, Galerio gli revocò l'incarico e promosse Severo, mentre suo genero Massenzio, figlio di Massimiano, irritato per l'essere stato trascurato, ottenne dal Senato e dal Popolo romano la proclamazione ad Imperatore, previo impegno a restituire Roma agli antichi fasti. Il 28 ottobre dello stesso anno, revocata la propria abdicazione, Massimiano rientrò nell'attività politica riassumendo il rango di augusto e soccorrendo il figlio che prevalse su Severo, suicida per il tradimento dei suoi soldati. Per contro, ancora Galerio, accreditò il dacio Valerio Liciniano Licinio. A fronte di tale circostanza e dell'essersi Massimino Daia autodefinito augusto, Massimiano si alleò con Costantino, che apprezzabili risultati aveva conseguito nelle guerre contro gli Alemanni ed i Franchi, e gli offrì il medesimo titolo e la mano della figlia Fausta, storicizzando la presenza di ben sei Imperatori nell' Impero: tre nell'Oriente e tre nell'Occidente. Ovvero: Trachala dominava nelle Province Occidentali già amministrate dal padre; Massimiano e Massenzio governavano incontrastati l'Italia; Licinio controllava l'Illiria, la Dacia e i territori del Danubio; Galerio signoreggiava sulla Grecia, Tracia ed Asia minore; Massimino amministrava Siria ed Egitto. Nella torbida frammentazione e sullo sfondo di una insostenibile politica di intrighi, veleni e rivalità, lesivi della stabilità imperiale, contro il tentativo di Galerio di occupare l'Italia e contro la deposizione del figlio posta in essere da Massimiano, le parti convennero a Carunto per ripianare i contrasti. Tuttavia, né Diocleziano, né Galerio, né Massimiano, costretto ad una nuova abdicazione, raggiunsero risultati apprezzabili e, mentre Licinio veniva riconosciuto augusto per l'Occidente, Costantino e Massenzio ottennero il generico titolo di Figli degli Augusti. Nel 310, sulla globale disgregazione politica, intervenne una nuova impennata dei Franchi: evento del quale si avvalse Massimiano, portatosi in Gallia per recuperare la qualifica di Imperatore e spodestare Costantino che, invece, lo fece arrestare e sopprimere. Frattanto, anche il potere di Galerio sfumò: emanato il 30 aprile del 311 un Editto di Tolleranza in favore dei Cristiani trasformatisi ormai in un incurabile cancro sociale, e compromesso nella salute, egli si spense assestando un durissimo colpo all'impianto tetrarchico di Diocleziano. I quattro Augusti sopravvissuti entrarono presto in conflitto ed il fronte di lotta si delineò netto fra Licinio e Massimino, con i quali si schierarono rispettivamente Costantino e Massenzio. Pertanto, nella primavera del 312, sceso in Italia e occupate Susa, Torino, Verona, Aquileia e Modena, il figlio di Costanzo Cloro marciò su Roma, collegando la sua avanzata all'abile artificio della prodigiosa apparizione della Croce: la scritta in hoc signo vinces, disegnatasi nel cielo e foriera della sua vittoria, fu riportata in uno stendardo a forma di croce con sopra il monogramma di Cristo ed affidata alla custodia di cinquanta guardie. Della visione, al centro di due panegirici del 313 e del 321, malgrado l'enfasi di Lattanzio, Eusebio, Filostorgio e Sozomeno, furono fornite versioni del tutto contrastanti. Di fatto, a Ponte Milvio, nella giornata del ventotto agosto, Massenzio fu travolto dalle acque del Tevere mentre il rivale, protetto dal Dio degli osannanti Cristiani, faceva il suo trionfale ingresso in Roma ove Popolo e Senato gli tributarono il titolo di augusto e gli
riconobbero ruolo di preminenza anche giuridica sull'Impero: ... Signore dell'universo e autore della vittoria, con le azioni stesse, ed entrò in Roma con canti trionfali, mentre tutti i membri del Senato e inoltre i perfettissimi, insieme con donne e bambini, e tutto il popolo romano lo accoglieva in massa con un'espressione di gioia sul volto quale liberatore, salvatore e benefattore, con acclamazioni e letizia incolmabile.... (Eusebio di Cesarea, IX 9,9) Sciolti i Pretoriani e revocate le leggi precedenti, Costantino si recò a Milano per presenziare alle solenni nozze di sua sorella Costanza con Licinio e per approfondire la politica filocristiana, alla luce anche delle disposizioni di Serdica, emanate da Galerio: ne scaturì un ulteriore Editto di Tolleranza, col quale si restituìrono ai Cristiani i beni confiscati; gli si concesse il diritto di culto e di costruzione di chiese; li si parificò, nella legge comune, a tutti i cittadini dell'Impero. Rientrato in Gallia, Trachala fronteggiò una nuova invasione franca mentre contro di lui Licinio, favorito dal decesso di Massimino, diventava padrone incontrastato dell'Oriente e, nella cornice delle controversie religiose aperte dai Cristiani con Donatisti, Montanisti e Ceciliani, organizzava una congiura, esaltando la ribellione di Bassiano, sposato ad Anastasia, anch'ella germana di Costanza. La reazione fu durissima: mandato a morte l'insorto, Costantino marciò sulla Pannonia e sconfisse i cognati a Cibalis l'8 ottobre del 314. Poco dopo però, in Adrianopoli, la sorte arrise a Licinio che dichiarò la decadenza del rivale dai suoi diritti e ne affidò il patrimonio ad Aurelio Valerio Valente. Una terza battaglia, combattuta nella piana Mardiese della Dacia, non sortì effetti. Alla fine, le parti scesero a patti a condizioni umilianti per il pugnace Licinio: la rinuncia a tutte le province europee, tranne la Tracia e la deposizione di Valerio. La conflittualità familiare sembrava risolta e, nel 315, i due Imperatori designarono i rispettivi eredi: Prisco, figlio della concubina Minervina, e Costantino, figlio di Fausta, alla successione occidentale; Licinio Liciniano a quella orientale. Per otto anni fu la pace. Trachala attese al riordino della Pannonia, della Dacia e dell'Italia e Prisco, sconfitti i Franchi ed i Sarmati, respinse dalla Tracia, ricadente nell'orbita liciniana, un'invasione dei Goti. L'atto fu considerato un segnale di belligeranza ed i due antagonisto si affrontarono nuovamente ad Adrianopoli, ove il 3 luglio del 324, perduta la parte europea del suo dominio, l'irriducibile ribelle fu costretto a riparare in Asia mentre la sua flotta, malgrado il sostegno del suo cesare Martiniano, veniva battuta a Gallipoli. Il successo dell'impresa facilitò l'ingresso delle legioni di Costantino in Asia Minore, dove il 18 settembre a Crisopoli, cedute definitivamente le armi, Licinio ebbe salva la vita grazie alla mediazione della moglie e previo confino in Tessalonica per i reati di tradimento e tentata usurpazione. Ma anche l'esilio ebbe un drammatico epilogo, poiché a fronte di una nuova cospirazione, egli fu condannato a morte. Il Vescovo di Corte Eusebio annotò che, nello scontro finale col cognato, un Costantino ormai pazzo e perverso, ...avendo come guida ed alleato Dio, Re sommo, e il Figlio di Dio, Salvatore di tutti, padre e figlio (Prisco) divisero il loro schieramento contro i nemici di Dio e li circondarono riportando una facile vittoria, poiché nello scontro tutto venne loro agevolato da Dio secondo un suo piano...ornato di tutte le virtù della devozione, insieme col figlio Prisco, imperatore carissimo a Dio e simile al padre in tutto, riprese l'Oriente che era suo e ricostituì, come in passato un unico impero romano, portando sotto la sua pace la terra intera, da Oriente fino all'estremo Occidente, da settentrione a mezzogiorno... tutto era pieno di luce, e coloro che prima erano mesti si guardavano l'un l'altro col viso sorridente e lo sguardo sereno; con danze e canti, in città come nelle campagne, onoravano innanzi tutto Dio, sommo Re, perché così era stato loro insegnato, poi il devoto imperatore insieme con i figli cari a Dio....Finalmente sgombrato il campo da tutti i rivali, in un Impero travolto da fermenti e contrapposizioni fra fazioni politiche e dalla piaga sociale del Cristianesimo, grave ipoteca sulla stabilità complessiva dell' enorme territorio; superate le conflittualità familiari e sedate le animosità di una Roma incubatrice di rivolte, Costantino salì al trono occupandolo dal 324 al 337; risollevandolo dal disordine di cui era preda; riordinandolo con nuovi assetti amministrativi; spostando la capitale da Roma a Bisanzio; presentando un apparente atto di adesione alla nuova religione, per affrancarsi da ulteriori turbative dell'ordine pubblico; esentando il Clero da obblighi municipali; trasformando i tribunali ecclesiastici in Corti d'Appello per le cause civili, ma sostanzialmente istituendo la formula dell'assolutismo cesaropapista. Nel 335, avendo già personalmente sgozzato il figlio Prisco, assassinato la di lui fidanzata Elena e la propria consorte Fausta, divise il patrimonio fra i tre superstiti: a Costantino dette la Gallia; a Costanzo l'Asia e l'Egitto; a Costante l'Illiria, l'Italia e l'Africa; ai nipoti Dalmazio ed Annibaliano, rispettivamente la Tracia e la Macedonia, il Ponto e l'Armenia. Il 22 maggio del 337 morì a Nicomedia, ancorando il suo nome a grandi riforme amministrative: modificato il sistema monetario con la coniazione della moneta d'argento detta siliqua, aveva diviso l'Impero in quattro Prefetture in cui comunque tenne separati il potere civile e politico da quello militare: Prefettura d'Oriente, d'Illiria, d'Italia e di Gallia. Esse furono ripartite in tredici diocesi ed in centodiciassette Province, cui pose a capo quattro Dignitari di Palazzo: il Conte delle cose private, Comes Rei Privatae, amministratore del patrimonio privato imperiale; il Preposto della Sacra Stanza, Praepositus Sacri Cubiculi, o Gran Ciambellano, con alle dipendenze cortigiani e schiavi; due Conti dei Domestici, Comites Domesticorum, responsabili l'uno della Compagnia a piedi e l'altro della Compagnia a Cavallo
e della Guardia Imperiale. Aveva affodato l'amministrazione dello Stato a tre Ministri: Magister Officiorum, per l'amministrazione interna e le relazioni esterne; Quaestor Sacri Palatii, custode delle leggi e della giustizia; Comes sacrarum Largitionum, esattore di tributi ed controllore dei beni dello Stato. I tre Magistrati Supremi, i quattro Dignitari di Corte, i Prefetti Urbani composero il Consistorium Principis o Sacrum Consistorium, nella cui direzione fu impegnato il Quaestor Sacri Palatii. A capo di ogni Prefettura, ma privo di potere militare, fu insediato un Prefetto del Pretorio, cui erano subordinati i Vicari delle diocesi ed i governatori delle Province, con giurisdizione civile e giudiziaria. Istituì, infine, un Comandante Supremo di Fanteria, Magister Peditum, ed un Comandante Supremo di Cavalleria, Magister Equitum. Ove i due incarichi fossero ricaduti su di un'unica persona, questi avrebbe assunto il titolo di Magister Utriusque Militiae e di capo del Tribunale di Guerra, col controllo dell'esercito ripartito in centotrentadue legioni. Grazie a Costantino, nel volgere di pochi anni, il Cristianesimo si trasformò in istituzione religiosa, assumendo i fondamenti di dottrina teologico/politica funzionali allo Stato ed alla Chiesa attraverso un processo di sovrapposizione di storia della Chiesa e storia dello Stato, donde lo stretto legame fra religione e politica, fino all'identificazione del Cesare a Cristo. La sua prima iniziativa tollerante era consistita delle deliberazioni assunte a Milano nel 313 e cui fecero seguito, nel Concilio di Arlès del 314, un ordinamento di tutela dei sacerdoti dalle ingiurie degli eretici e leggi che, a partire dal 315, esibirono una sempre più esplicita apertura sfociata, nel 319, nella concessione di speciali immunità al Clero e, nel 321, anche nel riconoscimento del diritto a testare in favore della Chiesa. Più in particolare, ad Arlès, egli aveva presentato il Dio cristiano come suo personale patrono ed aveva rimediato alle evidenti anomalie dottrinali, col ricorso ad elementi pagani. Nel 318 poi, aveva dato mandato ai Vescovi al suo servizio di risolvere il fuori programma di un gruppo di Desposyni assumente che la Chiesa di Gesù dovesse avere la sua naturale sede in Gerusalemme: nel metterli alla porta, Silvestro asserì che la nuova dottrina era consona alle esigenze imperiali e che il potere di redenzione risiedeva nell'Imperatore e non in Cristo, i cui sedicenti eredi furono definitivamente liquidati nell'assise successivamente convocata a Nicea. Ordinata la costruzione di nuove chiese, l'Imperatore in persona ammonì il suo alter ego: il Vescovo di Corte Eusebio:
... tutte devono essere degne del nostro amore per il fasto....Costui, di origine palestinese, durante la controversia ariana mantenne una tanto ambigua condotta da accendere seri dubbi sulla sua ortodossia: preso, infatti, partito per Ario contro Alessandro di Alessandria ed Atanasio, a Nicea sottoscrisse la formula conciliare per solo timore di rappresaglie, ma professò sempre tendenze ariane: ammissione della inferiorità del Verbo rispetto al Padre e individuazione in Cristo di una divinità non autentica come quella del Padre. Ovvero, tutta la sua teologia trinitaria sostenne il Padre, solo vero Dio; il Figlio, prima creatura del Padre; lo Spirito Santo, creatura del Figlio. E, nella fase postnicena, non risparmiò critiche a quanti sostennero la consustanzialità. Dal canto suo, Costantino restò di fatto pagano, malgrado la Chiesa, pur a fronte degli orrendi crimini di cui si macchiò, insista nell'esibirlo Primo Imperatore Convertito. Di fatto, egli onorò fervidamente il Sole Invitto, del quale fu Pontifex Maximus e dispose conio ed iscrizioni monetarie arrecanti la formula soli invicti, comiti nostri. Di fatto, pur tollerando il nuovo culto per logiche di opportunità funzionali ai suoi interessi e mai elevandolo a religione di Stato, egli consentì al Dio cristiano vessato, perseguitato e insultato nei primi due secoli della sua storia, di avviarsi al trionfo politico/religioso del quale si vocò protettore e garante, nella accezione eusebiana del potere derivato dal Dio unico, reggente l'universo con giustizia e bontà e di cui egli stesso era rappresentante in terra. Di fatto, fin dal suo insediamento, si comportò come capo politico e religioso, sia rispetto al suo credo tradizionale, sia rispetto alla confessione emergente, al cui interno si pose come una sorta di Super Vescovo con potere di decisione anche nelle controversie eretiche: Epìskopos Tòn Ektòs. Di fatto, protagonista della Storia Ecclesiastica di Eusebio e, più in particolare del suo IX libro, egli ...primo nel principato per dignità e rango, fu anche il primo ad avere pietà di coloro che erano oppressi dalla tirannide a Roma, ed avendo invocato con preghiere quale alleato il Dio celeste e il suo Verbo, il Salvatore stesso di tutti, Gesù Cristo, avanzò con tutto l'esercito, aspirando a conquistare per i Romani la libertà dei loro antenati... (IX 9,2) e a Nicea, teatro della saldatura definitiva fra Impero e Cristianità, fece emergere un inquietante elemento di riconsiderazione dell'attività di Gesù: la mancata espulsione dei Romani dalla Palestina aveva denunciato il fallimento del nazionalismo messianico e prodotto lutti e persecuzioni a catena in danno dei Giudeo/Cristiani, cui solo l'Imperatore aveva riconosciuto libertà di fede. Dal che discendeva l'ardita ed ambiziosa implicazione di un trasferimento in lui del ruolo messianico. Pretesa, peraltro, conforme alla asserita
discendenza di sua madre Elena da Giuseppe d'Arimatea! Tali circostanze furono sufficienti per stabilire ai voti che Dio fosse Uno e Trino: tre parti coeguali e coeterne, ovvero Padre, Figlio e Spirito Santo, nella totale ignoranza che l'assunto coincidesse con l'antica tradizione essena delle tre designazioni sacerdotali: Padre, Figlio e Spirito. Il clima conciliare niceno fu a dir poco turbolento: molti delegati sostenevano che Gesù, in quanto Figlio, fosse di carne. E che, come tale, non fosse Dio: in particolare il libico Ario. Il dibattito degenerò in una autentica rissa nel corso della quale Nicola di Mira prese a pugni l'eresiarca, ottenendone dall'Episcopato orientale la proscrizione e la formula conclusiva del ...Deum vero de Deo vero; genitum non factum, consubstantialem Patri....Nicea venne, così, a porsi pietra miliare della storia degli equivoci della Cristianità: assistito da Commissari Imperiali, Costantino presiedette l'assise accanto al Vescovo Osio di Cordova e, fissata nel piano di ortodossia la centralità di Roma contro Alessandria ed Antiochia; decisa la Divinità di Gesù e la sua esatta natura, vi propose l'essere, Cristo, ...Filium Dei, genitum ex substantia Patris, genitum non factum, consubstantialem Patri....Con 218 voti favorevoli e due contrari, all'interno di una condotta assai congeniale al Manuale Cencelli di democristiana memoria e col supporto autorevole del propagandista di Corte Eusebio, Gesù da profeta mortale fu promosso al rango di Dio; alle Province dell'Impero si fecero corrispondere le Province Ecclesiastiche; l'Imperatore fu acclamato vero Salvatore per aver concesso libertà ai Cristiani; in linea con le decisioni assunte nel concilio del 314, la data del Natale del Messia fu spostata dal 6 gennaio al 25 dicembre, con tale ultimo atto mettendo a segno due operazioni destinate a porsi ineludibile ipoteca storica dei secoli successivi: CONTINUA