A casa dopo una domenica serena, trascorsa in compagnia di persone con cui sento di avere molte cose in comune. E’ raro che succeda. Non è come con i miei amici, il rapporto che ci lega è di altra natura, ma c’è sintonia. Ciononostante, una lieve sensazione di malinconia mi assale, sento che non riuscirò a liberarmene prima di domani.Che sia la solita crisi domenicale? Non so, può darsi.Scrivere, nel mio caso, significa volgere lo sguardo al passato, rievocare ricordi vicini e lontani.Il futuro è imprevedibile, è vero. Però talvolta è possibile intravedere qualcosa, dai contorni non ben delineati, appena distinguibile nella foschia che avvolge tutto il resto. Siamo in parte responsabili del compimento di ciò che abbiamo intravisto, possiamo determinare il modo in cui si compie, imprimere una direzione da seguire tra le tante possibili.Vedo due entità: una vicina, l’altra lontana. Chiamo entità ciò che è dotato di esistenza propria, definita e determinata. Non ha importanza specificare di cosa si tratta. Sono più vicino a quella lontana, potrei avvicinarmi a quella vicina.Credo di volermi avvicinare all’entità vicina, anche se ciò implicherebbe un allontanamento (graduale e inevitabile) da quella lontana. Ogni bivio impone una scelta, da cui non è possibile tornare indietro. L’alternativa è temporeggiare in un limbo d’incertezza. L’incertezza genera nuova incertezza, sino all’immobilità. La prima entità mi proietta in una dimensione nuova, da esplorare da zero. L’ingresso in questa dimensione non dipende solo dalla mia volontà, essendo subordinato ad una condizione che per il momento reputo ragionevole considerare un mero dettaglio. Anche se non lo è. Il verificarsi di tale condizione, tuttavia, non sposta a priori i termini del ragionamento. Per comodità, possiamo ipotizzare che tale condizione sia soddisfatta.L’altra dimensione non è ignota: è conosciuta, almeno in parte. Una parte importante, a dire il vero. Tuttavia, non so giudicare obbiettivamente quanto sia accurata la mia conoscenza. Ci sono molte zone d’ombra, innumerevoli dubbi e svariate contraddizioni. Ciò che è lontano non si conosce per definizione, dobbiamo accontentarci di una visione parziale, e tener conto di tale incompletezza nelle nostre valutazioni. Eppure ritengo, forse contro l’evidenza sperimentale di cui dispongo ad oggi, che l’esplorazione successiva potrebbe riservare dei risultati incoraggianti. Addirittura sorprendenti. Avvicinarsi all’entità vicina mi recherebbe un dolore fortissimo, la coscienza genererebbe sensi di colpa quasi insostenibili e potrebbe concepire un sospetto di codardia da cui temo di non essere immune. D’altro canto, rifiutare l’entità vicina e investire su quella lontana è uno scenario che potrebbe destabilizzare la mia condizione psicologica, già messa a dura prova dall’interpretazione dei primi risultati sperimentali. Sarebbe come edificare un castello su fondamenta di sabbia.
Domenica 14 dicembre, sera
A casa dopo una domenica serena, trascorsa in compagnia di persone con cui sento di avere molte cose in comune. E’ raro che succeda. Non è come con i miei amici, il rapporto che ci lega è di altra natura, ma c’è sintonia. Ciononostante, una lieve sensazione di malinconia mi assale, sento che non riuscirò a liberarmene prima di domani.Che sia la solita crisi domenicale? Non so, può darsi.Scrivere, nel mio caso, significa volgere lo sguardo al passato, rievocare ricordi vicini e lontani.Il futuro è imprevedibile, è vero. Però talvolta è possibile intravedere qualcosa, dai contorni non ben delineati, appena distinguibile nella foschia che avvolge tutto il resto. Siamo in parte responsabili del compimento di ciò che abbiamo intravisto, possiamo determinare il modo in cui si compie, imprimere una direzione da seguire tra le tante possibili.Vedo due entità: una vicina, l’altra lontana. Chiamo entità ciò che è dotato di esistenza propria, definita e determinata. Non ha importanza specificare di cosa si tratta. Sono più vicino a quella lontana, potrei avvicinarmi a quella vicina.Credo di volermi avvicinare all’entità vicina, anche se ciò implicherebbe un allontanamento (graduale e inevitabile) da quella lontana. Ogni bivio impone una scelta, da cui non è possibile tornare indietro. L’alternativa è temporeggiare in un limbo d’incertezza. L’incertezza genera nuova incertezza, sino all’immobilità. La prima entità mi proietta in una dimensione nuova, da esplorare da zero. L’ingresso in questa dimensione non dipende solo dalla mia volontà, essendo subordinato ad una condizione che per il momento reputo ragionevole considerare un mero dettaglio. Anche se non lo è. Il verificarsi di tale condizione, tuttavia, non sposta a priori i termini del ragionamento. Per comodità, possiamo ipotizzare che tale condizione sia soddisfatta.L’altra dimensione non è ignota: è conosciuta, almeno in parte. Una parte importante, a dire il vero. Tuttavia, non so giudicare obbiettivamente quanto sia accurata la mia conoscenza. Ci sono molte zone d’ombra, innumerevoli dubbi e svariate contraddizioni. Ciò che è lontano non si conosce per definizione, dobbiamo accontentarci di una visione parziale, e tener conto di tale incompletezza nelle nostre valutazioni. Eppure ritengo, forse contro l’evidenza sperimentale di cui dispongo ad oggi, che l’esplorazione successiva potrebbe riservare dei risultati incoraggianti. Addirittura sorprendenti. Avvicinarsi all’entità vicina mi recherebbe un dolore fortissimo, la coscienza genererebbe sensi di colpa quasi insostenibili e potrebbe concepire un sospetto di codardia da cui temo di non essere immune. D’altro canto, rifiutare l’entità vicina e investire su quella lontana è uno scenario che potrebbe destabilizzare la mia condizione psicologica, già messa a dura prova dall’interpretazione dei primi risultati sperimentali. Sarebbe come edificare un castello su fondamenta di sabbia.