La sparata di Bossi e la riforma costituzionale. Un’intervista a Vassalli a Minerva e altro News del 19-06-2006 La sparata di Umberto Bossi sui metodi non democratici, cui occorrerà ricorrere per salvare la devolution e tutto il resto nel caso di una vittoria del "no"domenica prossima, ha ottenuto quel tanto di effetto in cui poteva sperare: il perbenismo costituzionale dei colli torti si è scatenato al grido dell’indignazione e dei rischi che il paese (da almeno mezzosecolo) sta correndo: preoccupazione e vigilanza d’uso. ...In realtà per la Casa delle libertà il rischio del 25 giugno è rappresentato proprio dall’astensione o meglio dal "non voto" di quelli che la riforma dovrebbero sostenere (l’astensione è infatti una posizione politica meditata e motivata, come fu quella sul precedente referendum, mentre il non andare a votare è solo una forma di sciatteria…). Nel referendum "costituzionale", di carattere confermativo di una riforma della costituzione votata dal Parlamento, non c’è il quorum: se vota un solo un solo cittadino e vota "sì" la riforma è approvata; se questo solo cittadino che si reca alle urne vota "no" la riforma è bocciata. Quindi del referendum costituzionale ormai alle porte, per chi vuole il "no"e può contare su un elettorato più attento e politicizzato, meno se ne parla e meglio è. E allora arriva il senatùr e si mette a fare casino nel suo stile beffardo e provocatorio… Così almeno del referendum se ne parla e si sa che chi ama la prima Repubblica e il partitismo vota "no" e chi non li ama vota"sì"….Ma in effetti la posta è grossa. La "Minerva edizioni" ha pubblicato un’intervista a Giuliano Vassalli, un documento molto sobrio ed attento, che invita a votare "no", nonostante i molti pregi della riforma costituzionale del centro destra, che l’illustre giurista così elenca:1- la riduzione del numero dei parlamentari;2- il divieto per i giudici costituzionali - per tre anni quando cessano dalla carica - di ricoprire incarichi di governo, cariche pubbliche elettive o di nomina governativa o di svolgere funzioni in organi o enti pubblici individuati dalla legge;3- il controllo delle camere sui decreti legislativi predisposti dal governo;4- la miglior tutela dell’interesse nazionale che si ritenga pregiudicato da una legge regionale, deferendo la legge stessa a un giudizio del Parlamento in seduta comune, con possibilità di annullamento;5- il referendum confermativo sulle leggi costituzionali può essere tenuto sempre e non solo quando l’innovazione costituzionale sia stata approvata con meno dei due terzi dei voti dei parlamentari;6- prevalenza ristabilita di competenze statali su quelle regionali, che improvvisamente l’ affrettata riforma del 2001 fatta dalla sinistra aveva affidate in toto alle regioni (salute, sicurezza, qualità alimentari,sicurezza del lavoro, grandi reti strategiche di trasporto e navigazione, professioni intellettuali, produzione strategica trasporto e distribuzione nazionale dell’energia e altre).Si apprezzano cioè le parti che tutelano meglio l’interesse nazionale e quelle nelle quali le riforme della costituzione viene sottoposta a controllo popolare. La parte negativa sta invece nel "premierato": a Vassalli riesce insopportabile l’idea di un governo che governa e viene messo in condizione di governare; soprattutto lo preoccupa il potere di scioglimento delle Camere affidato al premier, che va sì alle Camere con la proposta, ma le ricatta con la minaccia di mandare tutti a casa.Ma intanto non si vede perché il presunto interesse personale dei parlamentari allo scranno a Montecitorio o a Palazzo Madama dovrebbe diventare un criterio per valutare un problema nazionale della massima rilevanza; poi non si vede che già oggi il voto di fiducia più che un sistema di controllo del parlamento sul governo è un sistema di ricatto del governo sul parlamento (e viceversa). Non si considera che il governo non deve poter governare per la prevalenza del mito partitocratrico, democraticistico dell’assemblearismo, che è un vecchio mito della sinistra e anche qualcosa di molto più concreto ed è un mito che la DC ha fatto proprio fino all’ossessione (e gli ex dc pure…). La riforma della costituzione in senso regionalistico prevede un rafforzamento dello stato non soltanto nel senso delle tutela dell’interesse nazionale ma anche degli strumenti per garantirla e in questa direzione l’efficienza del governo ( che si deve esplicare non soltanto nei confronti delle regioni…) è un passaggio fondamentale e senza di essa ha poco senso darsi carico di quanto Vassalli stesso afferma al precedente punto 6).Il discorso deve poi essere approfondito sul piano storico politico, come ha fatto Baget Bozzo su "il Giornale" del 15 giugno. Il placido "don" ricorda quanto la costituzione sia stata elaborata col concorso della famosa triade "Dossetti, Fanfani, La Pira", i re magi della sinistra DC e proseguita dal loro figlio prediletto, Aldo Moro, cioè dai rovesciatori del popolarismo sturziano con le sue connotazioni liberali e la sua idea che il principio stava non nello stato ma nella società e nella libertà (che oggi ispira la riforma della Cdl), i tre re magi teorici del sistema corporativo cattolico della Dottrina sociale della Chiesa, nei fatti poi innestatosi su quello ereditato dal fascismo. Per la sinistra italiana, ma per parecchi anche sul fronte della destra, invece il punto sta nella gestione delle istituzioni attraverso il partito:le tendenze "nazionali" della sinistra sono legate al fatto che poi è il partito (o sono i partiti o i fronti popolari) a gestire le istituzioni; cioè si tratta del trionfo del partitismo, dal quale invece è indispensabile uscire.Ma la costituzione del 1948 (nelle interpretazioni che poi di fatto se sono state date -) rea molto di più di un patto, di un contratto sociale: era il patto tra i sei partiti dell’arco costituzionale (ex CLN) per cui il PCI rinunciava alla rivoluzione. E questo dimostra quanto la sinistra (e quanti a destra ne condividono queste posizioni) sia oggi conservatrice e immobilista. Dai primi anni novanta in poi gli italiani hanno detto chiaro e tondo che vogliono uscire dal partitismo, ma l’aspettativa è stata sempre in vario modo frustrata, dal mattarellum in poi, dalla guerra al premierato col premier eletto dal popolo, dalla criminalizzazione del presidenzialismo(anzi: quando di presidente della Repubblica eletto dal popolo e con poteri di governo si parlò, proprio da sinistra si disse: quando mai! Caso mai un premierato).Naturalmente, caduta la proposta presidenzialista, anche il premierato è diventato sempre troppo forte… e ora si vuol tornare alla vecchia prima repubblica immobilista; il "no" al referendum sarebbe la consacrazione della volontà di portare a termine la restaurazione immobilistica ex DC, ma che dava ruolo determinante ai partiti, sostituti delle istituzioni.Attenzione comunque! Tutti i sostenitori del "no" si sbracciano anche a proclamare che la riforma del 2001 fatta dalla sinistra è orribile. Già, ma se vince il "no" resta proprio quella riforma. La sinistra dice:"andrà modificata".Campa cavallo! E comunque se lo sarà, questo avverrà non certo nel senso del premierato che è il vero contrappeso del regionalismo di stampo federale. Il vero federalismo è quello americano, dove gli stati hanno competenze precise ed esclusive, ma dove al centro c’è un presidente…"presidenziale", che ha gli strumenti per governare; l’esatto contrario del partitismo. La "Lega"? Non va dimenticato che non è solo folklore, come si pensa con troppo facile tendenza a gridare allo scandalo, perchè folklore non era Gianfranco Miglio e si dimentica che qualche volta con la sua impresentabilità Umberto Bossi …castigat ridendo mores.Silvio Pergameno
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La sparata di Bossi e la riforma costituzionale. Un’intervista a Vassalli a Minerva e altro News del 19-06-2006 La sparata di Umberto Bossi sui metodi non democratici, cui occorrerà ricorrere per salvare la devolution e tutto il resto nel caso di una vittoria del "no"domenica prossima, ha ottenuto quel tanto di effetto in cui poteva sperare: il perbenismo costituzionale dei colli torti si è scatenato al grido dell’indignazione e dei rischi che il paese (da almeno mezzosecolo) sta correndo: preoccupazione e vigilanza d’uso. ...In realtà per la Casa delle libertà il rischio del 25 giugno è rappresentato proprio dall’astensione o meglio dal "non voto" di quelli che la riforma dovrebbero sostenere (l’astensione è infatti una posizione politica meditata e motivata, come fu quella sul precedente referendum, mentre il non andare a votare è solo una forma di sciatteria…). Nel referendum "costituzionale", di carattere confermativo di una riforma della costituzione votata dal Parlamento, non c’è il quorum: se vota un solo un solo cittadino e vota "sì" la riforma è approvata; se questo solo cittadino che si reca alle urne vota "no" la riforma è bocciata. Quindi del referendum costituzionale ormai alle porte, per chi vuole il "no"e può contare su un elettorato più attento e politicizzato, meno se ne parla e meglio è. E allora arriva il senatùr e si mette a fare casino nel suo stile beffardo e provocatorio… Così almeno del referendum se ne parla e si sa che chi ama la prima Repubblica e il partitismo vota "no" e chi non li ama vota"sì"….Ma in effetti la posta è grossa. La "Minerva edizioni" ha pubblicato un’intervista a Giuliano Vassalli, un documento molto sobrio ed attento, che invita a votare "no", nonostante i molti pregi della riforma costituzionale del centro destra, che l’illustre giurista così elenca:1- la riduzione del numero dei parlamentari;2- il divieto per i giudici costituzionali - per tre anni quando cessano dalla carica - di ricoprire incarichi di governo, cariche pubbliche elettive o di nomina governativa o di svolgere funzioni in organi o enti pubblici individuati dalla legge;3- il controllo delle camere sui decreti legislativi predisposti dal governo;4- la miglior tutela dell’interesse nazionale che si ritenga pregiudicato da una legge regionale, deferendo la legge stessa a un giudizio del Parlamento in seduta comune, con possibilità di annullamento;5- il referendum confermativo sulle leggi costituzionali può essere tenuto sempre e non solo quando l’innovazione costituzionale sia stata approvata con meno dei due terzi dei voti dei parlamentari;6- prevalenza ristabilita di competenze statali su quelle regionali, che improvvisamente l’ affrettata riforma del 2001 fatta dalla sinistra aveva affidate in toto alle regioni (salute, sicurezza, qualità alimentari,sicurezza del lavoro, grandi reti strategiche di trasporto e navigazione, professioni intellettuali, produzione strategica trasporto e distribuzione nazionale dell’energia e altre).Si apprezzano cioè le parti che tutelano meglio l’interesse nazionale e quelle nelle quali le riforme della costituzione viene sottoposta a controllo popolare. La parte negativa sta invece nel "premierato": a Vassalli riesce insopportabile l’idea di un governo che governa e viene messo in condizione di governare; soprattutto lo preoccupa il potere di scioglimento delle Camere affidato al premier, che va sì alle Camere con la proposta, ma le ricatta con la minaccia di mandare tutti a casa.Ma intanto non si vede perché il presunto interesse personale dei parlamentari allo scranno a Montecitorio o a Palazzo Madama dovrebbe diventare un criterio per valutare un problema nazionale della massima rilevanza; poi non si vede che già oggi il voto di fiducia più che un sistema di controllo del parlamento sul governo è un sistema di ricatto del governo sul parlamento (e viceversa). Non si considera che il governo non deve poter governare per la prevalenza del mito partitocratrico, democraticistico dell’assemblearismo, che è un vecchio mito della sinistra e anche qualcosa di molto più concreto ed è un mito che la DC ha fatto proprio fino all’ossessione (e gli ex dc pure…). La riforma della costituzione in senso regionalistico prevede un rafforzamento dello stato non soltanto nel senso delle tutela dell’interesse nazionale ma anche degli strumenti per garantirla e in questa direzione l’efficienza del governo ( che si deve esplicare non soltanto nei confronti delle regioni…) è un passaggio fondamentale e senza di essa ha poco senso darsi carico di quanto Vassalli stesso afferma al precedente punto 6).Il discorso deve poi essere approfondito sul piano storico politico, come ha fatto Baget Bozzo su "il Giornale" del 15 giugno. Il placido "don" ricorda quanto la costituzione sia stata elaborata col concorso della famosa triade "Dossetti, Fanfani, La Pira", i re magi della sinistra DC e proseguita dal loro figlio prediletto, Aldo Moro, cioè dai rovesciatori del popolarismo sturziano con le sue connotazioni liberali e la sua idea che il principio stava non nello stato ma nella società e nella libertà (che oggi ispira la riforma della Cdl), i tre re magi teorici del sistema corporativo cattolico della Dottrina sociale della Chiesa, nei fatti poi innestatosi su quello ereditato dal fascismo. Per la sinistra italiana, ma per parecchi anche sul fronte della destra, invece il punto sta nella gestione delle istituzioni attraverso il partito:le tendenze "nazionali" della sinistra sono legate al fatto che poi è il partito (o sono i partiti o i fronti popolari) a gestire le istituzioni; cioè si tratta del trionfo del partitismo, dal quale invece è indispensabile uscire.Ma la costituzione del 1948 (nelle interpretazioni che poi di fatto se sono state date -) rea molto di più di un patto, di un contratto sociale: era il patto tra i sei partiti dell’arco costituzionale (ex CLN) per cui il PCI rinunciava alla rivoluzione. E questo dimostra quanto la sinistra (e quanti a destra ne condividono queste posizioni) sia oggi conservatrice e immobilista. Dai primi anni novanta in poi gli italiani hanno detto chiaro e tondo che vogliono uscire dal partitismo, ma l’aspettativa è stata sempre in vario modo frustrata, dal mattarellum in poi, dalla guerra al premierato col premier eletto dal popolo, dalla criminalizzazione del presidenzialismo(anzi: quando di presidente della Repubblica eletto dal popolo e con poteri di governo si parlò, proprio da sinistra si disse: quando mai! Caso mai un premierato).Naturalmente, caduta la proposta presidenzialista, anche il premierato è diventato sempre troppo forte… e ora si vuol tornare alla vecchia prima repubblica immobilista; il "no" al referendum sarebbe la consacrazione della volontà di portare a termine la restaurazione immobilistica ex DC, ma che dava ruolo determinante ai partiti, sostituti delle istituzioni.Attenzione comunque! Tutti i sostenitori del "no" si sbracciano anche a proclamare che la riforma del 2001 fatta dalla sinistra è orribile. Già, ma se vince il "no" resta proprio quella riforma. La sinistra dice:"andrà modificata".Campa cavallo! E comunque se lo sarà, questo avverrà non certo nel senso del premierato che è il vero contrappeso del regionalismo di stampo federale. Il vero federalismo è quello americano, dove gli stati hanno competenze precise ed esclusive, ma dove al centro c’è un presidente…"presidenziale", che ha gli strumenti per governare; l’esatto contrario del partitismo. La "Lega"? Non va dimenticato che non è solo folklore, come si pensa con troppo facile tendenza a gridare allo scandalo, perchè folklore non era Gianfranco Miglio e si dimentica che qualche volta con la sua impresentabilità Umberto Bossi …castigat ridendo mores.Silvio Pergameno