Etnicarchia

Finanziaria e TFR : "Qui Prodest'"


Ho deciso di scrivere questo post, riprendendo parzialmente un mio commento ad uno dei post precedenti, perché mi sono trovato a discutere di finanziaria e TFR, con alcuni operai indottrinati dal solito sidacalista CGIL, il quale aveva cercato di convincerli della bontà di questa finanziaria, ed in particola modo di quella parte che prevede lo scippo del TFR alle aziende. Chi mi conosce sa che non nutro particolare simpatia verso la triplice che, a parer mio, è un po' come Wanna Marchi, costruisce la sua fortuna sull'ingenuità e sulle disgrazie della gente, ma, prescindere da questo ho cercato, informandomi in rete, di farmi un'idea il più possibile "neutra" sulla questione TFR.Queste le mi personali considerazioni in merito:  La riforma Maroni (concordata con le parti sindacali e con i datori di lavoro) prevede che il lavoratore possa scegliere se destinare il suo TFR alla previdenza complementare (fondi gestiti dai sindacati o dalle assicurazioni) o se lasciarlo in azienda (per eventualmente ritirane una parte anticipatamente in caso di necessità). Il TFR per l'azienda è un debito nei confronti del dipendente e costituisce una forma di finanziamento perché può essere reinvestito e contribuire allo sviluppo della stessa.Una volta che il dipendente decide di versare il suo TFR al fondo integrativo, all'azienda viene a mancare una notevole liquidità, per ovviare a questo problema la riforma Maroni prevedeva che alle aziende venisse concesso un accesso agevolato al credito (prestiti bancari o fidi) per un importo pari a quello trasferito ai fondi previdenziali, quindi per l'azienda non cambiava nulla, cambiava solo il creditore che invece di essere il dipendente era la banca. Il TFR inoptato (per scelta del lavoratore) invece restava in azienda e poteva essere da questa reinvestito in attesa che venisse il momento di rimborsarlo al personale licenziato. La finanziaria, alla luce dell'accordo firmato in serata tra Governo, Confindustria e Sindacati, scippa tutto il TFR inoptato dalle casse delle aziende con più di 50 dipendenti, trasferendolo, ma SOLO CONTABILMENTE, all'INPS (che diventa il soggetto debitore nei confronti del lavoratore) e per ora (anche se le ultime affermazioni di Padoa Schioppa e alcuni emendamenti che verranno presentati in parlamento sembrerebbero aprire qualche spiraglio) non prevede nessuna agevolazione per l'accesso al credito da parte di quest'ultima, ovvero, fa mancare liquidità all'impresa che si trova ad avere meno risorse da investire. Mi ricordo inoltre di come, nel periodo di "concertazione" che ha accompagnato il varo della riforma Maroni, i sindacati chiedessero con insistenza uno spostamento in la della data di attuazione della riforma, per dar modo (a detta loro) di informare correttamente (indottrinare dico io) il lavoratore  su come questa previdenza complementare funzionasse, in modo da poter permettere una scelta consapevole, tant'é che la riforma Maroni sarebbe entrata in vigore nel 2008, mentre ora con la finanziaria, questa partirebbe immediatamente dal 2007, lasciando solo sei mesi di tempo al lavoratore per informarsi in merito e lasciando meno tempo anche ad eventuali concorrenti privati(assicurazioni) o ad altri sindacati "minori" che non hanno la struttura organizzativa della triplice, di prepararsi e fornire un'adeguata alternativa a quanto proposto dal mercato della previdenza complementare.Tra le tesi addotte dal sindacalista a difesa della bontà del provvedimento, c'è anche la seguente: "essendo il TFR di proprietà del lavoratore e non dell'azienda, questo è più sicuro nelle mani dell'INPS, dato che, già adesso, l'ente si trova a coprire di tasca propria il TFR che le aziende fallite non sono più in grado di corrispondere ai dipendenti."Qusto a parer mio non è esatto dato che il trasferimento del TFR all'INPS, come evidenziato, è solo contabile, in quanto leggendo la finanziaria mi pare di aver capito che questo venga, in solido, traferito al governo che lo reinvestirebbe in infrastrutture o lo utilizzerebbe per coprire la spesa corrente e, come fatto notare da qualcuno, è molto difficile che, una volta trasformato in un pilastro di un'autostrada, il TFR possa ritornare facilmente nelle tasche del lavoratore; a meno che, come pare, non sia ancora l'azienda ad anticiparlo al lavoratore per conto dell'ente, facendo quindi da "banca" all'INPS e al governo (oltre al danno persino la beffa). Inoltre, se non sbaglio, le aziende versano già lo 0.20% del TFR per il fondo di garanzia dal quale l'INPS attinge per pagare i debiti delle imprese fallite, quindi non è l'INPS che paga in caso di fallimento ma sono le stesse imprese che, grazie a questa forma di assicurazione, coprono queste eventuali insolvenze. Se alla questione TFR uniamo l'aumento dei contributi per gli apprendisti, l'aumento delle tasse in finanziaria, l'aumento di costi e adempimenti previsti dal decreto Bersani-Visco è facile prevedere che molte imprese medio-piccole si troveranno in grosse difficoltà, fino probabilmente a chiudere, e che le altre ricorreranno sempre più al lavoro nero e all'evasione fiscale. Un'azienda che lavora crea occupazione, reddito, entrate per lo stato e csoprattutto contribuisce a muovere l'economia, un'azienda che chiude crea solo disoccupati.