Provocatoriamente, il giorno prima degli incidenti nella chinatown milanese, commentando la nascita del partito dei romeni mi chiedevo a quando la nascita di quello dei cinesi... Ecco la risposta fornitami dal sempre ottimo Igor Iezzi su La Padania.. Le bandiere rosse non sono state sventolate a caso: la comunità del Dragone è consapevole della sua forza E lunedì in via Sarpi ne darà prova con una manifestazione organizzata per difendere i propri privilegi E ADESSO I CINESI SI FANNO PARTITO Quelle bandiere della Repubblica Popolare Cinese sventolate durante gli scontri di piazza rap- presentano una svolta. Ora la comunità del Dragone ha acquistato consapevolezza della propria forza e la userà nei confronti del Comune per continuare a difendere i propri privilegi. Inizierà lunedì con una manifestazione in via Paolo Sarpi (lo stesso giorno è previsto un corteo della Lega Nord), la Chinatown milanese teatro degli scontri di giovedì. E non disdegna l’idea di “scendere” in politica. Dopotutto i numeri sembrano essere dalla loro parte. Il 16 febbraio, l’associazione dei residenti, Vivisarpi, ha radunato circa... ...duecento persone in un hotel della zona per discutere con i rappresentanti del Comune sui problemi del quartiere. «Noi invece - ci racconta Luca - siamo 11 mila, tutti attorno a Paolo Sarpi. È ora che ci organizziamo, basta subire». Luca è diventato ieri, il centro delle rivendicazioni cinesi. Proprietario del Jolly Bar, parlando con i giornalisti italianizza il suo nome. Ma è cinese, come cinesi sono le decine di persone che per tutta la mattinata stazionano fuori dal suo locale per guardare la vetrata dove il proprietario ha appeso alcune pagine, rigorosamente in lingua della madrepatria, del Chinese news con le foto degli scontri di piazza. Ovviamente visti dalla loro ottica. Qui, discutono e si pongono la domanda, forse l’unica, che, almeno per un giorno, unisce entrambe le sponde sino-milanesi: “Adesso cosa facciamo?”. Per la parte cinese, la risposta è chiara: “Ci mobilitiamo”. Ovunque, per tutta via Sarpi e strade limitrofe, sui negozi gestiti dai figli dell’Impero del Dragone si possono leggere cartelli dai contenuti inequivocabili. “Vogliamo la parità e l’uguaglianza”, “Sì all’integrazione, no alla discriminazione”, “Basta discriminazioni, siamo milanesi anche noi”, “Diritto al lavoro, diritto inviolabile dell’Uomo”. Diritti? Loro che sventolavano la bandiera rossa della Cina parlano di diritti? Loro che hanno il record di esecuzioni senza processi equi ogni anno? «Non è vero - risponde Monica (ancora un nome italianizzato), impegnata in un negozio di abbigliamento - da voi la polizia picchia da noi sorride». Di fronte agli sguardi sbigottiti degli uditori, Monica affonda il colpo: «Voi italiani lavorate poco. Io vivo qui da dieci anni e non ho mai fatto un giorno di ferie, io apro il negozio dalle 8 alle 21, gli italiani dalle 10 alle 18». Inutile spiegare la differenza tra schiavitù e lavoro. Loro sono discriminati, e questo basta per giustificare quanto successo, le violenze e i tafferugli. «I cinesi non sono come gli italiani - aggiunge ancora Luca - quando si svegliano si svegliano e agiscono». Le parole sono decise, i contenuti al limite della minaccia. Ma i residenti e i commercianti milanesi vorrebbero spostare almeno le attività all’ingrosso, che intralciano la via: «Sono arrivati un pò tardi, sono dieci anni che siamo qua, dovevano dircelo prima. Mandare via i cinesi? Ma se siamo a Chinatown...». Questa è zona loro, sbagliano i residenti a protestare, i commercianti a lamentarsi e i vigili a controllare. «Ci sono discriminazioni, noi siamo controllati, gli italiani no. L’altro giorno hanno multato un cinese - racconta serafico Luca - perché trasportava circa 10 chili di riso». «Ora basta, ci mobilitiamo». Anche con un partito. «Dobbiamo trovare una soluzione al problema dei cinesi. In attesa della legge sul diritto di voto...». E della donna picchiata, almeno secondo la versione dei cinesi, cosa diciamo? «I vigili e i poliziotti ci picchiano, ci vogliono mandare via. Subiamo troppi controlli». Il problema in fondo è questo: «Per sette anni hanno fatto quello che volevano - spiega Sergio, milanese, consigliere dell’Ales, l’associazione di via dei Commercianti e proprietario di una cappelleria in Paolo Sarpi davanti alla quale sono successi i primissimi scontri - ora sono due mesi che ci sono i controlli e ad alcune persone non va giù». Ma non è che i vigili ce l’hanno con loro? «Certo, e i poliziotti con gli spacciatori, i carabinieri con i ladri. I vigili con chi se la devono prendere se non con chi non rispetta le regole?». Lui, i fattacci, la donna cinese, la vigilessa, li ha visti dal balcone al secondo piano del suo negozio. «Ma quale aggressione. Non ho mai visto un simile fair play da parte di un vigile. È stata la donna ad aggredire la vigilessa». Ma i commercianti cosa vogliono e con chi ce l’hanno? «Non con i cinesi di certo» spiegano papà e figlio Italia che gestiscono un negozio di abbigliamento dal ’65. «Noi chiediamo che vengano spostati i grossisti e si regoli il carico e scarico delle merci. Non ci interessa chi lo fa. Ma come e quando». Questo è uno degli 85 negozi “iscritti” all’Ales. Gli altri 85 della via sono gestiti da cinesi. Per ora è il 50%. Ma i cinesi comprano in contanti le botteghe. «Anche noi abbiamo ricevuto migliaia di offerte» svela papà Italia. «Ma abbiamo sempre detto di no». Almeno fino ad oggi. i.iezzi@lapadania.net [La Padania 14/04/2007]
I CINESI FANNO PARTITO
Provocatoriamente, il giorno prima degli incidenti nella chinatown milanese, commentando la nascita del partito dei romeni mi chiedevo a quando la nascita di quello dei cinesi... Ecco la risposta fornitami dal sempre ottimo Igor Iezzi su La Padania.. Le bandiere rosse non sono state sventolate a caso: la comunità del Dragone è consapevole della sua forza E lunedì in via Sarpi ne darà prova con una manifestazione organizzata per difendere i propri privilegi E ADESSO I CINESI SI FANNO PARTITO Quelle bandiere della Repubblica Popolare Cinese sventolate durante gli scontri di piazza rap- presentano una svolta. Ora la comunità del Dragone ha acquistato consapevolezza della propria forza e la userà nei confronti del Comune per continuare a difendere i propri privilegi. Inizierà lunedì con una manifestazione in via Paolo Sarpi (lo stesso giorno è previsto un corteo della Lega Nord), la Chinatown milanese teatro degli scontri di giovedì. E non disdegna l’idea di “scendere” in politica. Dopotutto i numeri sembrano essere dalla loro parte. Il 16 febbraio, l’associazione dei residenti, Vivisarpi, ha radunato circa... ...duecento persone in un hotel della zona per discutere con i rappresentanti del Comune sui problemi del quartiere. «Noi invece - ci racconta Luca - siamo 11 mila, tutti attorno a Paolo Sarpi. È ora che ci organizziamo, basta subire». Luca è diventato ieri, il centro delle rivendicazioni cinesi. Proprietario del Jolly Bar, parlando con i giornalisti italianizza il suo nome. Ma è cinese, come cinesi sono le decine di persone che per tutta la mattinata stazionano fuori dal suo locale per guardare la vetrata dove il proprietario ha appeso alcune pagine, rigorosamente in lingua della madrepatria, del Chinese news con le foto degli scontri di piazza. Ovviamente visti dalla loro ottica. Qui, discutono e si pongono la domanda, forse l’unica, che, almeno per un giorno, unisce entrambe le sponde sino-milanesi: “Adesso cosa facciamo?”. Per la parte cinese, la risposta è chiara: “Ci mobilitiamo”. Ovunque, per tutta via Sarpi e strade limitrofe, sui negozi gestiti dai figli dell’Impero del Dragone si possono leggere cartelli dai contenuti inequivocabili. “Vogliamo la parità e l’uguaglianza”, “Sì all’integrazione, no alla discriminazione”, “Basta discriminazioni, siamo milanesi anche noi”, “Diritto al lavoro, diritto inviolabile dell’Uomo”. Diritti? Loro che sventolavano la bandiera rossa della Cina parlano di diritti? Loro che hanno il record di esecuzioni senza processi equi ogni anno? «Non è vero - risponde Monica (ancora un nome italianizzato), impegnata in un negozio di abbigliamento - da voi la polizia picchia da noi sorride». Di fronte agli sguardi sbigottiti degli uditori, Monica affonda il colpo: «Voi italiani lavorate poco. Io vivo qui da dieci anni e non ho mai fatto un giorno di ferie, io apro il negozio dalle 8 alle 21, gli italiani dalle 10 alle 18». Inutile spiegare la differenza tra schiavitù e lavoro. Loro sono discriminati, e questo basta per giustificare quanto successo, le violenze e i tafferugli. «I cinesi non sono come gli italiani - aggiunge ancora Luca - quando si svegliano si svegliano e agiscono». Le parole sono decise, i contenuti al limite della minaccia. Ma i residenti e i commercianti milanesi vorrebbero spostare almeno le attività all’ingrosso, che intralciano la via: «Sono arrivati un pò tardi, sono dieci anni che siamo qua, dovevano dircelo prima. Mandare via i cinesi? Ma se siamo a Chinatown...». Questa è zona loro, sbagliano i residenti a protestare, i commercianti a lamentarsi e i vigili a controllare. «Ci sono discriminazioni, noi siamo controllati, gli italiani no. L’altro giorno hanno multato un cinese - racconta serafico Luca - perché trasportava circa 10 chili di riso». «Ora basta, ci mobilitiamo». Anche con un partito. «Dobbiamo trovare una soluzione al problema dei cinesi. In attesa della legge sul diritto di voto...». E della donna picchiata, almeno secondo la versione dei cinesi, cosa diciamo? «I vigili e i poliziotti ci picchiano, ci vogliono mandare via. Subiamo troppi controlli». Il problema in fondo è questo: «Per sette anni hanno fatto quello che volevano - spiega Sergio, milanese, consigliere dell’Ales, l’associazione di via dei Commercianti e proprietario di una cappelleria in Paolo Sarpi davanti alla quale sono successi i primissimi scontri - ora sono due mesi che ci sono i controlli e ad alcune persone non va giù». Ma non è che i vigili ce l’hanno con loro? «Certo, e i poliziotti con gli spacciatori, i carabinieri con i ladri. I vigili con chi se la devono prendere se non con chi non rispetta le regole?». Lui, i fattacci, la donna cinese, la vigilessa, li ha visti dal balcone al secondo piano del suo negozio. «Ma quale aggressione. Non ho mai visto un simile fair play da parte di un vigile. È stata la donna ad aggredire la vigilessa». Ma i commercianti cosa vogliono e con chi ce l’hanno? «Non con i cinesi di certo» spiegano papà e figlio Italia che gestiscono un negozio di abbigliamento dal ’65. «Noi chiediamo che vengano spostati i grossisti e si regoli il carico e scarico delle merci. Non ci interessa chi lo fa. Ma come e quando». Questo è uno degli 85 negozi “iscritti” all’Ales. Gli altri 85 della via sono gestiti da cinesi. Per ora è il 50%. Ma i cinesi comprano in contanti le botteghe. «Anche noi abbiamo ricevuto migliaia di offerte» svela papà Italia. «Ma abbiamo sempre detto di no». Almeno fino ad oggi. i.iezzi@lapadania.net [La Padania 14/04/2007]