Creato da turbine_di_pensieri il 10/03/2007

Turbine Interno

un blog per farvi capire quanto è difficile riuscire ad inquadrare una persona (soprattutto se sono io)

 

 

LA REVEDERE ROMANIE!!!

 

Eccomi di nuovo qui, tra voi. Le ultime due settimane trascorse, sono state molto intense. Chi ha continuato, nonostante tutto, a seguire questo blog che ultimamente sta arrancando parecchio, sa che quest'estate ho deciso di fare delle vacanze alternative buttandomi sul volontariato all' estero. In Romania.

Sono ritornata ieri sera. Ed è stata l'esperienza più bella che potesse capitarmi. Sono davvero contenta di aver fatto questo grande salto nel vuoto. E chissà. Magari ne farò tanti altri simili.

La destinazione non era delle più facili. Dovevamo ruotare in 4 centri. Due dei quali gestiti dall'associazione italiana con la quale sono partita insieme a quella romena. Gli altri due invece erano dei veri e propri orfanotrofi statali. Ho avuto modo di fare un confronto, e di rendermi conto di quanto l'intervento delle associazioni no profit sia migliore di quello dello Stato. Di come la volontà dei singoli di cambiare le cose e di migliorarle possa creare miracoli. I due centri gestiti dalle Onlus erano due piccole isole felici. Ad O.M. c'erano 13 piccoli di età compresa tra i 4 e i 12 anni. Qui in Italia siamo abituati a vedere romeni giovanissimi che dimostrano il doppio della loro età. In Romania, nei contesti in cui ho vissuto, è esattamente il contrario. Incontri un bambino che ad occhio e croce dimostra 7-8 anni e quando gli chiedi "Cati ani ai?" lui ti risponde tranquillamente "12". In questa piccola casetta, si respirava sempre un'aria di allegria e serenità. I bambini erano gestiti da due educatrici e c'era la cuoca che si occupava dei pasti. Apro una piccola parentesi per fare le lodi a questa donnona dal viso simpatico che ci ha preparato dei Rogosi (se non ho capito male). Sono simili alle castagnole ma l'impasto è morbidissimo. Me ne sono mangiati 6. E qui chiudo la parentesi che è meglio. L'ultimo giorno invece ci ha sfamato anche per pranzo. Non so se è l'aria romena, o se è tutto merito della sua capacità di stare ai fornelli. Fatto sta che ho fatto il bis di mamaliga cu branza, varza e sarmale. Io!!! Che la verza qui in Italia non la tocco neanche se mi pagano!! Un po' mi vergognavo a chiedere altro, ma la fame unita alle faccia soddisfatta della cuoca mi hanno fatto passare qualsiasi remora a riguardo.

I bimbi di O.M. erano simpaticissimi. Conoscevano già i canti che proponevamo e li cantavano con un perfetto accento italiano. Non sembravano assolutamente stranieri!!! 8 di loro erano di origine Rom ed erano stupendi. Una delle cose che mi porterò dietro da questa esperienza è l'uguaglianza. Tra questi bambini, nonostante l'appartenenza a "razze" diverse, non abbiamo mai sentito insulti o discriminazioni. Vivevano insieme e tutti si volevano bene.

A C. invece la situazione non era poi così rosea. Qui i bambini dormivano anche nella struttura. A differenza di quelli di O.M. nessuno di loro aveva dei genitori, o se li aveva erano in carcere o da qualche altra parte. Le storie che questi bimbi avevano alle spalle, erano belle toste. Lidia, la volontaria dell'associazione romena ce le ha raccontate a grandi linee e ricordo che quel pomeriggio ero rimasta scioccata. Vedi quei volti così casti e ti stupisci che al mondo possa esistere così tanta malvagità e cattiveria. Storie di violenze sessuali. Storie di violenze fisiche finite con una madre morta per difendere il figlio dalle botte del padre. Drammi famigliari di ogni genere. E vedi questi bimbi inizialmente titubanti che nell'arco di 2 settimane si aprono. Prendono confidenza, giocano con te. Ti cercano, ti abbracciano. Propongono giochi. Qui in particolare ho legato molto con Luisa. Una bimba di 12 anni. Credo di esserle stata simpatica dal primo giorno, quando sedute sul divano le ho rivolto le prime frasi in romeno. L'ultimo giorno, durante la festa che avevamo organizzato, non faceva altro che ripetere che io ero la sua preferita e allontanava tutti quelli che mi venivano ad abbracciare. Come per segnare il territorio. Il momento dei saluti è stato davvero drammatico. Ci siamo strette forte forte, e si è messa a piangere. Con gli occhi lucidi non faceva altro che dirmi di rimanere lì. Di non partire. Se ritornavo il prossimo anno.

Avessi i soldi di Angelina e Brad probabilmente farei come loro. Adotterei gran parte dei bambini che ho visto. E cercherei di dargli tutto quello che la vita gli ha tolto. Ma purtroppo sono una povera tirocinante squattrinata che non è in grado di badare neanche a se stessa. L'unica cosa che mi tranquillizza è che nonostante le storie che hanno alle spalle, grazie alle associazioni, hanno una casa e delle persone che si prendono cura di loro e che cercano di insegnargli cosa è giusto e cosa è sbagliato. Spero tanto che riescano a prendere la strada giusta. Loro forse non lo sanno, ma nella disgrazia sono stati fortunati a capitare dove sono. L'alternativa erano gli orfanotrofi statali.

Per quanto riguarda i centri gestiti dallo Stato, ne abbiamo potuti visitare due. Il numero 3 in cui erano i più piccoli e il numero 5 in cui vivevano ragazzi dai 12 anni ai 26. Entrando nel primo, ci siamo resi subito conto di quanto sia importante un ambiente di crescita stimolante per un bambino. Qui i bimbi sembravano lasciati un po' allo sbaraglio. Le assistenti si mettevano all'angoletto e guardavano con noia le attività che proponevamo. Non si dimostravano particolarmente entusiaste neanche quando i bambini correvano da loro, stra-felici, per il disegno che avevano colorato. Personalmente ho notato sia tra i più piccoli che tra i più grandi dei rallentamenti. Non erano bimbi particolarmente curiosi. Se proponevi un gioco lo avrebbero continuato all'infinito. Alcuni dovevi aiutarli anche nell'esecuzione perché non erano in grado di incominciare e portare a termine qualcosa. La soddisfazione più grande è stata Romeo. All'inizio, mentre ci mettevamo in cerchio per cantare le canzoncine, era fermo immobile e ci guardava spiazzato. A fine missione era il primo che cantava e si divertiva un mondo!! Poi c'era Carmen. Che l'ultimo giorno andava in giro ripetendo che la sua mamma (io) se ne andava via. Non sapendo come gestire la cosa, facevo finta di non capire. Dirgli che non doveva considerarmi come mamma mi sembrava troppo brutale.

Al centro 5 invece c'erano i miei due ometti. Florin e Adrian. Di 12 e 13 anni. Il giorno e la notte praticamente. Il primo biondo, occhi azzurri con un difetto di strabismo. A tal proposito, ho notato che parecchi ragazzi in orfanotrofio erano strabici. Florin è stato il primo bimbo che abbiamo visto nella prima visita al centro 5. Appena lo ho visto pensavo avesse 6 anni. Al massimo 10. Quando mi ha detto che ne aveva 12, pensavo mi prendesse in giro. Poi invece il nostro capo ci ha spiegato che era possibilissimo. A volte capitava di incontrare ragazzi e scoprire che in realtà erano ragazze. Molte infatti avevano atteggiamenti mascolini. Immagino sia dovuto al fatto che, crescendo in un contesto in cui devi imparare a cavartela da solo, in cui non c'è nessuno che ti difende se qualcuno ti fa i dispetti, devi tirare fuori le palle e dimostrare al mondo che nessuno ha il diritto di metterti i piedi in testa. Alcune erano parecchio sboccate. Parlavano in italiano perché l'associazione con cui sono partita opera a V. da ben  13 anni. Per cui spesso e volentieri vedevi gesti espliciti e sentivi frasi del tipo "quella è una puttana. Gli piace il cazzo!". Marinela era così. Veniva puntualmente tutti i pomeriggi dal centro 4 per poter stare con noi. Le piaceva molto giocare a calcio, ma a volte le prendevano i 5 minuti da matta e tirava il pallone, con tutta la potenza che aveva in corpo, addosso alla gente seduta sui gradini. Ma, se mettevi da parte questi gesti di aggressività dovuti al modo in cui ha vissuto nei sui 23 anni di vita, e ti soffermavi sul resto, rimanevi sbalordito. Vedevi come una ragazza vestita sempre da maschiaccio, che parlava come uno scaricatore di porto, poi si metteva a cantare le canzoni insieme ai bimbi del centro 3. E nonostante i suoi gesti un po' dittatoriali, partecipava alle attività e li metteva in riga per farli giocare. Non avrei mai pensato di veder uscire fuori il suo lato dolce. Lo stesso posso dire di George. Magari passava tutto il tempo a chiamarti "maimuta" (scimmia), e a sbellicarsi dalle risate. Ma poi, puntualmente lasciava i grandi per venire al centro 3 e stare insieme ai piccoli e a noi italiani.

E poi c'era Adrian. Scuro, moro. Secco al limite massimo. Un  corpo da atleta. Neanche un filo di grasso. Solo muscoli. Era il classico ragazzino vivace. La prima volta che lo ho notato, eravamo al pic nic. Aveva visto che usavo il dizionario per parlare con una ragazza e lo aveva subito voluto consultare anche lui. Peccato che sia andato a vedere parole come "succhiare" o "sperma". Glielo ho subito tolto di mano, e mentre lui se la rideva allegramente, cercavo di fargli capire la mia posizione a riguardo. Il giorno dopo, ero dai più piccoli, lui ha scavalcato la rete e si è messo ad osservare quello che facevo, e a sabotare i giochi con la palla. Non facevo altro che rincorrerlo facendo finta di avercela con lui, per poi raggiungerlo e fargli il solletico. Poco dopo, era lì con tutti gli altri bambini a giocare senza creare abbastanza casini. E' stato bello ricevere un disegno da parte sua. Era il classico ragazzino che vuole sentirsi grande e che - purtroppo - prende ad esempio i più grandi. Per cui, se ti avvicinavi per abbracciarlo o dargli un bacio sulla guancia, si metteva a ridere tutto imbarazzato e diceva che lui era grande. Gli ultimi giorni, vederlo uscire dal cancello dell'istituto per accompagnarci al taxi e approfittare della passeggiata per abbracciarci, darci i pizzicotti ma regalarci anche dei baci sulla guancia, è stato molto significativo. Io spero tanto che riesca a salvarsi là dentro. Se solo avesse una guida giusta!!

Prima di partire, il centro che mi spaventava di più era il 5. Con i 20 enni non puoi metterti a fare i braccialetti con le perline. Ti mandano a cagare in un batter d'occhio. E invece, probabilmente, il contatto con i ragazzi, lo scambio di pensieri ed opinioni, la conoscenza dei lori passati è stata la cosa che più mi rimarrà in mente.

Di tutti loro avrò come ricordo la festa dell'ultimo giorno. Le cose da mangiare che abbiamo comprato per loro e le casse che hanno portato per mettere un po' di musica nella stanza. I balli scatenati rigorosamente al buio (la stanza non era dotata di luci). Tutti insieme. Tutti sudati. Tutti con la voglia di lasciarsi alle spalle ogni cosa e di cantare, e ridere. Senza differenze. La canzone che è diventata la colonna sonora di questa esperienza meravigliosa e il ritornello cantato a squarciagola abbracciati gli uni agli altri. I cori alzati nei momenti di silenzio tra una canzone e l'altra:

"I-TA- LIA"      "I-TA-LIA"

"RO-MA-NIA"      "RO- MA-NIA"

Avevo i brividi allora e li ho ancora adesso nel ricordare queste scene di unione. Ci siamo salutati stringendoci gli uni agli altri. Incuranti del sudore. Tanto eravamo tutti zuppi! C'era poco da fare gli schizzinosi.

Quella sera, per la prima volta sono entrata dentro l'orfanotrofio. Ho chiesto ad una ragazza se mi accompagnava al bagno, visto che non sapevo dove fosse. Abbiamo sceso le scale. La musica diventava sempre più attutita. Il colore predominante lì dentro era il grigio. Siamo entrate in un corridoio che sembrava quello dei film horror. Una luce accesa, la parte in fondo avvolta nell'oscurità. Ragazzini che spuntavano dal nulla. Una serie di porte bianche chiuse sia da un lato che dall'altro, costellate da tanti fili che pendevano dalle pareti. Bagni rigorosamente comuni, con porte che non si chiudevano, lavandini non completamente funzionanti. Gente che camminava scalza in mezzo a quel marasma di roba buttata a terra con noncuranza.  Piatti stile militare. Di quelli infrangibili, di acciaio. Cani che entravano con disinvoltura nella mensa. Pane e roba avanzata buttata sotto il tavolo dai ragazzi per sfamare i cuccioli. Alimentazione sicuramente poco salutare (per le due settimane che ho mangiato in orfanotrofio, ho potuto nutrirmi solo  di pollo e patate).Vetri delle finestre rigorosamente in plastica, che appena avevano un pallone, lo tiravano con tutta la violenza che avevano in corpo contro la facciata piena di finestre che dava sul cortile. Ho smesso di preoccuparmi dopo aver capito che erano infrangibili. Gente che camminava scalza non solo dentro l'orfanotrofio, ma anche fuori ,per strada. Ragazzi che vivono allo sbando. Nello spreco più totale. Senza regole. Senza affetto. In un contesto in cui fin da subito imparano che vince la legge del più forte. E non le solite minchiate del bene e del male. Una realtà davvero brutale. In cui io non riuscirei a vivere neanche un giorno. Loro sono lì. Costretti dalle circostanze. E nonostante tutto, hanno ancora voglia di conoscere, parlare, ed affezionarsi.

C'è davvero da ammirarli!!!!

 

 

 

 

 

 

 
 
 

CHE STRANA CHE è LA VITA...

Post n°930 pubblicato il 29 Giugno 2013 da turbine_di_pensieri
 

Tempo  fa, mentre passavo sotto il palazzo in cui lavoro, ho notato parcheggiata una macchina targata V. E’ la città romena in cui andrò a fare il volontariato a fine luglio. Se ne vedono poche di macchine con quella targa. Per vari giorni l’ho vista parcheggiata più o meno sempre nei pressi del portone del mio ufficio. Poi è scomparsa. Immaginavo che il suo proprietario avesse finito il lavoro per cui era stato chiamato in zona e ho accantonato la cosa. Dopo un po’ di tempo, rivedo di nuovo la stessa auto nello stesso posto. A quel punto, ho pensato che dovevo fare qualcosa. Ero curiosa di sentire cosa mi avrebbe potuto dire uno del posto sulla destinazione della nostra missione, e così prima di entrare in ufficio ho preso un foglio e gli ho scritto un piccolo pensiero in romeno. Dicevo che avevo notato che la macchina era di V. e chiedevo informazioni su come fosse la città dal momento che l’estate sarei partita con un’ associazione. Che se voleva, avrebbe potuto lasciar scritto qualcosa sulla macchina, che tanto io lo avrei letto il giorno dopo. Mi scusavo per la pessima grammatica spiegando che ero italiana e auguravo buona giornata.

Nel pomeriggio il tempo è peggiorato e si è messo a piovere. Ero preoccupata per il biglietto. Lo avevo lasciato sul tergicristallo. Probabilmente sarebbe diventato illeggibile. Mi sono affacciata dallo studio per verificare la situazione e con mio stupore ho notato che il foglio sulla macchina non c’era già più.

Il giorno dopo, ritrovo l’autovettura nello stesso posto. Niente biglietti sul tergicristallo, ma a dire il vero non mi aspettavo che qualcuno mi rispondesse. Prima di entrare nel portone dello studio però, mi sono avvicinata di più alla vettura. Volevo esser sicura di aver visto bene. Un foglio dentro al cruscotto c’era. Pensavo fosse il mio, quello del giorno prima, ma arrivata a due passi dal vetro, mi sono resa conto che era la risposta. Il proprietario dell’auto rispondeva che la città è piccola, pulita e molto bella. Mi diceva che lavorava a 100 metri da lì e mi lasciava il suo numero per potermi raccontare di più.

Il numero l’ho preso, mi sono convinta a contattarlo. Ho messo l’anonimo e l’ho chiamato più che altro per ringraziarlo. Gli ho spiegato un po’ il motivo che mi aveva spinto a lasciargli il biglietto e lui mi ha rassicurata. Mi ha dato informazioni sulle temperature che incontrerò in quel periodo, sull’apertura no-stop dei negozi in Romania e che se avevo altre domande da fare, il numero lo avevo, di non esitare a chiamare che gli faceva piacere. Il suo nome è Claudiu.

Dopo quell’episodio ci sarà stato un altro scambio di bigliettini e 2 telefonate. Sempre volte a sapere di più sulla Romania. Il regime di Ceausescu, le file ai negozi, la situazione delle campagne romene, i bidet che si trovano solo in Italia, i bagni comuni che probabilmente troverò nelle sistemazioni in cui alloggeremo ecc ecc… l’ultima chiamata è durata un sacco con tutte queste informazioni. Un’ oretta buona. Avete presente quando ascoltate una persona e la tempestate di domande, e poi si raccontano aneddoti, si scherza… è stata una di quelle chiamate così. Ho scoperto anche, tramite Claudiu, che il senzatetto che si mette sempre sotto l’ufficio è di una città vicino a V.

L’altro giorno, sono andata a comprarmi il pranzo e non mi sono regolata con le porzioni di pizza. Visto che scoppiavo, un pezzo lo ho lasciato al mendicante. E avevo riferito la cosa anche a Claudiu, visto che la mattina pure lui gli aveva lasciato una cosa.

Abbiamo riflettuto sul fatto che noi ci parlavamo ma ancora non ci eravamo mai visti, mentre il senzatetto conosceva entrambi, e ci vedeva lasciare bigliettini sulla macchina come due matti. Che una situazione del genere potrebbe benissimo essere la trama per un film per quanto è assurda. A fine giornata mi informa che la mattina dopo devo andare dal senzatetto, perché lui avrà qualcosa da darmi per conto suo.

La mattina arriva, e al momento di andare dal mendicante mi vergogno troppo. Claudiu mi chiama e mi dice di andare diretta alla sua macchina e aprirla, che l’ha lasciata aperta apposta per me e non gliela ruberanno perché c’è il senzatetto che gliela sorveglia, e di prendere quello che c’è sul sedile del passeggero. Titubante, dopo aver fatto avanti e indietro per il marciapiede più di una volta, mi decido e mi avvicino. Apro la portiera e trovo un mazzo di tre rose e al posto dietro un interessante seggiolino. Mi ritorna, inevitabilmente, alla mente Winston, la rosa che mi ha regalato la prima volta che ci siamo rivisti e suo figlio. Mi si riapre la ferita. Più che andare a lavoro, vorrei mettermi in un angolo, piangere e mandare tutti gli uomini romeni affanculo. Quando lo chiamo per  capire, Claudiu mi rassicura che non ha figli. La macchina in realtà non è la sua, ma del suo coinquilino che è sposato. Che la sua è ferma e che non me lo ha detto perché temeva che non avrei più scritto biglietti. Che voleva che fosse una bella giornata per me, ma che era dispiaciuto perché si rendeva conto che aveva scatenato delle reazioni inaspettate e sgradite. Gli ho spiegato a grandi linee la mia situazione con Winston e la conseguente mia tendenza a non credere a ciò che mi viene detto se davanti ai miei occhi ho elementi che ritengo inequivocabili.

Al di là di tutto questo, gli ho chiesto come mai mi avesse fatto un pensiero del genere dal momento che neanche ci conosciamo. L’impressione che avevo e che ha poi confermato è che non ha nessuno con cui parlare. Sta qui, in un paese che non è il suo e lavora 7 giorni su 7 anche fino alle 10 di sera se necessario, perché fermo non ci sa stare e poi, che altro potrebbe fare?? Che sta ancora ringraziando il suo amico di avergli prestato la macchina e me per aver messo il biglietto.

Penso che la situazione di qualsiasi straniero sia drammatica da questo punto di vista. La solitudine non è per niente una cosa simpatica e cercare di ignorarla riempiendosi di cose da fare per non pensare, sicuramente più che risolvere il problema lo posticipa soltanto. E questa purtroppo non è solo una situazione che interessa esclusivamente chi viene da un altro paese, ma anche gli anziani. Manca gente che ascolta. Mentre c’è un sovraffollamento di persone che hanno il desiderio, la voglia, la necessità di esternare tutto ciò che sentono, che le riguarda… forse un po’ anche per sentirsi ancora parte di un mondo che tende ad emarginarle.

Ovviamente, se uno ti dice che era da tempo che non faceva chiacchierate disinteressate in questo modo, non puoi che esser contenta. L’importante è che capisca che non c’è trippa per gatti nel caso in cui pensasse di provarci con la sottoscritta. Sono stata ben chiara su questo punto.

Ultima cosa, che ormai mi fa ridere è che, sentendomi lamentare sul fatto che Winston non si è fatto sentire più una volta partito, mi comunica che nel week end ritorna pure lui al suo paese, ma mi chiamerà da lì.

Intendiamoci, io non voglio chiamate da Claudiu. Però, non capisco come tutte ste persone che partono per ‘sto paese, prima ti promettono di farsi sentire e poi scompaiono nel nulla… come risucchiati da qualche buco nero… mah!

 
 
 

ECCO...LA MUSICA è FINITA...

Post n°929 pubblicato il 17 Giugno 2013 da turbine_di_pensieri
 

E così te ne sei andato.

Diciamo che mercoledì, quando mi hai comunicato che nel fine settimana non ci saremmo visti, mi si è chiuso lo stomaco. Avevamo ancora un bel po’ di cose da fare. Mi avevi promesso che prima della mia partenza, mi avresti portata al ristorante per consigliarmi i piatti migliori e io dovevo farti assaggiare il gelato spettacolare che fanno al centro (altro che quello della gelateria di Ardea)!!!

E invece niente.  Si tende sempre a programmare e posticipare le cose con la convinzione di avere tutto il tempo di questo mondo.  E puntualmente arriva l’autista di turno. Quello che passa, ti carica e ti porta via. E’ stato un lampo. Neanche il tempo di dirsi “arrivederci” guardandosi negli occhi. Nella mente l’ultima giornata passata insieme. L’avrei portata ugualmente dentro di me quella domenica. Ma, visti gli eventi, il ricordo che ne risulta è ancora più dolce.

 

Se potessi rievocarla con l’uso delle parole e delle immagini, descriverei una  porta finestra mezza aperta. Una folata di vento tiepido che ti accarezza ogni centimetro di pelle nuda. Una tenda che dolcemente danza nell’aria. La giornata quasi al termine, con il sole che sta cominciando ad unirsi con l’orizzonte. Il silenzio tipico della campagna, interrotto dalla voce in lontananza di un uomo che parla chissà con chi. Il letto disfatto e io e te abbracciati.
E il ricordo di appagamento e serenità di quella domenica mi seguirà nel tempo. Forse, mi ricorderò anche di quando mi hai guardata negli occhi sorridendo e hai detto:
“Dormiamo qui asta seara. Telefona a tua madre e di che non torni a casa e che domani vai a lavoro con la macchina”.
Di sicuro, mi tornerà alla mente anche la voglia di fermare il tempo. Il ritorno, inevitabile, alla realtà e il modo per cercare di rallentarla chiedendoti di rivestirmi. Mi è piaciuta come cosa, sai? Sembri così forte con quelle mani rovinate dal lavoro, eppure, riesci ad esser delicatissimo quando si tratta di far passare una testa e due braccia nelle fessure di una maglietta.

 

 
 
 

ANSIE VARIE...

Questo week end sono risalita a Milano.
E' stato molto bello stare per due giorni immersa in un contesto pieno di giovani. Saremmo stati più di un centinaio. E finalmente ho conosciuto le persone con cui partirò, e ovviamente anche la destinazione.
Destinazione un po' complessa, devo dire, a causa delle mille situazioni diverse che ci attendono. Andremo dai bambini che si trovano in strutture tipo "doposcuola", che ritornano a dormire a casa, agli orfanotrofi in cui ci saranno piccoli con handicap e ragazzi adolescenti/adulti che, ormai sfiduciati, potrebbero contribuire a sabotare il nostro intervento.

Non so se sarò in grado di gestire situazioni così particolari, ma tenterò. Per il momento non mi voglio stare a preoccupare. Anzi, sono strafelice di aver conosciuto 15 belle persone. Ancora non le conosco a fondo, ma mi sento bene con il mio gruppo. Figuratevi che già domenica sulla via del ritorno, mi mancavano. E ci sono stata in contatto solo 2 giorni. Intensi, ma pur sempre 2 giorni. Non oso immaginare come sarà quando dovrò lasciarli dopo 2 settimane di convivenza e di condivisione totale di un esperienza che in gran parte affrontiamo per la prima volta. Alcuni invece sono già partiti negli anni precedenti, ma nessuno è mai stato nella città di V.

Nella sera di sabato sono emerse preoccupazioni per questa meta non facile da gestire, ma io credo una cosa: fossi partita per un'altra città, probabilmente mi sarei sentita non pronta allo stesso modo. Nessuno è mai veramente pronto al 100% rispetto alle cose che deve affrontare. Le si fanno, magari si improvvisa anche, e soprattutto si cerca di uscirne nel miglior modo possibile. Non sempre si riesce a farlo, come afferma il nostro referente più anziano, ma è così che funziona la vita alla fine. Non si vive nelle favole, purtroppo.

Per il momento bisogna pensare ad un nome per il gruppo... uff!! E' difficile!!

Oggi ho sentito Winston. Ogni volta che salto l'appuntamento domenicale con lui, mi manca da morire e non vedo l'ora di rivederlo. Il primo maggio, è riuscito a liberarsi dal lavoro e sono andata a trovarlo. Mi rendo conto che non è affatto bello, lo dice anche lui, eppure, dopo due settimane che non lo vedevo, mi sembrava bellissimo. Mentre guidavo, lui non faceva altro che fissarmi sorridendo:
- ma la pianti di guardarmi??
- oh! È da tanto che no te vedo, te voio vedè!! Se po'?
- si può, però mi metti in imbarazzo!
- e dai turbine! Su... no fa così. Senti, lo voi un cafè?
- va bene.
Entriamo al bar. Lui mi abbraccia mentre osserviamo il tempo dalle ampie vetrate che si affacciano sul mare.
- tu stai a ride turbine, perché sei felice. E' vero?
- ecco te pareva... già ho capito dove vuoi arrivare... può anche essere che rido perché non voglio far vedere che sono triste!
- no, è vero! Tu sei felice. Oh! Io penso, eh... e sei felice perché mi hai rivisto.
- sei proprio uno sbruffone, sai???
- e su turbineeeee... no di così.

Abbiamo passato una bella giornata. Tentando di tradurre la poesia di Eminescu, ma non è stato per nulla facile. E fortuna che sono 9 anni che è qui!!! Tutto un pomeriggio per capire che una parola significava "vendetta". E l'ho capito solo con l'aiuto di google!!!!

Oggi invece mi ha parlato dell'"uomo piccolo" (suo figlio). Quando parla di lui gli brillano gli occhi e si sente dalla voce che è contento. Fa piacere sentirlo, anche se un po' mi inquieta sta cosa. Più che altro quando tira fuori frasi che sembrano intendere che un giorno me lo farà conoscere... 

 
 
 

VACANZE ALTERNATIVE...

Post n°927 pubblicato il 23 Aprile 2013 da turbine_di_pensieri
 

 

Cari miei,

se son latitante da un bel po’ c’è un motivo. E il motivo è che mi sto occupando delle mie “vacanze”. Metto le virgolette perché quest’anno passerò l’estate in manieraalternativa.

Tempo fa, girando su internet, ero finita su un blog tenuto da volontari al servizio civile estero. Erano tutti ragazzi giovani, ma quei post trasudavano di riflessioni per le situazioni tristi che  vedevano con i loro occhi e che vivevano in prima persona, ma traspariva anche la gioia: della popolazione locale, del fare qualcosa e rendersi utili. Gioia che, secondo me, riescono solo i giovani a tirar fuori in certi contesti.

Leggere quel blog, metteva voglia di partire subito per andare a dare una mano. Per apportare un aiuto lì dove serve. Per essere utile in qualche modo a qualcuno e non sprecare il proprio tempo in modo improduttivo. Ovviamente mi sono informata sul servizio civile, ma partire per 6 mesi o un anno non è una cosa fattibile, considerato che di tempo ne ho perso  fin troppo a fare la studentessa e adesso, devo assolutamente imparare “l’arte” come dice quel detto famoso. Proprio per questi motivi, avevo accantonato l’idea. Stroncata sul nascere. Però questo non mi impediva di seguire il blog.

Qualche mese fa, su un gruppo di fb, mi imbatto in un video di youtube fatto da un’associazione italiana che si occupa di organizzare gruppi di volontariato per rendere meno grigie le giornate dei bambini degli orfanotrofi romeni. Era un montaggio di foto di ragazzi e bambini che svolgevano le più disparate attività. La cosa più bella che arrivava erano i sorrisi di entrambi.

Sono andata sul sito dell’associazione per informarmi, e lì ho scoperto che i gruppi partono da fine giugno ad inizio agosto e che ogni gruppo ha una permanenza sul territorio di sole due settimane. Perfetto per chi lavora! I costi erano anche ridotti e questo è sempre buono per chi, come me, prende una miseria al mese.

Mi iscrivo tramite e- mail ad inizio anno. Due settimane fa c’è stato il primo incontro. L’unica pecca è che l’associazione non è proprio dietro l’angolo. Sta a  Milano. Qui a Roma ho cercato, ma di associazioni che facciano volontariato all’estero per due settimane e a costi ridotti, nemmeno l’ombra. Poi  vabbè, può anche darsi che mi sia sfuggito qualcosa…

Ho prenotato il treno ed ho passato il week end appoggiandomi da 600 km. Tempo magnifico a Milano. Un sole così, penso che se lo scordano. Nella presentazione mi avevano fatto una buona impressione, poi c’è stato il colloquio individuale, in cui i ragazzi che già avevano fatto questa esperienza, tendevano a rassicurarmi. Ho aspettato un po’ prima di prendere la decisione di andare al secondo incontro. Per caso, ho scoperto che uno dei ragazzi che scriveva sul blog del servizio civile, aveva fatto volontariato anche con questa associazione, così prima lo ho contattato. Quando ho ricevuto la sua risposta di rassicurazione e di spinta verso questa avventura, ho deciso che dovevo andare.

Per risparmiare,visto che il fine settimana era alle porte, ho dovuto prenotare andata e ritorno nella stessa giornata di sabato. Devo dire che girare da sola sta cominciando anche a piacermi. In entrambi i casi infatti, 600 km non poteva accompagnarmi, per cui ho dovuto vedermi il percorso e muovermi in autonomia. L’idea di girare in una città non tua, da sola, fa più paura pensarla che non attuarla. E’ stato tutto molto semplice. Questo secondo incontro è stato magnifico. Abbiamo cominciato a sperimentare l’esperienza dello stare in gruppo, e devo dire che è un modo per testare anche se stessi. Riesci a capire quando sei in grado di accogliere idee altrui, di tirarne fuori di tue, di metterti in gioco e fare cose che non sospettavi mai di essere in grado di fare. E’ proprio vero che le paure cessano di esserci quando le si affronta.

Credo che questa esperienza mi servirà anche come crescita interiore.

Son sempre più convinta e contenta di aver fatto questa scelta. Tra l’altro, si son creati un insieme di intrecci che sembravano proprio spingermi verso quella direzione. Avevo come l’impressione che se non avessi provveduto quest’anno, avrei perso il treno.

Inoltre, nonostante la mia timidezza, già ho legato con una ragazza di Arcore (località tristemente nota ai più, negli ultimi tempi). Abbiamo espresso il desiderio di partire insieme… e credo che lo esaudiranno. Più che altro, che strana la vita!!! Basta semplicemente varcare la soglia di una porta contemporaneamente ad un’altra persona e rivolgerle casualmente la parola, per farla entrare nel proprio cammino.

 

 
 
 

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ALDO GARZIA

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"Vostro padre è stato uno di quegli uomini che agiscono come pensano e, di sicuro, è stato coerente con le sue convinzioni.
Ricordatevi che l' importante è la rivoluzione e che ognuno di noi, solo, non vale nulla. Soprattutto, siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualsiasi ingiustizia commessa in qualunque parte del mondo."

"Molti mi daranno dell' avventuriero e lo sono; soltanto che lo sono di un tipo differente: di quelli che rischiano la pellaccia per dimostrare le loro verità."

 
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