Tyki's Fantasy

CAPITOLO X


Al suo risveglio il sole era già alto e picchiava intensamente. Era stato il calore a destarla, nonostante avesse riposato all'ombra di un albero. Sarah si guardò attorno spaesata. Non riconosceva il luogo, perché quando vi erano giunti faceva ancora buio, ma anche perché la notte precedente l'aveva stremata dalla fatica e dai nervi. L'albero sotto al quale era distesa, era di una specie che non aveva mai visto. Aveva un tronco lungo e sottile, solo in cima distendeva lunghe e ampie foglie in tutte le direzioni. Il paesaggio era un misto di sassi di diverse dimensioni, dalla forma arrotondata e di una bassa vegetazione molto secca, dal colore giallastro. Non vedendo i compagni si alzò in piedi per guardarsi attorno, senza però lasciare l'ombra dell'albero. Il caldo in quelle ore era davvero insopportabile. Si accorse che più avanti c'era un leggero avvallamento percorso da un torrente. Vash e Diana erano lì. Sarah li raggiunse e notò che Diana si stava rivestendo. Aveva i capelli bagnati e un sorriso sollevato stampato sul volto."Ah, Sarah! Ti sei svegliata?" esclamò la ragazza di Tunsea: "Hai riposato bene?""Sì... cosa stai facendo?" le chiese l'altra."Beh, mi sono data una rinfrescata. Fallo anche tu, l'acqua del torrente è gelida. Vedrai, ti sentirai subito meglio!""Co... cosa?! Ti sei spogliata qui?!" gridò Sarah arrossendo all'istante: "Ma non ti vergogni a farlo davanti a lui!" la rimproverò indicando il cacciatore."Che ti prende, sei gelosa?" la canzonò Diana con un sorriso malizioso: "Guarda che se vuoi puoi farlo anche tu. A meno che tu non abbia paura di perdere il confronto...""Ma che razza di persona sei!" si arrabbiò Sarah, ormai paonazza."E poi a lui non dispiaceva mica! Ha detto che non gli dava alcun fastidio." insistette l'altra: "Dico bene, Vash?""Che vi prende a voi due?" disse il ragazzo senza alzare lo sguardo: "Risparmiate le energie per camminare!"Il cacciatore era seduto su di una roccia a pochi metri da loro, rivolto verso il torrente. Anche lui si era messo a torso nudo e Sarah poté vedere alcune lievi cicatrici che gli coprivano la schiena. Era intento a pulire lo spadone, probabilmente dal sangue dell'uomo che aveva trapassato per salvare Diana. Alla fine aveva mantenuto la parola, pensò Sarah. I due che l'avevano aggredita nel bosco, ora giacevano morti."Comunque è un gentiluomo. Mentre mi stavo rinfrescando, lui era voltato di spalle." affermò Diana per tranquillizzare la compagna di viaggio.Sarah notò allora i tre tagli al braccio sinistro di Vash che lui aveva solamente lavato con acqua e corse a prendere il suo kit medico. "Posso dargli un'occhiata?" gli domandò al ritorno, indicando la ferita."Lascia stare, è solo un graffio." rispose il ragazzo.Ma Sarah gli si sedette accanto e gli fasciò il braccio. Vash la guardò meravigliato con quegli occhi chiari che la fecero arrossire timidamente. Pareva che non ricevesse cure simili da tempo."Bene, ho finito." disse Sarah."Ti ringrazio." le rispose lui.La ragazza fece per alzarsi, ma Vash la prese per la mano."Aspetta! Devo dirti una cosa." le sussurrò il cacciatore e Sarah sentì nuovamente accendersi il volto. Il cuore iniziò a batterle fortemente mentre lui la fissava dritto negli occhi. Provò a immaginare quella che doveva essere la faccia di Diana in quel momento. Ricambiò quello sguardo intenso, trattenendo il fiato. Tutto intorno a loro le sembrò tingersi di rosa, l'atmosfera le parve meravigliosamente romantica..."Ti senti bene?" le chiese Vash: "Sei solo accaldata o hai preso la febbre? Forse non hai riposato abbastanza..."L'atmosfera romantica, il colore rosa e tutto il resto svanirono all'istante, lasciando la ragazza così male da farla arrabbiare."Era questo che volevi dirmi!" esclamò, senza nascondere un po' di stizza."No." rispose lui: "Riguarda il tuo approccio allo scontro di ieri sera."Una ramanzina.Simile a quella che le aveva fatto suo padre riguardo alla caccia agli animali.<<Uccidi per non essere uccisa>> Praticamente si sintetizzava tutto in poche parole. Ma in questo caso, Vash le chiedeva di uccidere delle persone. Come poteva farlo?Sarah continuò a pensarci ancora due giorni dopo, quando finalmente entrarono a Tunsea Town. Era una grande cittadina, ma non propriamente una città. La prima cosa che la ragazza notò appena la vide comparire, era la grande quantità di persone che stavano lavorando per fortificarne le mura. Procedevano in gran fretta, ma quella scena perlomeno indicava che la città non era ancora stata attaccata. Per fortuna erano giunti in tempo.Gli uomini che li videro entrare, nonostante fossero sommersi dal lavoro, trovarono il tempo per dei cordiali gesti di saluto. Diana aveva sul volto un sorriso trionfante, anche se non portava con sé i rinforzi desiderati e rispondeva ai saluti di ognuno. Erano tutte persone dalla pelle piuttosto scura e con capelli corvini. Però avevano tutti un carattere allegro e ospitale, pur trovandosi in quelle circostanze così terribili. Vash pensò che se non altro sembravano ben motivati.Tunsea Town sorgeva sul mare e la cosa singolare è che in parte lo faceva letteralmente. Alcune delle abitazioni infatti erano palafitte, si appoggiavano su massicci tronchi d'albero conficcati in profondità, sotto il fondale di pietrisco. Queste case sopra le acque del golfo di Tunsea erano collegate tra di loro e alla terraferma grazie a un labirinto di pontili di legno. Sia quelle terrestri che le palafitte erano tutte strutture in legno, piuttosto leggere e semplici. Non dovevano sopportare che qualche rara pioggia in tutto l'anno, perciò non necessitavano di altro che un tetto e qualche trave. A Tunsea Town si viveva prevalentemente fuori dalle case, in costante contatto con la gente. In qualche modo sembrava una grandissima famiglia. Lo si vedeva chiaramente dalla quantità di bambini che corsero incontro a Diana ridendo e strillando. Alcuni la chiamavano per nome e forse si aspettavano qualche sorpresa o un regalo. Altri leggermente intimiditi, si fermarono a osservare i due stranieri giunti con la ragazza, che era relativamente facile riconoscere come tali. Diana accarezzava la nuca di quelli più invadenti esponendo un largo sorriso compiaciuto. Sembrava più la loro sorella maggiore, che una maestrina autoritaria, come se avesse lasciato da poco quel gruppo di ragazzini. Sarah sorrise ai bambini che la guardavano, lasciandosi alle spalle i suoi pensieri. Ma vedendo tutte quelle strutture in legno non poté fare a meno di chiedersi da dove proveniva quella materia prima. Negli ultimi giorni aveva notato senza alcun sforzo che Tunsea non era una regione verdeggiante. Gli unici alberi che avevano visto erano uguali o simili a quello sotto al quale aveva dormito due giorni prima. Diana li chiamava "palme", ma anche Sarah poteva capire che non avevano tronchi adatti per la costruzione. Si avviarono verso i pontili, dopo che Diana aveva convinto i suoi ammiratori a dileguarsi e lasciarli in pace. La ragazza indicò ai compagni le barche che erano legate vicino alle palafitte. Erano basse e lunghe, costruite sempre in legno, ma variavano di dimensioni. Diana raccontò che il mare era tutto per Tunsea Town. Quasi tutti gli uomini e pure alcune tra le donne erano dei veri lupi di mare, pescatori o marinai. Le più grosse tra le barche, che in realtà erano già piccole navi, percorrevano i mari in varie direzioni e raggiungevano alcuni dei porti più lontani, dove commerciavano. Erano imbarcazioni a vela, leggere e agili, che necessitavano di pochi uomini a bordo. Nonostante le apparenze, queste piccole navi resistevano ad alcune delle peggiori intemperie. Pure il legname, fondamentale materiale d'importazione, era trasportato grazie alle loro stive.Diana li condusse a una palafitta piuttosto ampia, che se ne stava al centro del principale incrocio tra i numerosi pontili. Era piuttosto aperta, bene ventilata e illuminata. Si poteva vedere benissimo che vi erano delle persone all'interno, le quali smisero di discutere vedendoli avvicinarsi. La ragazza mora entrò per prima e fece un gesto di saluto, seguita dagli altri due. All'interno c'erano circa due dozzine di uomini. La maggior parte di essi superava i quarant'anni d'età. Alcuni sedevano a terra, altri stavano in piedi, appoggiati alle pareti, tutti comunque erano disposti in cerchio attorno a un basso tavolo al centro della stanza. Su di esso vi era una grande mappa e altre carte. "Diana, finalmente sei tornata!" disse uno di essi.Si era alzato e avvicinato alla ragazza con un misto di sollievo e trepidazione. Era un uomo dai capelli corti e parzialmente brizzolati, che tradivano la sua non più verdissima età. Portava una corta barba grigiastra e vestiva tipici abiti locali, piuttosto leggeri: una camicia senza maniche, colorata e ricamata, corti pantaloni che non raggiungevano le ginocchia e ai piedi dei sandali di cuoio. Afferrò Diana per le spalle e la scrutò con gli occhi neri. "Mi dispiace, papà. Ho fallito, Rushton non verrà ad aiutarci." sussurrò la ragazza.Gli uomini nella sala non nascosero il loro disappunto, ma il padre di Diana non sembrava affatto arrabbiato, solo deluso."Me l'aspettavo..." affermò."Ezel, te l'avevo detto di non mandare tua figlia!" esclamò qualcuno: "Sarebbe dovuto andare uno di noi!""Ne abbiamo già parlato." rispose il padre della ragazza: "E comunque non avremmo ottenuto nulla di più. Quella città pensa esclusivamente agli affari propri.""Non ci credo! Ci hanno voltato le spalle in questo modo, dopo tutti i vantaggi che gli abbiamo procurato nel commercio marittimo!" fu il commento di un altro."E' inutile. Sapevamo fin dall'inizio che avremmo combattuto da soli..." sentenziò uno dei più anziani."Forse no..." intervenne allora Diana.Dal suo bagaglio estrasse la grande sfera azzurra che al contatto con le mani della ragazza iniziò a mostrare quelle evoluzioni interne già fatte precedentemente. Tutti quanti i presenti osservarono la reliquia con meraviglia e crescente stupore. Una flebile luce azzurra illuminò la stanza, lasciando più d'uno a bocca aperta. Il padre di Diana aveva sgranato gli occhi."Che... cos'è quello?" domandò qualcuno."Signori, vi presento la Perla degli Abissi!" esclamò Diana con fierezza. Gli uomini rumoreggiarono bisbigliando tra di loro, ma non ci fu la reazione sperata. Sembrava quasi che non avessero capito le ultime parole della ragazza. Continuavano a osservare quell'oggetto meraviglioso senza riconoscervi nulla di famigliare."Chi ti ha dato questa sfera?" chiese Ezel a sua figlia: "E a quale scopo?""Ma come... non avete capito? Questa è la reliquia del dio Oceano!" gridò Diana con impazienza.Gli uomini nella sala iniziarono ad agitarsi, a guardarsi tra loro senza capire. Qualcuno chiese spiegazioni, affermando che non si conosceva alcuna reliquia attribuita alla loro divinità. Poi però uno degli uomini più anziani si avvicinò alla Perla senza distoglierne gli occhi."Intendi forse... la reliquia perduta?" la interrogò questo: "Il sacro dono del dio che era stato custodito nel Tempio di Oceano?""Esatto!" rispose lei semplicemente.Nella stanza era sceso il silenzio. Tutti erano fermi e immobili a fissare Diana e l'oggetto che teneva tra le mani. Dire che fossero sorpresi era troppo poco, nessuno si aspettava un regalo simile. Qualcuno si mise a ridacchiare dalla felicità, qualcun'altro a pregare, ma perlopiù regnava ancora la pura incredulità. "Come...? Dove?" le domandò suo padre senza riuscire a trovare le parole: "Quando hai...""Signori!!" lo interruppe un giovane che era appena entrato giungendo di corsa: "E' un'emergenza!!" riprese fiato: "Poco fa è rientrato uno dei nostri! E' ferito e dice di essere sopravvissuto al massacro delle nostre truppe inviate a nord! Ha delle cose importanti da dire!"Seguì un momento di caos in cui tutti i presenti si precipitarono fuori dalla palafitta e si diressero con passo spedito verso la terraferma. Diana afferrò suo padre per un braccio."Papà, dov'è Ryan?"Ezel non riuscì a risponderle, ma prima che si potesse allontanare con gli altri, mostrò una faccia molto preoccupata.Aprì gli occhi. Vide il liquido verde, fonte di vita.Quando li riaprì, non sapeva quanto tempo era passato. Il tempo scorreva inesorabile, ma lui non percepiva alcuna differenza tra un attimo e l'eternità. A ogni risveglio quel liquido era sempre lì, era tutto il suo mondo. Ormai era una certezza. Era parte di lui, o forse era lui a far parte di esso... Alla fine, come sempre richiudeva gli occhi e si abbandonava al suo riposo senza sogni.Rifflettere. Avere coscienza. Significava forse essere vivi, esistere?Notò le luci. Illuminavano il liquido verde dal quale sembravano giungere, alcune erano fisse, altre si accendevano a intervalli regolari. Qua e la piccoli gruppi di bolle salivano dal basso verso l'alto sino a sparire dal suo campo visivo. Tutto ciò faceva parte del suo mondo, mentre il tempo continuava nella sua opera impercettibile.Ma all'improvviso la sua serenità fu scossa. Il liquido iniziò a ritirarsi costantemente, fino a svanire del tutto.<<No! Non sparire!! La mia esistenza è legata alla tua! Se tu te ne vai, per me è la fine!!>> pensò, ma era inerme.Cadde e rimase appiattito al suolo da una forza sconosciuta. Iniziò a tossire selvaggiamente, una reazione fuori controllo. Si sentì soffocare, dalle cavità sotto agli occhi uscivano gli ultimi residui del liquido verde. La vita lo stava abbandonando...? Un respiro.Ne seguì un altro, e poi altri ancora. Si sentì subito meglio. Aprì gli occhi che iniziarono a bruciargli, come se li avesse aperti per la prima volta soltanto allora. Attorno a sé poté osservare un nuovo mondo, totalmente diverso da quello precedente. Pareva ignoto e incomprensibile. Non era soltanto verde, c'erano molti colori sconosciuti e... diverse forme strane."Ben svegliato! Come ti senti?"Quel suono era vivo, proveniva da una forma di vita. Alzò gli occhi e vide la creatura vicina a lui. L'istinto gli suggerì che gli doveva essere in qualche modo simile."Ascolta: tu sei appena nato e io sono colui che ti ha creato. Sono tuo padre."Non ne sapeva il motivo, ma stava comprendendo le parole del suo creatore. Era sempre merito dell'istinto?Ancora scosso dal trauma di poco prima, si appoggiò sugli arti per cercare di sollevarsi dal suolo. Attorno a lui si estendeva un freddo mondo metallico, ravvivato solo da piccole luci dai colori diversi. Erano le stesse che aveva intravisto attraverso il liquido verde.<<Padre?>>Non è forse vero che un padre crea il proprio figlio a sua immagine e somiglianza?<<Cosa sono io? Sono forse come te?>> Erano le prime domande che si poneva, ma non era ancora in grado di esporle a parole. "Io ti ho creato. Perciò tu dovrai fare sempre quello che ti dirò."Riconoscenza, rispetto per il padre, ma era anche lo scopo della sua esistenza... Era suo dovere obbedire al suo creatore e fare tutto ciò che gli veniva richiesto.<<Così è giusto,la mia vita ti appartiene, padre.>>