Utopia 2007

Hasankeyf: per saperne di più


Il Kurdistan turco è eccezionalmente ricco d’acqua; proprio tale ricchezza lo ha contestualmente innalzato e condannato a essere sia protagonista che vittima di un mastodontico progetto dai risvolti sociali, economici e geo-politici estremamente gravi. A partire dal 1980 il governo turco ha avviato il Progetto Idrico per l’Anatolia Sud-Orientale (GAP), che prevede la costruzione di numerose dighe e centrali idroelettriche lungo l’alto corso dei fiumi Tigri ed Eufrate. Il progetto per la costruzione della Diga di Ilisu é uno dei più grandi mai realizzati nel sud-est della Turchia: la diga sarà alta 135 metri, lunga 1820 metri, avrà una capacità di circa 10 km³, occuperà una superficie di 313 km². Sommergerà 6000 ettari di terre arabili, e un’ area agricola più grande di quella che sarà poi possibile irrigare sarà persa per sempre. Inoltre, le terre che saranno irrigate dall’acqua delle dighe rischiano di subire una salinizzazione, con conseguente perdita di fertilità del suolo nel medio-lungo periodo. Il bacino idrico che si formerà sommergerà una valle lunga 136 km, molti tratti della quale sono caratterizzati da morfologia a canyon. L’impatto sull’eredità archeologica e storico-culturale La realizzazione della sola diga Ilisu sul fiume Tigri, una delle più grandi di questo progetto, porterà alla distruzione - dunque alla perdita totale - di numerosissimi (stimati finora in ben 289!) centri d’inestimabile valore archeologico e storico. All’interno di tale inquietante costellazione spicca Hasankeyf: splendida cittadina, solennemente annunciata da una lunga parete di roccia a picco sulle anse del fiume Tigri, il cui corso sembra quasi voler accompagnare i visitatori fino alla città, che si erge maestosa sulle chiare rocce di cui è costituita. All’interno di essa ancor oggi vivono famiglie di pastori e agricoltori, sfruttando cavità naturali per secoli occupate da Romani, Parti, Bizantini, Sassanidi, Mongoli e molti altri gruppi umani, attratti in passato dalle caratteristiche dell’Alta Mesopotamia. Attualmente il sito è abitato dai Curdi, che sembrano essere i diretti discendenti dei glorosi Medi. Il succedersi di varie dinastie ha portato Hasankeyf a essere un prezioso museo all’aperto: è possibile ammirare resti di magnifiche moschee, minareti, palazzi sospesi sul Tigri, colorate tombe monumentali, nonché del bagno turco, dell’antichissimo quanto suggestivo cimitero e dello splendido ponte, probabilmente costruito dagli Assiri. L’impatto sulle popolazioni dell’area Per ragioni asserite come “economiche” - la produzione di energia elettrica e l’irrigazione di colture - la popolazione curda, stanziata nell’area e integrata con perfetta sintonia nel paesaggio circostante, impegnata in attività di antica tradizione (agricoltura, tessitura di tappeti, lavorazione di oggetti artigianali) sarà costretta a lasciare la propria terra per ammassarsi chissà dove... Il progetto Diga di Ilisu comporterà infatti il re-insediamento di 55000 persone. L’attuazione del progetto implicherà per tali persone lo sradicamento, la perdita del lavoro o comunque di attività svolgibili solo nel luogo d’origine - dal quale verranno sradicate! - per garantirsi mezzi di sostentamento. Ciò comporterà anche il loro trasferimento forzato in aree dove hanno ben poche possibilità di rinvenire nuove attività, andando dunque incontro a marginalizzazione ed esclusione sociale, con un grave detrimento per la loro dignità! Pertanto ci chiediamo e vi chiediamo: dove è possibile scorgere il rispetto dei diritti umani di questi profughi. Dov’è il rispetto della Convenzione Europea per la Tutela dei Diritti Umani e delle Libertà Fondamentali, che per la Turchia, Paese membro del Consiglio d’Europa, costituisce un obbligo. Dove, infine, è possibile rilevare la volontà turca di rispettare i Criteri di Copenhagen promulgati dall’Unione Europea nel 1993 e vincolanti per i paesi aspiranti all’accesso (garanzia di democrazia e stabilità delle istituzioni, vigenza dello stato di diritto, rispetto dei diritti umani), in vista dell’ingresso in Europa, che costituisce una delle massime aspirazioni della Turchia? Certamente non nelle attività progettuali finalizzate alla costruzione di nuove dighe, di cui quella di Ilisu è solo l’esempio più vistoso, significando altresì la sparizione del sito archeologico di Hasankeyf. Ilisu va infatti ad affiancarsi alla costruzione di ulteriori dighe lungo il corso di altri fiumi -Munzur e Zab- e quindi ad altre evacuazioni forzate. Le dighe finora costruite nell’ambito del GAP hanno infatti già recato alle popolazioni locali gravissime devastazioni territoriali oltre a un numero elevatissimo di profughi. Coloro, inoltre, che tenacemente hanno resistito, continuando a vivere nei luoghi d’origine, sperimentano paradossalmente frequenti black-out; infatti l’energia elettrica prodotta dagli impianti collegati alle dighe già attive è esportata altrove. La costruzione di dighe farà aumentare il numero degli sfollati interni, già di per sé elevato in Turchia. Si stima che almeno 3.000.000 di persone siano state costrette ad abbandonare le terre d’origine e si siano inurbate, a causa delle operazioni militari condotte a metà degli anni ’90. Un ulteriore inurbamento farà ulteriormente peggiorare le condizioni di vita degli sfollati interni confinati nelle periferie delle grandi città. Agli inizi del decennio 1990-2000 la popolazione della città di Diyarbakir è quadruplicata, mentre la periferia di Istanbul è divenuta sede di campi profughi che, come quello di Ayazma, sono giunti a ospitare, in condizioni igienico-sanitarie assai precarie, finanche 8000 persone, provenienti per lo più da villaggi distrutti dell’Anatolia Sud-Orientale. L’impatto sugli equilibri geo-politici con Siria e Iraq Che dire, inoltre, delle popolazioni che abitano zone situate a valle degli invasi in cui si riverserà l’acqua, a seguito dell’avvio del funzionamento della Diga di Ilisu come di altre dighe? Quanta acqua in meno avranno, per provvedere ai propri bisogni primari? Non si dimentichi che ciò avrà ripercussioni non soltanto sui kurdi, ma anche su altre popolazioni situate in Paesi limitrofi, l’Iraq e la Siria. E che la gestione e il trattamento delle acque di un fiume che, come il Tigri, attraversa più Paesi, dovrebbero essere regimentati in ambito internazionale. Qualora ciò non avvenga, grave è il rischio di ripercussioni conflittuali sulle relazioni internazionali. La costruzione delle dighe comporta infatti il rischio di produrre un impatto disastroso sull’ambiente e sulla popolazione civile, in un’area già duramente colpita da conflitti antichi e recenti; e comporta altresì il rischio di incrinare ulteriormente gli equilibri geo-politici, di per sé precari, dell’area stessa. Vandana Shiva e altri noti scienziati, del resto, da tempo avvertono delle sempre più elevate probabilità che le guerre future, nel corso del XXI secolo, siano combattute, a ogni latitudine, per la preziosa risorsa ACQUA. Sempre più "maltrattata" e pertanto, paradossalmente, sempre più contesa! La diga Ilisu nascerà sul fiume Tigri, appena a valle della città di Hasankeyf e circa 60 km a nord del confine con la Siria. La Campagna europea per la riforma delle agenzie di credito all’export (European ECA Rerform Campaign) denuncia quanto segue (The Ilisu Dam Project: Europe’s money would move Turkey away from the acquis communautaire di Judith Neyer, settembre 2006): Con la diga Ilisu e le altre dighe realizzate nell’ambito del progetto GAP e quelle ancora allo stadio progettuale la Turchia controllerà sempre più il flusso di acqua dei fiumi Tigri e Eufrate verso Siria e Iraq. La diga Ilisu farà sì che i flussi d’acqua si riducano notevolmente; si possono prevedere periodi di secca nel caso si verifichino periodi siccitosi. Al momento non si registrano accordi formali tra i Paesi confinanti e la Turchia, quantunque Siria e Iraq abbiamo richiesto d’essere informate e di poter valutare gli effetti del progetto sin dal costituirsi del primo consorzio di ditte finalizzato alla costruzione della diga stessa. Questo atteggiamento costituisce una chiara violazione delle leggi internazionali, comprese due Convenzioni delle Nazioni Unite (volte a prevenire significativi impatti negativi oltre frontiera) e la Direttiva-quadro sull’acqua dell’UE. L’Unione Europea ha firmato entrambe le Convenzioni e ogni Paese a essa aderente è obbligato a rispettare le regole in esse definite. Inoltre, adozione e applicazione della Direttiva-quadro sull’acqua sono identificate come priorità cui la Turchia deve adeguarsi nel corso del suo processo d’adesione all’UE. L’impatto sull’ecosistema I fiumi Tigri ed Eufrate sono i maggiori corsi d’acqua del Medio Oriente, proprio per questo rappresentano un unico grande sistema “vivente” di acque, un ambiente che dà la vita a migliaia di kmq di terre aride grazie alla propria immensa riserva d’acqua, un habitat fondamentale per tantissime specie animali e vegetali, alcune delle quali endemiche, ossia reperibili solo in quella specifica area. Su tali aspetti specifici, tale progetto viola l’accordo di partenariato in vista dell’accesso della Turchia all’UE (Decisione del Consiglio 2003/398/Ec) che richiede l’implementazione e l’applicazione della Direttiva del Consiglio sulla verifica degli effetti di taluni progetti pubblici e privati sull’ambiente (85/337/EWG). Gli effetti dei grandi sbarramenti realizzati ad oggi sull’Eufrate hanno messo in evidenza tutti i problemi che tali opere comportano: fra le conseguenze principali, la rarefazione o addirittura la scomparsa, assieme ai rispettivi habitat, di alcune forme di vita fluviali: il Rafetus euphraticus, una specie endemica di tartaruga dei fiumi Eufrate e Tigri, attualmente a rischio di estinzione (IUCN 2004)). Lungo l’Eufrate la presenza della tartaruga si è molto rarefatta, essa ora sopravvive solo in alcune limitate zone del fiume o di suoi affluenti; Il Populus euphratica, inoltre, è una specie di pioppo che è ormai sempre più raro scorgere sulle sponde dell’Eufrate. Tartarughe e pioppi sono invece ancora facilmente reperibili lungo il corso del Tigri. Tra gli impatti più disastrosi che potrebbero essere determinati dalla costruzione di questa diga si segnalano: 1) un’interruzione delle dinamiche tipiche di ogni corso d’acqua, con accumulo di sedimenti nell’invaso. Il tratto di fiume a valle della diga sarà invece soggetto ad erosione, così come la linea di costa allo sbocco sul mare; 2) rischio di crolli, dovuti al fatto che la roccia su cui sorge Hasankeyf possa non essere adatta a sostenere il carico generato dall’invaso, oltre ai danni indotti all’aumento di umidità, sulla conservazione di resti archeologici; 3) riduzione della bio-diversità a causa dei cambiamenti indotti negli ambienti fluviali; 4) rischio di isolamento delle popolazioni di organismi che normalmente necessitano di interazioni. Questo dipende dal naturale fatto che le popolazioni viventi consistono in individui simili, cioè in grado di scambiarsi e trasmettersi geni; 5) rischio di eutrofizzazione, dovuta alla concentrazione di un carico eccessivo di sostanze nutritive raccolte dalla corrente; 6) rischio di scomparsa della fauna bentonica, ossia quella che vive a contatto con i sedimenti, e non in profondità; 7) abbassamento delle falde acquifere laterali a valle della diga; 8) scomparsa degli habitat della valle sommersa con conseguenze sulle rare specie di uccelli che la abitano, impatto sulle rotte degli uccelli migratori che la utilizzano per orientarsi nelle loro migrazioni; 9) rischio di variazione nel regime climatico dell’area, considerata l’instabilità del regime piovoso della regione. Le variazioni in umidità costituiranno una fonte d’infezione per malattie che colpiranno la salute pubblica, quali la malaria. In ultimo, i criteri internazionali di progettazione e realizzazione della diga, a cui il progetto deve attenersi, in quanto sostenuto finanziariamente da altri governi, non sono stati rispettati in termini di: mitigazione dell’impatto ambientale, di proposte progettuali alternative relative a ubicazione e coinvolgimento delle comunità locali interessate. Hasankeyf - incantevole - merita di far parte del Patrimonio Mondiale dell’Umanità, da tutelare in base alle indicazioni dell’UNESCO! Come in Ungheria la Cittadella di Buda specchiata nel Danubio; e come le valli tedesche dei fiumi Elba e Reno, solo per fare alcuni esempi di suggestivi luoghi europei, vicini all’acqua e tutelati. Dunque, che non venga sommersa!!! VIVA HASANKEYF!!! Sosteniamo l’Iniziativa per la Sopravvivenza di Hasankeyf! Ne fanno parte 72 organizzazioni (centri culturali, municipalità dell’area anatolica, gruppi di volontari specialmente attenti a questioni ambientali, ordini professionali, sindacati, associazioni per la tutela dei diritti umani) attive in Turchia.