EEren Keskin è uno degli avvocati più noti in Turchia. I suoi clienti sono uomini e donne perseguitati, minoranze oppresse, kurdi, armeni, gay, transessuali. La signora Keskin è impegnata con le associazioni per la difesa dei diritti umani.Che vuol dire svolgere un lavoro come il suo in Turchia?Vuol dire che passo la maggioranza del tempo a difendere me stessa. Dopo ogni intervento, in aula o all'università, finisco sotto processo, ultimamente per aver parlato del genocidio armeno.Eppure, il lento processo di avvicinamento all'Europa ha prodotto qualche cambiamento...Nel sistema dominante nulla è cambiato e comunque, a ogni passaggio importante continua a intervenire l'esercito. Qualcosa è migliorato per le donne: finalmente lo stupro è diventato reato ed è stato abolito lo sconto di pena per il crimine d'onore. Sulla tortura invece si discute, i cambiamenti sono di forma. Si discute di libertà d'espressione. Si discute ma la tortura c'è, i diritti umani no. I giudici civili hanno preso il posto dei militari, ma la mentalità dei giudici civili è militare. I prigionieri di sinistra continuano a morire - sono 122 le vittime - nelle celle d'isolamento dei carceri di tipo F.L'Europa rappresenta una via d'uscita?Chi comanda è lo stato maggiore delle forze armate che ha in una mano le armi e nell'altra il capitale. L'esercito è proprietario di 38 fabbriche. I militari non vogliono perdere potere, non hanno una passione europea e pretendono dall'Ue uno statuto speciale per la Turchia. L'Ue sembra disponibile. Se andasse così, i cambiamenti sarebbero solo di facciata. È da noi, dalle dinamiche della società che deve partire un processo di cambiamento. Ma una parte del popolo ha introiettato lo stato autoritario.Una settimana fa, più di un milione di persone ha manifestato a Istanbul contro il rischio che gli islamici occupino tutte le più alte cariche dello stato. Non c'erano solo i militaristi ma anche una parte di società civile. Come valuta la protesta?Una manifestazione ispirata dall'associazione che si rifà al pensiero di Ataturk, presieduta da un generale che ha partecipato al golpe dell'80. L'obiettivo è il rafforzamento del militarismo, diffondendo la paura per l'islamismo. Naturalmente io non ho aderito. È vero, c'era anche qualche pezzo di società civile, ma il segno prevalente era il turchismo, patria e bandiera.E alla manifestazione del 1° Maggio ha partecipato?C'eravamo come osservatori, e abbiamo visto e denunciato la terribile violenza della polizia.Dunque vede solo una minaccia, quella militarista?Noi viviamo schiacciati tra due minacce, l'autoritarismo laicista e quello islamico. La democrazia è compressa da pressioni enormi che ci tolgono anche la parola.C'è una diffusione e una radicalizzazione dell'islamismo in Turchia?Il pericolo c'è, come in tutto il Medioriente, ma non credo che la Turchia stia andando verso uno stato di tipo iraniano. Mi fa più paura la diffusione della paura per l'islamizzazione che è un'arma dei militari per rafforzare l'oppressione della società. Dopo il golpe dell'80 l'islamismo è cresciuto, i corsi di religione a scuola sono diventati obbligatori, si sono aperte molte scuole coraniche. La reazione a questo processo è strumentalizzata a fini repressivi.È vero che chi rifiuta di farsi chiudere in caserma o in moschea non ha rappresentanza politica?Ovvio che sia così, con una legge elettorale che impone una soglia di sbarramento del 10% per avere una presenza parlamentare. Avremmo bisogno di una Costituzione civile, liberandoci finalmente di quella scritta con il colpo di stato dell'80. Dobbiamo far crescere questa domanda nella società, ma per ora non vedo progressi.(il manifesto 6-5-07)
La Turchia secondo Eren Keskin
EEren Keskin è uno degli avvocati più noti in Turchia. I suoi clienti sono uomini e donne perseguitati, minoranze oppresse, kurdi, armeni, gay, transessuali. La signora Keskin è impegnata con le associazioni per la difesa dei diritti umani.Che vuol dire svolgere un lavoro come il suo in Turchia?Vuol dire che passo la maggioranza del tempo a difendere me stessa. Dopo ogni intervento, in aula o all'università, finisco sotto processo, ultimamente per aver parlato del genocidio armeno.Eppure, il lento processo di avvicinamento all'Europa ha prodotto qualche cambiamento...Nel sistema dominante nulla è cambiato e comunque, a ogni passaggio importante continua a intervenire l'esercito. Qualcosa è migliorato per le donne: finalmente lo stupro è diventato reato ed è stato abolito lo sconto di pena per il crimine d'onore. Sulla tortura invece si discute, i cambiamenti sono di forma. Si discute di libertà d'espressione. Si discute ma la tortura c'è, i diritti umani no. I giudici civili hanno preso il posto dei militari, ma la mentalità dei giudici civili è militare. I prigionieri di sinistra continuano a morire - sono 122 le vittime - nelle celle d'isolamento dei carceri di tipo F.L'Europa rappresenta una via d'uscita?Chi comanda è lo stato maggiore delle forze armate che ha in una mano le armi e nell'altra il capitale. L'esercito è proprietario di 38 fabbriche. I militari non vogliono perdere potere, non hanno una passione europea e pretendono dall'Ue uno statuto speciale per la Turchia. L'Ue sembra disponibile. Se andasse così, i cambiamenti sarebbero solo di facciata. È da noi, dalle dinamiche della società che deve partire un processo di cambiamento. Ma una parte del popolo ha introiettato lo stato autoritario.Una settimana fa, più di un milione di persone ha manifestato a Istanbul contro il rischio che gli islamici occupino tutte le più alte cariche dello stato. Non c'erano solo i militaristi ma anche una parte di società civile. Come valuta la protesta?Una manifestazione ispirata dall'associazione che si rifà al pensiero di Ataturk, presieduta da un generale che ha partecipato al golpe dell'80. L'obiettivo è il rafforzamento del militarismo, diffondendo la paura per l'islamismo. Naturalmente io non ho aderito. È vero, c'era anche qualche pezzo di società civile, ma il segno prevalente era il turchismo, patria e bandiera.E alla manifestazione del 1° Maggio ha partecipato?C'eravamo come osservatori, e abbiamo visto e denunciato la terribile violenza della polizia.Dunque vede solo una minaccia, quella militarista?Noi viviamo schiacciati tra due minacce, l'autoritarismo laicista e quello islamico. La democrazia è compressa da pressioni enormi che ci tolgono anche la parola.C'è una diffusione e una radicalizzazione dell'islamismo in Turchia?Il pericolo c'è, come in tutto il Medioriente, ma non credo che la Turchia stia andando verso uno stato di tipo iraniano. Mi fa più paura la diffusione della paura per l'islamizzazione che è un'arma dei militari per rafforzare l'oppressione della società. Dopo il golpe dell'80 l'islamismo è cresciuto, i corsi di religione a scuola sono diventati obbligatori, si sono aperte molte scuole coraniche. La reazione a questo processo è strumentalizzata a fini repressivi.È vero che chi rifiuta di farsi chiudere in caserma o in moschea non ha rappresentanza politica?Ovvio che sia così, con una legge elettorale che impone una soglia di sbarramento del 10% per avere una presenza parlamentare. Avremmo bisogno di una Costituzione civile, liberandoci finalmente di quella scritta con il colpo di stato dell'80. Dobbiamo far crescere questa domanda nella società, ma per ora non vedo progressi.(il manifesto 6-5-07)