Utopia 2007

Non è Il Pkk, Ma Il Petrolio Di Kirkuk Nel Mirino Della Turchia.


Fabio Alberti 18 ottobre 2007 La minaccia di intervento militare turco in Iraq deve essere presa molto sul serio, insieme alla possibilità di un attacco statunitense all’Iran. Le conseguenze per la pace mondiale e per la vita di milioni di persone in Medio Oriente potrebbero essere devastanti. Con un voto quasi unanime, per la prima volta dopo decenni, il Parlamento Turco ha votato una risoluzione che autorizza il Governo ad inviare soldati all’estero, nel nord dell’Iraq. Pretesto dichiarato è la volontà di contrastare le azioni militari che il Pkk farebbe da oltre confine e la mancata repressione dello stesso da parte del Governo regionale kurdo. Come sempre succede quando si preparano le guerre le motivazioni non sono mai quelle (o solo quelle) dichiarate. Il casus belli nasconde sempre altre, meno confessabili, motivazioni. Uno scontro come quello del 7 ottobre, nel quale hanno perso la vita 13 soldati turchi, è un episodio che non si verificava da 12 anni. La coincidenza con la richiesta di Erdogan al Parlamento di autorizzarlo ad impiegare soldati in Iraq è quanto meno sospetta. Per valutare la vera entità del pericolo costituito dalla minaccia turca occorre tenere presente l’insieme del quadro regionale, senza dimenticare mai che nel nord dell’Iraq sono presenti ingenti riserve petrolifere. Nella regione sono aperti almeno due dossier che il Governo turco ha esaminato nel prendere questa decisione: la possibilità di un attacco statunitense all’Iran, il futuro istituzionale del nord Iraq. La guerra all’Iran, sostengono i pacifisti statunitensi, è molto più probabile di quanto i nostri media danno a che vedere, i nostri politici sembrano pensare ed il movimento per la pace trema. Questo per due motivi: il primo è che l’Iran è il fianco più debole della nuova alleanza strategica che si sta costituendo tra Russia, Cina ed, appunto, Iran. Un’alleanza che, se consolidata, potrebbe, nei prossimi decenni sfidare l’egemonia Usa e mettere in discussione il sistema unipolare di governo del mondo costituitosi dopo il crollo del blocco sovietico. Il secondo motivo è che un attacco all’Iran potrebbe essere l’unica soluzione rimasta all’amministrazione Bush di evitare una sconfitta strategica in Iraq. Già da tempo è in corso un cambiamento della politica Usa di alleanze in Iraq. Da un endorsment delle elite politico-religiose sciite si sta passando ad un sempre maggiore sostegno alle componenti sunnite. Sempre più frequentemente ciò viene giustificato con la necessità di contenere l’influenza iraniana. Di fronte all’impasse in cui l'amministrazione Bush si trova la tentazione di "sparigliare le carte", allargando il conflitto, deve essere molto forte in questi mesi a Washington. Da questo punto di vista il pericolo per la pace è veramente grande: non è detto che la Russia e la Cina stiano a guardare. Se questo avvenisse, con il quasi automatico smembramento dell’Iraq, il governo Turco vuole riservarsi la possibilità di “essere della partita”. Il secondo dossier è, infatti, quello legato allo status istituzionale finale dell’Iraq, ove la possibilità di ripartizione del paese è ancora all’ordine del giorno, soprattutto dopo il voto in tal senso del 26 settembre del Congresso Usa. Sin dal 2003, subito dopo l’invasione dell’Iraq, il governo turco ha avviato una politica tesa a rivendicare la “turchità” della zona di Kirkuk, finanziando le forze politiche turcomanni, enfatizzando la presenza storica di questa comunità nella città petrolifera del nord della Mesopotamia. Ankara, forse, non è nemmeno estranea alla campagna terroristica da mesi in corso a suon di bombe nella città. Lo status della zona di Kirkuk, che le autorità kurde rivendicano, dovrebbe essere deciso con un referendum che si doveva tenere in novembre e che è stato per ora rinviato, anche su pressione turca. L’eventualità che ai propri confini si possa costituire un’entità kurda che controlli un terzo del petrolio iracheno è vista, e non è mai stato nascosto, come fumo negli occhi ad Ankara. E’ un’eventualità che i generali turchi si riservano di impedire ad ogni costo, anche a quello di invadere il paese. La ripresa di attività militari del Pkk, dopo anni di cessate il fuoco unilaterale a cui il governo di Ankara non ha risposto con una disponibilità ad avviare un processo negoziale, ma nemmeno riconoscendo unilateralmente un minimo di diritti nazionali alla popolazione kurda, può essere stata volutamente provocata proprio per costruire il contesto giustificativo di un coinvolgimento militare turco nel conflitto in corso in medio oriente. Questa ripresa è stata fortemente enfatizzata: l’attività militare del Pkk è stata, in questi ultimi anni, limitatissima. Si è trattato quasi esclusivamente di risposte difensive ad attacchi che, l’esercito che fu di Ataturk, ha continuato a perpetrare, con una perseveranza che fa pensare alla volontà di impedire il passaggio definitivo delle rappresentanze politiche kurde ad una strategia esclusivamente politica. Ogni esercito per giustificare se stesso ha bisogno di un nemico e se il conflitto turco-kurdo fosse davvero risolto la più potente macchina militare del Mediterraneo, dopo Israele, perderebbe molto del suo potere. Questa politica di chiusura al negoziato e di continue provocazioni militari ha rafforzato nel Pkk la spinta ad una ripresa delle armi che oggi è presa a pretesto. E’ di fronte a questo scenario che la Turchia dell’inedita alleanza tra religiosi e militari sembra aver deciso di giocare le sue carte. Fin dove potrà arrivare non è dato saperlo: se si limiterà ad impedire un controllo kurdo del petrolio di Kirkuk o se tenterà, nel marasma della possibile guerra all’Iran, di appropriarsene. In tutti e due i casi la minaccia dovrebbe essere presa molto sul serio.