Utopia 2007

Leyla Zana: “Per i diritti del popolo kurdo siamo pronti anche a morire”


di Carlo M. Miele Osservatorio Iraq, 23 ottobre 2008 “Quando abbiamo iniziato la nostra lotta, dicevano che i kurdi non esistevano, ci chiamavano ‘turchi di montagna’. Dopo hanno ammesso l’esistenza del nostro popolo, ma dicevano che non avevano diritti. Da allora è stata percorsa una lunga strada”. Per il suo popolo Leyla Zana costituisce più di un simbolo. Nel 1994 la prima donna kurda a entrare nel Parlamento di Ankara è stata condannata a 15 anni di carcere con l’accusa di affiliazione al Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan bollato come organizzazione terroristica dalla Turchia. Da quando è tonata in libertà, quattro anni fa, l’ex deputata ha ripreso la battaglia per il suo popolo, lì dove si era fermata. Adesso si trova in Italia per un giro di conferenze. Mercoledì è intervenuta alla facoltà di Studi orientali dell’Università di Roma in un dibattito sui “Diritti umani in Kurdistan”. Il suo è un intervento breve ma intenso. Un centinaio di persone la ascolta mentre parla della condizione che vivono i kurdi in Turchia, delle speranze che coltivano. Da quando ha iniziato a fare politica a oggi, molte cose sono cambiate. “È vero che dei passi, molto piccoli, sono stati fatti. Per esempio la televisione di Stato da due anni trasmette telegiornali in kurdo, ma non si dice che quella che si parla è la lingua kurda, bensì una ‘lingua locale’. Poi hanno permesso ai kurdi di studiare la madrelingua nei corsi, ma pagando”. Di fatto, ancora oggi il popolo kurdo è lontano dal riconoscimento dei suoi diritti. “Lo Stato turco - dice – tenta in ogni modo di non far arrivare la voce del nostro popolo, spendendo molti soldi e usando ogni tecnologia. Non voglio non che i kurdi godano dei loro diritti identitari e che parlino la loro lingua. Chi lo fa viene processato”. Nel 2002, l’avvento al potere di Recep Tayyip Erdogan e del suo Partito di giustizia e sviluppo (Akp) aveva creato grosse aspettative, anche tra i kurdi del sudest turco. “Erdogan e l’Akp – spiega Zana – avevano promesso una piena democrazia, in cui tutti potessero esprimersi liberamente, e si erano impegnati nel processo di adesione alla Unione europea, che anche noi abbiamo sostenuto. Ma questa strada per il momento è stata messa da parte”. Tuttora, ad Ankara la “questione kurda” viene trattata puramente in termini di sicurezza e di repressione. “Quando ha a che fare con la comunità internazionale – spiega - Ankara dice che i kurdi esistono, ma nella pratica si comporta diversamente. In Turchia i militari, l’opposizione e il governo sono in conflitto tra loro, ma quando si parla di kurdi ritrovano l’unità. Cosa vogliono i kurdi non è importante, perché in questo momento lo Stato turco non è disposto a dialogare”. Anche gli sviluppi recenti del vicino Iraq, dove i kurdi sono riusciti a ottenere un’importante autonomia dal governo centrale, non sembrano poter costituire un precedente incoraggiante. “La situazione dell’Iraq – afferma l’ex parlamentare – è molto diversa. Dal 1960 la costituzione irachena dice che esistono due popoli, l’arabo e il kurdo. Lo stesso Saddam Hussein non negava l’esistenza dei kurdi, e già nel 1975 Baghdad ha riconosciuto il loro diritto all’autonomia. La Turchia, invece, nega l’esistenza dei kurdi, e in questo senso sta molto indietro rispetto all’Iraq”. L’approccio turco alla questione emerge con evidenza nella politica adottata da Ankara proprio nei confronti della regione autonoma kurda del nord Iraq. “Oggi – dice Zana – affermano di voler instaurare rapporti con i kurdi iracheni, i kurdi del sud, ma non vogliono che questi parlino con i kurdi del nord (turchi, ndr), né vogliono che i kurdi del nord parlino con quelli del sud. A volte, si relazionano con i kurdi, ma non permettono mai che i kurdi si relazionino tra loro. Cercano sempre di dividere quello che è il più grande popolo al mondo privo dei suoi diritti”. Perché qualcosa cambi, la politica del governo e dello Stato turco dovrebbe cambiare in modo radicale. “Se si vogliono costruire delle speranze per il futuro – spiega Zana - ci dovrebbero essere delle dichiarazioni in tal senso, e anche passi concreti che facciano calare l’alta tensione che c’è in questo momento”. Una svolta che per il momento non si intravede all’orizzonte. “Se tutto ciò accadesse in un’altra parte del mondo le cose sarebbero diverse, e si sarebbe già arrivati a una soluzione. I governi si sarebbero dimessi. Invece in Turchia assistiamo tuttora a una resistenza nel negazionismo dei nostri diritti e delle nostre istanze”. Eppure la “soluzione” del dramma kurdo potrebbe essere meno lontana di quello che sembra. “I kurdi – dice Zana - sono convinti che si possa trovare una soluzione anche in breve tempo, per esempio concedendo delle autonomie a certe zone. Per adesso la maggioranza dei kurdi è convinta che il problema si debba risolvere con delle autonomie territoriali”. La strada da compiere resta lunga e accidentata, ma di questo l’ex deputata kurda – che per le dichiarazioni rilasciate nell’ultimo anno rischia una nuova pesante condanna - non sembra aver paura. “Sappiamo quanto sia difficile – dice - ma lotteremo per vedere il riconoscimento dei nostri diritti. Per farlo siamo pronti a subire maltrattamenti e anche a morire”.