my magic life with R

Post N° 446


Sapevo già, prima ancora di entrare in sala, prima ancora di acquistare il biglietto che Matteo Garrone m’avrebbe fatto vomitare il cuore a suon di cazzotti nella pancia e poi ci avrebbe giocato a calcio. Molto, tanto più di quanto è accaduto con la fervida e vorace lettura del libro di Roberto Saviano. A farmelo credere c’erano gli scenari del Villaggio Coppola usati nel “L’imbalsamatore” a testimonianza del degrado fisico che è solo specchio del degrado morale. L’enorme senso di schifo lasciatomi da quel film poteva essere imputato solo alla maestria di questo giovane artista. Con “Primo amore” poi, non è servito nient’altro che un corpo che si smaterializza a fare di me la più accanita delle spettatrici del suo cinema. Il suo modus operandi è scarno, sintetico, diretto, infinitamente crudele nella sua sensibile ripresa “ad altezza di sentimento umano”. Con l’intento di travolgere, coinvolgere, informare ed indignare non poteva esserci nessunaltro se non lui dietro la macchina da presa se il soggetto del film si chiama Gomorra. Non me ne vorrà Saviano, tra l’altro anche autore della sceneggiatura tra gli altri, ma veder campeggiare alla fine del film, tra i titoli di coda, il suo nome, il titolo del suo libro accostati a quella casa editrice quasi sconforta, come lo sguardo perso su di un cane che si morde la coda. Se l’obiettivo è divulgare le informazioni, rendere consapevoli le persone, l’opinione pubblica, che si risveglia solo quando la Franzoni rischia di non essere condannata o Erica di finire fuori dal carcere, allora posso anche provare a soprassedere. Il libro è riuscito nel suo intento, raggiungendo traguardi inaspettati e traduzioni in ogni parte dell’ Universo ( che la Camorra è ovunque ed è meglio che se ne parli anche in capo al mondo).Il film forse ci riuscirà un po’ meno a causa del dialetto con sottotitoli ( che fa quasi pensare ad opere neorealiste d’altri tempi) , un problema che viene eliminato dalla forza delle immagini e delle facce vere e forti che ne sono protagoniste. Anche se, sento la necessità di dire, che avendo letto il libro mi aspettavo qualcosa in più. Più forza nella denuncia, più attinenza al romanzo. Ma immagino che si possa obiettare che di sangue ce n’è già abbastanza e che non serviva di certo ammaestrare il pubblico sulla giusta dinamica di un’esecuzione alla Mondragonese. M’inchino all’evidenza della necessità di creare un messaggio che possa raggiungere tutti. Un Servillo d’eccezione assieme ai tanto attori non protagonisti chiudono il cerchio e lo fanno quadrare. Lo consiglio. Anche se consiglio la lettura del libro, che sia prima o dopo la visione non importa, le due cose non collimano. Ma è necessario sapere. E poi porsi delle domande. Come quelle che si sono affacciate nella mia testa, mentre in macchina costeggiavo con l’asse mediano le luci di Las Vegas. E mentre da una parte credo che molto di quel che sporca questa terra è duro a morire perché ha i piedi nella feccia e la testa nell’ inedia e nell’ignoranza, dall’altra non riesco a darmi un buon motivo per pensare che sia necessario andare via lasciando il marcio a marcire da solo. E’ un moto di ribellione strano ed incoerente. Per chi, come me, rinuncia alla frutta delle terre vicine, ma non riesce a smettere di amarne ogni amara ma onesta zolla.