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Gloria, Declino e Morte della Olivetti

Post n°958 pubblicato il 11 Maggio 2014 da Aldus_r

 

Ripercorriamo insieme le tappe più importanti, che hanno segnato la Glloria, il Declino e la  Morte di quella che fu una grande e prestigiosa Azienda per l'Italia: la Ing. C. Olivetti & C., S.p.A. di Ivrea.

Il giorno della vigilia di Natale del 1955, Adriano tienne il discorso di fine anno agli “amici lavoratori” di Ivrea. Annuncia che l’azienda da quattro anni lavorava per passare dalla meccanica all’"elettronica", il cui mercato era dominato da sempre da fabbriche americane.

Nel 1954 aveva siglato un accordo con l’università di Pisa per costruire insieme un calcolatore elettronico, che successivamente si sarebbe chiamato Elea 9003, con il Laboratorio a Barracina. Nel 1958 il Laboratorio fu trasferito definitivamente e completato a Borgolombardo. Nel 1959 uscì Elea 9003, il primo calcolatore elettronico al mondo interamente progettato e costruito in Italia. Il design era stato curato da Ettore Sottsass. 

Nel 1960 morì Adriano e l’Azienda incorse in difficoltà finanziarie. 
Nel 1964 il controllo dell’Olivetti passò a un gruppo formato da 
Fiat , Pirelli , Mediobanca , IMI , LaCentrale. All’assemblea degli azionisti Fiat, il Presidente Vittorio Valletta affermò: “…sul futuro della Società di Ivrea pende una minaccia, un neo da estirpare: l’essersi inserita nel settore elettronico per il quale occorrono investimenti che nessuna azienda italiana può affrontare”. Soltanto il Direttore finanziario Nerio Nesi si oppose. 

Nell'agosto del 1964 tutta la Divvisione elettronica fu venduta alla General Electric. Le difficoltà finanziarie c’erano, ma vennero esagerate (Vittorio Valletta) da chi doveva farne fronte. Ci fu anche inappropriatezza nella scelta dei manager. Bruno Vientini, Presidente della Olivetti nel1963 era un esperto in materia fiscale, non un manager industriale. Quella che mancò fu la incapacità di capire l’importanza dell’informatica. 

Nel 1965 l’ingegnere Pier Giorgio Perotto progetta il calcolatore elettronico da tavolo, la Programma 101; a dicembre lo presenta a Mosca, nell’aprile1966 alla Fiera di Milano. 
La stampa americana definì la P101 il primo computer da tavolo del mondo. 

La P101 fu sconfitta dai Giapponesi prima che da Apple e IBM. Fin dalla seconda metà degli anni ’60 i computer da tavolo giapponesi avevano infatti prestazioni simili alla P101, ma costavano di meno. 

Nel 1978 Carlo De Benedetti "scala" e acquisisce il pacchetto di maggioranza della Olivetti. 
Nel 1982 l'Olivetti lamcia nel mercato l'M20. Fu un mezzo fallimento. 
Bel 1984 il successo arriva con l'M24. Le vendite si collocarono per alcuni anni al vertice delle classifiche europee, testa a testa con IBM e Compaq.

Nei primi anni ’90 Olivetti incontra ancora forti difficoltà finanziarie, a causa dell’assenza di valore aggiunto dei suoi prodotti derivante dalla mancanza di "innovazione ricerca e sviluppo", insomma, di tecnologia propria. Infatti, l'M24 di olivettiano aveva soltanto la carrozzeria disegnata da Ettore Sottstass. L’Olivetti dunque si era trasformata in Officina di assemblaggio. 

Nel 1996, l’imprenditore Roberto Colannino subentra a De Benedetti e avvia la trasformazione dell’Azienda in un contenitore 
finanziario da utilizzare per attività del tutto estranee alla vocazione industriale della Olivetti. Infatti, il principale contenuto del contenitore Olivetti sarebbe stata la Telecom. 

Nel 1997, la Olivetti esce definitivamente dalla produzione di computer , data che sancisce la fine dell’industria informatica italiana. 

Il 12 marzo 2003 il marchio Olivetti venne cancellato dal registro delle imprese italiane quotate in borsa dal finanziere milanese Marco Tronchetti Provera, suo ultimo proprietario. Motivo? Doveva sfoltire la moltitudine di società finanziarie che controllavano la Telecom. L’Olivetti era superflua. Il nome Olivetti, della prestigiosa industria manifatturiera di Ivrea, scomparve anche dal listino di Borsa.

Un paese, che non possegga un solido tessuto industriale manifatturiero, corre il rischio d'essere subordinato alle scelte ed esigenze di quei paesi che di tale industria sono possessori. 
La grande industria manifatturiera in Italia (è sotto i nostri occhi) non esiste più. Avviene che le nostre (piccole e medie) ) unità produttive potrebbero essere controllate (perdurando il vuoto) da imprese straniere che decidonono in merito a occupazione, retribuzioni, condizioni di lavoro, cosa  produrre, e a quali prezzi. Temo che il tessuto produttivo del nostro Paese si stia incamminando sulla strada delle acquisizioni di gruppi industriali stranieri. 

 
 
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Commenti al Post:
ormalibera
ormalibera il 11/05/14 alle 07:50 via WEB
per schiavizzare gli italiani occorre non solo distruggerne i cervelli e le capacità di ragionamento ma anche le galline. Tutte le galline dalle uova d'oro o non che davano da mangiare a milioni di italiani e prestigio internazionale sono state distrutte per poter annientare più facilmente italidioti imbevuti di pseudo religione, pseudo politica e pseudo sport.
(Rispondi)
 
 
Aldus_r
Aldus_r il 16/05/14 alle 00:27 via WEB
Noi italiani siamo bravi a fare "il tifo", a parteggiare, per l'uno o per l'altro politico che riteniamo possa esserci utile per garantire i nostri interessi, di parte. I candidati alla politica lo sanno, e lavorano per pcrearsi il loro bacino elettorale. Io vedo il politico da un altro punto di vista: vedo in lui un servitore di tutti i cittadini, a prescindere da ideologie e interessi di parte. Adriano Olivetti, quando doveva assumere un operaio, piuttosto che un impiegato di concetto o un dirigente, non chiedeva a che conessione religiosa appartenesse, né che ideologie politiche avesse, accoglieva tutti purché fossero persone intelligenti. Erano collaboratori (così li considerava) che dovevano contribuire a migliorare il benessere di tutti e dell'Azienda per la quale lavoravano.
(Rispondi)
 
nonnapapera69
nonnapapera69 il 28/06/17 alle 12:56 via WEB
Caro Aldo, leggo sempre i tuoi scritti e mi riferisco ora alla tua lucida fotografia del fulgore e della dolorosa fine cui è stata condotta, morto Adriano, la nostra Azienda, nella quale entrambi abbiamo avuto il Bene di lavorarvi, godendo e soffrendo insieme per le sue alterne vicende. La nostra povertà culturale non ci permette di comprendere e utilizzare stabilmente a nostro vantaggio i valori necessari al bene sociale. Ieri su FB Luciano Morelli ha postato un video di una piccola fabbrica piemontese che ha creato un motore per auto elettriche d’avanguardia per caratteristiche e costi, ma che in Italia non trova finanziatori. Lo hanno scoperto però i cinesi e lo fabbricano nel loro paese dove tale veicolo è largamente utilizzato. Nel video esordisce Marchionne dall’America con l’augurio che non venga acquistata nemmeno un’auto elettrica perché egli subirebbe in tal caso la perdita di 14.000€ (forse il valore della Fiat 500 a benzina). In Italia infatti l’auto elettrica è in forte ritardo rispetto ad altri paesi. Ecco quindi il testimonial dichiarato della “nuova dieta petrolifera”, lo sponsor dell’inquinamento atmosferico, il vessillifero dell’emigrazione industriale e fiscale, a tutto danno delle risorse necessarie al nostro malandato paese. PRIMUS INTER PARES. Ciao Aldo. Con affetto. Carlo. Ps – Ritroverò il link del video in questione e te lo manderò. Caro Aldo, leggo sempre i tuoi scritti e mi riferisco ora alla tua lucida fotografia del fulgore e della dolorosa fine cui è stata condotta, morto Adriano, la nostra Azienda, nella quale entrambi abbiamo avuto il Bene di lavorarvi, godendo e soffrendo insieme per le sue alterne vicende. La nostra povertà culturale non ci permette di comprendere e utilizzare stabilmente a nostro vantaggio i valori necessari al bene sociale. Ieri su FB Luciano Morelli ha postato un video di una piccola fabbrica piemontese che ha creato un motore per auto elettriche d’avanguardia per caratteristiche e costi, ma che in Italia non trova finanziatori. Lo hanno scoperto però i cinesi e lo fabbricano nel loro paese dove tale veicolo è largamente utilizzato. Nel video esordisce Marchionne dall’America con l’augurio che non venga acquistata nemmeno un’auto elettrica perché egli subirebbe in tal caso la perdita di 14.000€ (forse il valore della Fiat 500 a benzina). In Italia infatti l’auto elettrica è in forte ritardo rispetto ad altri paesi. Ecco quindi il testimonial dichiarato della “nuova dieta petrolifera”, lo sponsor dell’inquinamento atmosferico, il vessillifero dell’emigrazione industriale e fiscale, a tutto danno delle risorse necessarie al nostro malandato paese. PRIMUS INTER PARES. Ciao Aldo. Con affetto. Carlo. Ps – Ritroverò il link del video in questione e te lo manderò.
(Rispondi)
 
nonnapapera69
nonnapapera69 il 04/07/18 alle 23:16 via WEB
A TUTTI GLI ESTIMATORI DI CARLO DE BENEDETTI: I quali dimostrano subito di non conoscere la realtà, quindi non possono sapere di che cosa stanno parlando quando insorgono contro chi attribuisce a CDB le cause della fine della Olivetti. I più sono giovani che non hanno vissuto la Olivetti di Adriano, ma quella successiva, quella del tramonto. La prima, grande, determinante sua colpa, da cui ne discendono fatalmente altre, è proprio la sua ignoranza, nell’acquisire la Olivetti, di ciò che era quella Azienda, dei valori culturali e sociali che conteneva, apprezzati in tutto il mondo e tali da riconoscerla oggi, unitamente alla sua città, Patrimonio dell’Umanità, il tutto per merito di Camillo ed Adriano. Potrebbe mai compiere il restauro del David o del Mosè di Michelangelo un marmista di lapidi cimiteriali? O quello degli affreschi della Cappella Sistina un pittore decoratore di sgargianti carretti siciliani? Il vile denaro non può comprare certi valori che superano qualsiasi stima monetaria essendo, questi inestimabili valori, ottenibili soltanto con le doti dello spirito: l’amore, la giustizia, la cultura, la verità, la bellezza. CDB non poteva essere all’altezza di gestire e continuare una simile impresa, non possedendo nel suo animo tali sentimenti, senza i quali dominano nell’uomo l’arroganza egoistica, l’innata megalomania, l’assoluta avidità di potere economico, la mancanza di qualsiasi riguardo verso gli altri. Gli antonimi delle qualità olivettiane. Infatti: ricordo benissimo d’aver letto sui giornali economici nazionali di allora che gli Agnelli lo cacciarono dalla Fiat, dove era entrato da poco al seguito del padre, perché si accorsero che egli stava già manovrando per voler fare loro le scarpe, per usare un gergo significativo di simili casi. E ancora: ricordo che nel suo primo discorso, appena insediato ad Ivrea, esordì scandalizzando l’inclito pubblico, composto dai Direttori di tutte le Associazioni Industriali delle Province italiane, e i Dirigenti centrali della Confindustria, presenti anche molte signore, usando spavaldamente linguaggi da caserma assolutamente offensivi per quelle orecchie, (uno per tutti “ca**i acidi” e simili). Il Direttore dell’Associazione locale era presente e, al ritorno, nel riferirmelo, si disse dispiaciuto, offeso, inorridito e fu costretto ad aggiungere: “Povera Olivetti, in che mani…..” Esatta e facile profezia, purtroppo. Come non andare con il ricordo a Camillo e ad Adriano e provarne profondo dolore? Con me, allora Concessionario della zona, era presente un funzionario della DVI di Milano, perché peroravamo insieme una importante trattativa per gestire con un nostro grosso computer d’allora l’emeroteca di quella Associazione. Uscendo, insieme commentammo: “Poveri noi!” Infatti…. Credo, pur avendo tanto altro da aggiungere e che brucia ancora sulla mia pelle, che quanto detto sopra, basti e avanzi a definire il confronto tra chi ha fondato e creato la gloriosa storia Olivetti e chi, al contrario, l’ha portata alla fine: continuare, addirittura, suonerebbe blasfemìa.
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