Libri e Scritti di Francesco Casula

Libri e Scritti di Francesco Casula

1. PUBBLICAZIONI in lingua sarda*

1) “Pupillu, Menduledda e su Dindu GLU’ GLU’” Alfa Editrice, Quartu, Maggio 2003.
2)“Contos de sabidoria mediterranea” ,Alfa editrice, Quartu Aprile 2004
3)”Paristorias a supra de sos logos de sa Sardinna”, Alfa editrice, Quartu, Aprile 2004
4 )” Paristorias a supra de sos nuraghes”, Alfa editrice, Quartu, Aprile 2004.
Ha inoltre pubblicato 11 monografie in lingua sarda per la collana “Omines e feminas de gabbale”, Uomini illustri sardi, sempre per la Casa editrice Alfa di Quartu . Eccole:
1. Gratzia Deledda, , Alfa editrice, Quartu (Ca), Maggio 2006
2. Leonora d’Arborea, Alfa editrice, Quartu (Ca) , Giugno 2006
3. Antonio Simon Mossa, Alfa Editrice, Quartu (Ca), Ottobre 2006
4. Antonio Gramsci (coautore Matteo Porru), Alfa editrice, Quartu (Ca), Ottobre 2006
5. Amsicora (coautore Amos Cardia), Alfa editrice, Quartu (Ca), Aprile 2007
6. Giovanni M.Angioy (coautrice Giovanna Cottu) Alfa editrice, Quartu(Ca), Aprile 2007
7. Marianna Bussalai (coautrice Giovanna Cottu) Alfa editrice, Quartu(Ca), Giugno 2007
8. Sigismondo Arquer (coautore Marco Sitzia), Alfa editrice, Quartu (Ca), Maggio 2008
9. Giuseppe Dessì (coautore Veronica Atzei), Alfa editrice, Quartu(Ca), Maggio 2008
10. Antioco Casula -noto Montanaru- (coautore Joyce Mattu), Alfa editrice, Quartu (Ca), Maggio 2009
11. Grazia Dore, Alfa editrice, Quartu (Ca), Maggio 2009.

PUBBLICAZIONI in Lingua italiana
? Statuto sardo e dintorni, Artigianarte editore, Cagliari 2001.
? Storia dell’autonomia in Sardegna, Grafica del Parteolla, Dolianova 2009.
? La poesia satirica in Sardegna,Della Torre editrice, Cagliari, 2010 (di cui ha scritto la parte riguardante la Poesia satirica campidanese).
? Uomini e donne di Sardegna- Le controstorie, Alfa editrice, Quartu, 2010.
?La Lingua sarda e l’insegnamento a scuola, Alfa editrice, Quartu, 2010.
? Sa die de Bernardinu Puliga (con Vittorio Sella), Studiostampa srl, Nuoro, 2011.
?Letteratura e civiltà della Sardegna, 2 volumi, Grafica del Parteolla Editore, Dolianova, 2011-2013
?Viaggiatori italiani e stranieri in Sardegna, Alfa Eitrice, Quartu, 2015.
?Carlo Felice e i tiranni sabaudi, Grafica del Parteolla Editore, Dolianova, 2016.

Ha inoltre scritto
1.il saggio Questione Sarda” (di cui è coautore) edizione dps Cagliari 1979;
2.il saggio Autodecisione e Federalismo “ (apparso su Ichnusa di gennaio-marzo/1985);
3.il saggio “ Identità, Lingua, Omologazione “ (apparso in Società Sarda, 1° quadrimestre 1999, edizione castello);
4.il saggio “Una politica nuova?” (apparso in L’ora dei Sardi, a cura di Salvatore Cubeddu, Fondazione Sardinia editore, Cagliari 1999
5.il saggio “ Gramsci e la lingua sarda “ apparso in “Gramsci e la cultura sarda”, ed. CUEC, Cagliari, Gennaio 2001.
6.Il saggio di storia “Statuto sardo e dintorni” Ed. Artigianarte, Cagliari, Luglio 2001:7.
7.Il saggio “Statuto, Nazione Identità” apparso nel Periodico dell’Associazione tra gli ex Consiglieri regionali della Sardegna “PRESENTE E FUTURO”, Novembre 2001.
8.Il saggio “I Kurdi, un popolo senza stato, senza diritti, cancellato dalla storia” apparso nel volume “La Questione kurda nell’Europa dei popoli e dei diritti” a cura di Maggio, Setzu, Calledda, Cuec editore, Cagliari 2003;
9.Il saggio “Lingua e cultura sarda nella storia e oggi” pubblicato nel volume “Pro un’iscola prus sarda” Atti del Convegno di Arborea (Or) CUEC editore, Cagliari Ottobre 2004, a cura dell’IRRE Sardegna;
10.Il Saggio “In Antonio Simon Mossa la Lingua sarda come strumento di liberazione nazionale” apparso nel volume “Antonio Simon Mossa- Dall’utopia al progetto” Condaghes editore Cagliari 2004;
12.Il saggio “Il Federalismo di Lussu” apparso in “Emilio Lussu, trent’anni dopo”, Alfa editrice, Quartu, Aprile 2006;
13.Il saggio “Identità e dintorni” apparso su “Sardegna, seminario sull’Identità” a cura di Angioni,Bachis, Caltagirone, Cossu, University press, antropologia, CUEC editore, Cagliari 2007;
14.Il saggio sull’Identità “Fatto nuovo” apparso in “Cartas de logu- Scrittori sardi allo specchio” Cuec editore, Cagliari 2007.
15. Il saggio Semus totus pastores apparso nella Rivista Camineras, Edizioni Condaghes, maggio 2011, Cagliari.

Ha scritto inoltre la prefazione:
-al romanzo di Claudio De Murtas: “Via dei Misteri Gloriosi“ ed. Todariana Milano 1989;
-al romanzo di Vincenzo Mereu “Messi d’oro sulle colline“ ed. Contendium, Cagliari 1999;
-al saggio di Pietro Manunta su “ l’Emigrazione Sarda negli anni 80 “ ed. Società Poligrafica Sarda Cagliari 1998;
-alla raccolta di poesie bilingui “per Gramsci“ ed. Artigianarte Cagliari 1999;
-alla Silloge in lingua sarda “ Quartinas “ di Aldo Puddu ed. Solinas – Nuoro;
alla Raccolta di poesie di Luigi Murtas “L’orma oltre la siepe” Cocco Edizioni, Cagliari Aprile 2001;
-Al volume “Colori e sapori, la cultura tradizionale delle erbe in Sardegna”, Arte Grafiche Pisano, Cagliatri 2002;
-Al Romanzo “Balente” di Antonello Guiso, Artigianarte editrice, Cagliari Febbraio 2002;
-Alla Raccolta di poesie in Limba (Nelle varianti logudorese e campidanese) “Lugore de luna”, di Maddalena Frau, ed. La Neby, Sanluri , Aprile 2002;
-A ”Su conilliu beffianu” (Alfa Editrice, Quartu Settembre 2004) raccolta di “Contos” dello scrittore bilingue Franco Carlini, vincitore del Premio Grazia Deledda;
-A “Sas meravillas di Don Bosco” (Ed. Effedi Informatica di Sanluri, 2005) raccolta di poesie in onore di Don Bosco, di Maddalena Frau;
-A “Is Pregadorias antigas”, a cura di Nicoletta Rossi e Stefano Meloni, raccolta di preghiere e canti religiosi in lingua sarda arborense dell’800, Ed. Grafica del Parteolla, Dolianova, 2006;
– Ha scritto due micro saggi in “Escalaplano e la poesia” (1° volume), Nuove Grafiche Puddu, Ortacesus, Dicembre 2006;
-A “Is Pregadorias antigas” a cura di Nicoletta Rossi e Stefano Meloni, raccolta di preghiere e canti religiosi dell’800 in lingua sarda campidanese, Ed. Grafica del Parteolla, Dolianova 2007.
-A “Il sardismo di ieri e di oggi” di Italo Ortu, Alfa editrice, Quartu Marzo 2007.
-A Rivoluzionari in sottana, di Massimo Pistis, Ed. Albatros-Il Filo, Roma, 2009.
– A Escalaplano e la poesia, (2° volume) Nuove Grafiche Puddu, Ortacesus, Dicembre 2009.
– A Escalaplano e la poesia, (3° volume) Nuove Grafiche Puddu, Ortacesus, Dicembre 2010.
– A Escalaplano e la poesia, (4° volume) Nuove Grafiche Puddu, Ortacesus, Dicembre 2011.
– A Is pregadorias antigas, Comune di Monserrato a cura di Nicoletta Rossi e Stefano Meloni, Ed. Grafica del Parteolla, Dolianova, 2010.
– A Arbus terra di carri e di buoi di Francesco Ventaglio, Ed. Il mio libro.it, Roma, 2011;
– Alla silloge poetica Tramas de seda di Maddalena Frau, Ed. La Riflessione di Davide Zedda, Cagliari , 2011.
-Alla silloge poetica SCURIGAT di Rosanna Podda, Cagliari 2013.
– Alla favola SARDUS PATER di Vincenzo Mereu, Alfa Editrice, Quartu Sant’Elena, 2013
– Alla silloge poetica Petali di cuore di Alessandra Porru, Edizioni Grafica del Parteolla, Dolianova, 2014.
– A Sardegna di Pantaleo Ledda (Almanacco per ragazzi del 1924-Edizione Anastatica dall’originale) E.P.D’O, Oristano 2014.
– Al libro Karen d’Irlanda di Mimmo Corvetto, Grafica del Paretolla Edizioni, Dolianova, 2015.
– Alla silloge poetica Undas di Maddalena Frau, Grafica del Paretolla Edizioni, Dolianova, 2016.
– Al libro Le belle fiabe della vita di Vincenzo Mereu, Alfa Editrice, Quartu, 2016.
– Alla Silloge poetica L’anima del tempo di Maria Cau, Ed. Grafica del Parteolla, Dolianova, 2017.
– Alla Silloge poetica Pani de miniera, di Marinella Sestu, Ed. Grafica del Parteolla, Dolianova, 2017.
– Al romanzo Santu Miali di Antonio Cogoni, Grafica del Parteolla, Dolianova, 2018.
– Alla silloge poetica in lingua sarda Piscadori de cultura di Pasquale Sanna, Grafica del Parteolla, Dolianova, 2018.

Le 4 “Infamie” di Vittorio Emanuele III

  

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Le 4 “Infamie” di Vittorio Emanuele III

di Francesco Casula

La salma di Vittorio Emanuele III tornerà in Italia, Con il beneplacito di Mattarella. Una vergogna. Ma è stato “il padre della patria”. No, è stato il padre di 4 ciclopiche infamie. Che niente e nessuno potrà cancellare né dimenticare.

  1. Vittorio Emanuele III e la Prima Guerra mondiale

La decisione di entrare in guerra fu presa esclusivamente dal sovrano, in collaborazione con il primo ministro Salandra, desideroso com’era di completare la cosiddetta “unità nazionale” con la conquista di Trento e Trieste, ancora in mano austriaca. Il conflitto fu, come noto, tremendo per le forze armate italiane, che andarono incontro ad una spaventosa carneficina, tra il fango, la neve delle trincee e tra indicibili stragi e sofferenze.

Fu lo stesso Papa Benedetto XV a definire quella guerra una inutile strage. Ma in una enciclica del 1914 Ad Beatissimi Apostolorum Principis  lo stesso papa era stato ancora più duro definendola una gigantesca carneficina.

Sarà il sardo Emilio Lussu, in una suggestiva testimonianza storica e letteraria come Un anno sull’altopiano a descrivere gli orrori di quella guerra. Egli infatti al fronte sperimenterà sulla propria pelle l’assurdità e l’insensatezza della guerra: con la protervia e la stupidità dei generali che mandano al macello sicuro i soldati; con i miliardi di pidocchi, la polvere e il fumo, i tascapani sventrati, i fucili spezzati, i reticolati rotti, i sacrifici inutili.

Una guerra che comportò oltre a immani risorse (e sprechi) economici e finanziari, lutti, con decine di migliaia di morti, feriti, mutilati e dispersi. A pagare i costi maggiori fu la Sardegna: “Pro difender sa patria italiana/distrutta s’est sa Sardigna intrea, cantavano i mulattieri salendo i difficili sentieri verso le trincee, ha scritto Camillo Bellieni, ufficiale della Brigata” (Brigaglia, Mastino, Ortu, Storia della Sardegna,  Editori Laterza, 2002, pagina 9).

Infatti alla fine del conflitto la Sardegna avrebbe contato bel 13.602 morti (più i dispersi nelle giornate di Caporetto, mai tornati nelle loro case). Una media di 138,6 caduti ogni mille chiamati alle armi, contro una media “nazionale” di 104,9.

E a “crepare” saranno migliaia di pastori, contadini, braccianti chiamati alle armi: i figli dei borghesi, proprio quelli che la guerra la propagandavano come “gesto esemplare” alla D’Annunzio o, cinicamente, come “igiene del mondo” alla futurista, alla guerra non ci sono andati.

In cambio delle migliaia di morti ci sarà il retoricume delle medaglie, dei ciondoli, delle patacche. Ma la gloria delle trincee – sosterrà lo storico sardo Carta- Raspi –  non sfamava la Sardegna.

  1. Vittorio Emanuele III, il Fascismo e le leggi razziali

Una delle massime responsabilità storiche di Vittorio Emanuele III fu l’aver favorito l’avvento e l’affermarsi del Fascismo. In seguito alla cosiddetta Marcia su Roma infatti, incaricò Benito Mussolini di formare il nuovo governo. Avrebbe potuto far intervenire l’esercito per combattere e disperdere gli “insorti”, invece, mentre le forze armate si preparavano a fronteggiare “le camicie nere”, Vittorio Emanuele III si rifiutò di firmare il decreto di stato d’assedio, di fatto aprendo la strada al fascismo e alle leggi razziali.

Poco interessa oggi sapere se lo abbia fatto per viltà, opportunismo e calcolo politico: fu comunque il re a nominare Mussolini capo del Governo, dando il via alla tragedia ventennale di quel regime la cui maggiore infamia furono le leggi razziali del 1938. Esse saranno firmate da un sovrano che accettava l’antisemitismo e la furia xenofoba dell’alleato tedesco, fiero di un Mussolini che l’aveva fatto re d’Albania ed imperatore d’Etiopia!

  1. Vittorio Emanuele e la seconda guerra mondiale

La seconda guerra mondiale rappresenterà l’evento più drammatico che mai si sia verificato nella storia dell’umanità. Ma c’entra il re con la seconda guerra mondiale? Certo che sì: ecco come icasticamente si esprime nella bella Commedia s’Istranzu avventuradu, Bastià Pirisi: su Re nostru hat dadu manu libera ai cuddu ciacciarone de teracazzu de s’anticristu fuidu dae s’inferru… Sincapat qui sa corona de imperadore l’hat frazigadu su car­veddu

Lo storico Franco della Peruta facendo una analisi complessiva scriverà:”Il bilancio del conflitto appariva sconvolgente  perché la guerra, l’ecatombe più micidiale degli annali del genere umano, tre volte superiore a quella della grande guerra, aveva fatto 50 milioni di vittime fra militari e civili…Alle perdite umane si sommarono quelle materiali”. (Franco Della Paruta, Storia del Novecento, Le Monnier, Firenze, 1991, pagine 249-250).

Anche la Sardegna pagò un grande tributo. Subirà infatti “numerosi bombardamenti dapprima di lieve entità, ma poi, dopo lo sbarco americano nell’Africa settentrionale, frequentissimi e massicci. Furono danneggiati circa 25 comuni, fra cui Alghero, Carloforte, Carbonia, La Maddalena, Sant’Antioco, Palmas Suergiu, Setzu, Olbia, Oristano, Milis e, più gravemente degli altri, Gonnosfanadiga, dove si ebbero 114 morti e 135 feriti. Presa di mira fu soprattutto Cagliari. Le tristi giornate del 17, 26, 28 febbraio 1943 e quella del 13 maggio (per citare le più terribili) non saranno mai dimenticate dai Cagliaritani, che hanno visto la furia devastatrice venire dal cielo e distruggere la loro città, sventrando interi rioni, sconvolgendo le vie, lasciandosi dietro una scia di cadaveri e di feriti nelle strade e nelle macerie. Migliaia di morti (che alcuni fanno ascendere a 7.00 e il 75% dei fabbricati distrutti o resi inabitabili, furono il tragico bilancio di quei giorni. (Natale Sanna, Il cammino dei Sardi, volume terzo, Editrice Sardegna, Cagliari, 1986, pagine 487-488).

4.. Vittorio Emanuele III e la fuga a Brindisi. 

Persa la guerra e convinto ormai che il disastroso esito del conflitto potesse segnare non solo la fine del regime fascista ma anche quello della monarchia, Vittorio Emanuele arresta Mussolini (25 luglio 1943) e nomina nuovo capo del Governo il maresciallo Badoglio. Il giorno dopo l’Armistizio, il 9 settembre, insieme a Badoglio stesso abbandona Roma e fugge prima a Pescara e poi a Brindisi, nella zona occupata dagli alleati. L’ignominiosa fuga avrà conseguenze devastanti. E la Sardegna pagherà un altissimo tributo a questa fuga: 12.000 mila i soldati sardi IMI (fra i 750-800 mila militari italiani fatti prigionieri dai tedeschi dopo l’armistizio) verranno  rinchiusi nei lager nazisti. E molti, lì moriranno.

Marianna Bussalai

Marianna Bussalai, sardista e femminista ante litteram, antifascista e poetessa, amica di Lussu, è l’oranese di cui parlerò giovedì prossimo 30 novembre a Flunimi di Quartu, nella scuiola elementare di Via Ligure,3. Organizza l’Associazione culturale ITA MI CONTAS.

  1. la vita

Marianna Bussalai, “Signorina Mariannedda de sos Battor Moros”, così veniva chiamata dagli oranesi, è i una straordinaria figura di femminista, di sardista e di antifascista. Una poetessa, traduttrice e intellettuale di valore, morta nel 1947, a soli 43 anni. Frequenta solo fino alla quarta elementare, poi abbandona a causa di una malattia che non le permette di potersi recare a Nuoro per proseguire gli studi. Autodidatta – legge gli autori sardi (Sebastiano Satta, Montanaru, – con cui ha un fitto carteggio epistolare – e Giovanni Maria Angioy, di cui vanta una remota ascendenza), gli italiani (Dante, Manzoni, Monti, Pindemonte) ma anche i russi. Di Montanaru traduce le poesie in italiano. Di Dante avrebbe voluto tradurre la Divina Commedia in Limba per poter dare al popolo sardo – scriveva – la possibilità di leggere e comprendere l’opera.

  1. Il sardismo di Bussalai

 “II mio sardismo – scriverà in una lettera all’avvocato Luigi Oggiano – è nato da prima che il Partito sardo sorgesse, cioè da quando, sui banchi delle scuole elementari, mi chiedevo umiliata perché nella storia d’Italia non si parlasse mai della Sardegna. Giunsi alla conclusione che la Sardegna non era Italia e doveva avere una storia a parte”.
Quello della Bussalai è dunque un Sardismo ante litteram, nasce inizialmente come sentimento o, più precisamente, come ri-sentimento contro uno Stato patrigno. Di qui la sua militanza nel Partito sardo d’azione e la sua “devozione” nei confronti di Lussu, che periodicamente le scriveva dall’esilio a Parigi.

  1. Le sue poesie

Famose sono rimaste quelle che mettono alla berlina i fascisti, ad iniziare dai ras locali. Il sardismo e l’antifascismo, cui dedicò tutta la sua vita, – ovvero l’amore smisurato per l’Autonomia e per la libertà – li vedeva incarnati meravigliosamente in Lussu, verso cui nutriva ammirazione e persino devozione. Marianna Bussalai infatti durante tutto il ventennio fascista diventa a Orani – ma non solo – punto di riferimento dell’antifascismo, la sua casa è il circolo antifascista, composto di ragazzi e ragazze, di uomini e donne.
Da parte mia ritengo che gli scritti più validi e, ancora oggi più che mai attuali, siano i suoi Mutos e Mutetus, in lingua sarda. Soprattutto quelli ironici e satirici con cui ridicolizzava i gerarchi e gli scherani del fascismo e Mussolini stesso (nel cui nome allungava il mussi-mussi, l’appellativo con cui si chiamano in Sardo i gatti e la cui espressione deriva dal latino mus (topo) e dunque a fronte di mussi-mussi il (gatto si avvicina).

Eccone alcuni:
“Farinacci est bragosu/ca l’ana saludau/sos fascistas de Orane/tene’ pius valentia/de su ras de Cremona/su Farinacci nostru.”

Ite bella Nugòro / tottu mudada a frores / in colore ‘e fiama. / Ite bella Nugòro / solu a tie est s’amore / ca ses sa sola mama / Sardigna de su coro/ Saludan’ sos sardistas / chin sa manu in su coro / de sas iras fascistas / si nde ride’ Nugòro.

  1. Le amiche e gli amici di Marianna Bussalai
    Aveva due grandi amiche e compagne di lotta: Mariangela Maccioni e Graziella Sechi-Giacobbe, che considera “dolci ed eroiche amiche”. La prima è maestra elementare e moglie di Raffaello Marchi (verrà sospesa dall’insegnamento perché ostile al Fascismo), la seconda ugualmente antifascista è moglie di Dino Giacobbe, il mitico combattente e comandante nella Guerra civile in Spagna contro Franco. Formano la cosiddetta triade sardista e antifascista.

Ma aveva anche molti amici:Lussu,Dino Giacobbe, i fratelli Melis, Oggiano, Mastino, Sebastiano Satta, Montanaru. Ma aveva amici, in modo particolare fra i giovani: per cui era un punto di riferimento intellettuale e culturale oltre che politico.

Cagliari :Via XXIX novembre 1847

Cagliari :Via XXIX novembre 1847

di Francesco Casula

A Cagliari c’è una Via (piccola traversa di Viale Trieste) con questa intestazione: Via XXIX novembre 1947.

Credo che pochi cagliaritani e sardi conoscano questa data e perché ad essa sia stata dedicata una via. Se lo sapessero probabilmente la rimuoverebbero.

Io mi accontenterei di porre, magari a fianco, una bella lastra di marmo con una didascalia che illustri e chiarisca la vicenda sottesa a quella data.

Il Manifesto sardo potrebbe farsi promotore di tale iniziativa, avanzando al Comune di Cagliari e al Sindaco Zedda la proposta. In tal modo quella Via inizierebbe a parlare, ai Cagliaritani e ai Sardi. Rendendoli edotti e consapevoli di una triste e funesta vicenda. Oggi è infatti, questa strada è muta, silente.Quindi inutile. O, se parla, è un insulto alla Sardegna intera: nel caso volesse celebrare quella data.

Scriverei, sinteticamente questo: il 29 novembre del 1947 ci fu la Fusione perfetta della Sardegna con gli stati sabaudi di terraferma, Con essa l’Isola veniva deprivata del suo Parlamento, perdeva la sua indipendenza statuale e dunque finiva il Regnum Sardiniae.

A chiedere  la Fusione, che verrà decretata da Carlo Alberto, furono alcuni membri degli Stamenti di Cagliari e di Sassari, senza alcuna delega né rappresentatività né istituzionale (Il Parlamento neppure si riunì ) né tanto meno, popolare. Tanto che Sergio Salvi, lo scrittore e storico fiorentino, gran conoscitore di “cose sarde”, ha parlato di “rapina giuridica”.

Certo a favore della Fusione ci furono manifestazioni pubbliche a Cagliari (dal 19 al 24 novembre) e a Sassari nel 1947: ma esse erano erano poco rappresentative della popolazione sarde in quanto i partecipanti appartenevano quasi sostanzialmente ai ceti urbani. Ma soprattutto esse rispondevano esclusivamente agli interessi della nobiltà ex feudale, illecitamente arricchitasi, con la cessione dei feudi in cambio di esorbitanti compensi, che riteneva più garantite le proprie rendite dalle finanze piemontesi piuttosto che da quelle sarde.

Nella fusione inoltre  vedevano una possibile fonte di arricchimento la borghesia impiegatizia e i ceti mercantili.

I sostenitori della Fusione – ad iniziare da Giovanni Siotto-Pintor – si illudevano o, comunque speravano, che venissero estese anche alla Sardegna riforme liberali quali l’attenuazione della censura sulla stampa, la limitazione degli abusi polizieschi e qualche libertà commerciale.

La realtà fu un’altra: l’Unione Perfetta non apportò alcun vantaggio all’Isola, né dal punto di vista economico, né da quello politico, sociale e culturale. Tale esito fallimentare, fu ben chiaro sin dai primi anni  con l’aggravamento fiscale e una maggiore repressione che sfociò nello stato d’assedio, – che divenne sistema di governo –  sia con Alberto la Marmora (1849) che con il generale Durando (1852)

Gli stessi sostenitori della Fusione, ad iniziare proprio da Giovanni Siotto-Pintor, parlarono di follia collettiva, riconoscendo l’errore. “Errammo tutti” e “ci pentimmo amaramente”, ebbe a scrivere Pintor.

Gianbattista Tuveri scrisse che dopo la Fusione “La Sardegna era diventata una fattoria del Piemonte, misera e affamata di un governo senza cuore e senza cervello”.

Tra le prime conseguenze della Fusione il servizio militare obbligatorio per i giovani sardi e il “sequestro” da parte dello Stato piemontese di tutte le miniere e di tutte le risorse del sottosuolo. Che furono date in concessione, per quattro soldi, a “capitalisti”, o meglio a “briganti”, in genere stranieri (francesi, belgi eccJ ma anche italiani).

Questi “spogliatori di cadaveri” –scriverà Gramsci in un articolo sull’Avanti del 1919, – “si limiteranno a pura attività di rapina dei minerali, alla semplice estrazione,senza paralleli impianti per la riduzione del greggio e senza industrie derivate e di trasformazione”.

Oggi Via XXIX Novembre a Cagliari è una strada muta, silente.Quindi inutile. O, se parla, è un insulto alla Sardegna intera: nel caso volesse celebrare quella data. Con una bella didascalia ci comunicherebbe la verità storica. Funesta e drammatica ma da conoscere..

Presentazione del libro CARLO FELICE E I TIRANNI SABAUDI” a ONIFERI

Vittorio Emanuele III di Savoia (1900-1946)

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Vittorio Emanuele III di Savoia (1900-1946)

Durante il suo regno (1900-1946) Vittorio Emanuele III fu connivente e spesso attivo sostenitore di scelte sciagurate e funeste per l’intera Italia e per la Sardegna in particolare, per le conseguenze devastanti che quelle scelte comportarono. Per cui il giudizio della storia sulla sua figura è spietato e senza appello. Egli infatti è, in quanto re e dunque capo dello stato, responsabile o comunque corresponsabile della partecipazione dell’Italia alle due grandi guerre e del Fascismo.

Anche durante il suo regno, fin dall’inizio del Novecento, continua la repressione violenta nei confronti della protesta popolare e dei movimenti di opposizione che aveva  caratterizzato la fine dell’Ottocento, culminata con l’omicidio di Umberto I per mano dell’anarchico Gaetano Bresci, rientrato appositamente dagli Stati Uniti per “vendicare” la strage di Milano del 1898.

  1. Repressione poliziesca agli inizi del Novecento in Sardegna:

L’eccidio di Buggerru. La sommossa di Cagliari , Villasalto e Iglesias

Ricollegandosi al clima di repressione di fine secolo in Italia con la strage di Milano, nel romanzo Paese d’ombre Giuseppe Dessì, fotografa il clima politico culturale in modo fulminante con “Bava Beccaris era nell’aria e con esso il suo demente insegnamento”. Anche a Buggerru, allora importante centro minerario, l’esercito, come a Milano nel 1898, sparò sulla folla inerme. Il 4 settembre del 1904 nel paese giunsero da Cagliari due compagnie del 42° reggimento di fanteria. La folla che gremiva la strada principale del paese li accolse in un silenzio ostile. Poco dopo i soldati con le baionette già cariche si schierarono in assetto da guerra all’esterno dell’Albergo dove alloggiavano. Le minacce e i tentativi di disperdere con la forza i manifestanti da parte dei soldati non sortirono alcun effetto. Fu allora che i soldati imbracciarono i moschetti e spararono sulla folla inerme. La tragedia si consumò in pochi minuti: sulla terra battuta della piazza giacevano una decina di minatori. Due, Felice Littera di 31 anni, di Masullas, e Giovanni Montixi di 49 anni, di Sardara, erano morti. Un terzo, Giustino Pittau, di Serramanna, colpito alla testa, morì in ospedale. Un mese dopo anche il ferito Giovanni Pilloni perì.

A Cagliari due anni dopo nel 1806, in seguito a una sommossa popolare contro il caro vita ci furono 10 morti.

“Alla notizia dei morti di Cagliari – scrive Natale Sanna – insorsero subito i centri minerari dell’Iglesiente con richieste varie, scioperi, saccheggi, scontri con i soldati, morti (due a Gonnesa e due a Nebida) e feriti (17 a Gonnesa e quindici a Nebida) fra i dimostranti”1.

Duramente repressi furono anche gli scioperi e le manifestazioni che si innescarono sempre dopo i fatti di Cagliari a Villasimius, San Vito, Muravera, Abbasanta, Escalaplano, Villasalto (con 6 morti e 12 feriti). Mentre a Iglesias nel 1920 i carabinieri sparano su una manifestazione di minatori causando 7 morti.

  1. Vittorio Emanuele III e la Prima Guerra mondiale

La decisione di entrare in guerra fu presa esclusivamente dal sovrano, in collaborazione con il primo ministro Salandra, desideroso com’era di completare la cosiddetta “unità nazionale” con la conquista di Trento e Trieste, ancora in mano austriaca. Il conflitto fu, come noto, tremendo per le forze armate italiane, che andarono incontro ad una spaventosa carneficina, tra il fango, la neve delle trincee e tra indicibili stragi e sofferenze.

Fu lo stesso Papa Benedetto XV a definire quella guerra una inutile strage. Ma in una enciclica del 1914 Ad Beatissimi Apostolorum Principis  lo stesso papa era stato ancora più duro definendola una gigantesca carneficina.

Sarà il sardo Emilio Lussu, in una suggestiva testimonianza storica e letteraria come Un anno sull’altopiano a descrivere gli orrori di quella guerra. Egli infatti al fronte però sperimenterà sulla propria pelle l’assurdità e l’insensatezza della guerra: con la protervia e la stupidità dei generali che mandano al macello sicuro i soldati; con i miliardi di pidocchi, la polvere e il fumo, i tascapani sventrati, i fucili spezzati, i reticolati rotti, i sacrifici inutili. Una guerra che comportò oltre a immani risorse (e sprechi) economici e finanziari immani lutti, con decine di migliaia di morti, feriti, mutilati e dispersi. A pagare i costi e il fio maggiore fu la Sardegna: “Pro difender sa patria italiana/distrutta s’este sa Sardigna intrea, cantavano i mulattieri salendo i difficili sentieri verso le trincee, ha scritto Camillo Bellieni, ufficiale della Brigata”2 .

Infatti alla fine del conflitto la Sardegna avrebbe contato bel 13.602 morti (più i dispersi nelle giornate di Caporetto, mai tornati nelle loro case). Una media di 138,6 caduti ogni mille chiamati alle armi, contro una media “nazionale” di 104,9.

E a “crepare” saranno migliaia di pastori, contadini, braccianti chiamati alle armi: i figli dei borghesi, proprio quelli che la guerra la propagandavano come “gesto esemplare” alla D’Annunzio o, cinicamente, come “igiene del mondo” alla futurista, alla guerra non ci sono andati.

La retorica patriottarda e nazionalista sulla guerra come avventura e atto eroico, va a pezzi. Abbasso la guerra, “Basta con le menzogne” gridavano, ammutinandosi con Lussu, migliaia di soldati della Brigata Sassari il 17 Gennaio 1916 nelle retrovie carsiche, tanto da far scrivere allo stesso Lussu – in Un anno sull’altopiano – Il piacere che io sentii in quel momento, lo ricordo come uno dei grandi piaceri della mia vita.In cambio delle migliaia di morti,  – per non parlare delle migliaia di mutilati e feriti – ci sarà il retoricume delle medaglie, dei ciondoli, delle patacche. Ma la gloria delle trincee – sosterrà lo storico sardo Carta- Raspi –  non sfamava la Sardegna.

Sempre Carta Raspi scrive: ”Neppure in seguito fu capito il dramma che in quegli anni aveva vissuto la Sardegna, che aveva dato all’Italia le sue balde generazioni, mentre le popolazioni languivano fra gli stenti e le privazioni. La gloria delle trincee non sfamava la Sardegna, anzi la impoveriva sempre di più, senza valide braccia, senza aiuti, con risorse sempre più ridotte. L’entusiasmo dei suoi fanti non trovava perciò che scarsa eco nell’isola, fiera dei suoi figli ma troppo afflitta per esaltarsi, sempre più conscia per antica esperienza dello sfruttamento e dell’ingratitudine dei governi, quasi presaga dell’inutile sacrificio. Al ritorno della guerra i Sardi non avevano da seminare che le decorazioni: le medaglie d’oro. d’argento e di bronzo e le migliaia di croci di guerra; ma esse non germogliavano, non davano frutto” 3.

  1. Vittorio Emanuele III e il Fascismo.

Una delle massime responsabilità storiche di Vittorio Emanuele III fu l’aver favorito l’avvento e l’affermarsi del Fascismo. In seguito alla cosiddetta Marcia su Roma infatti, incaricò Benito Mussolini di formare il nuovo governo. Avrebbe potuto far intervenire l’esercito per combattere e disperdere gli “insorti”, invece mentre le forze armate si preparavano a fronteggiare “le camicie nere”, –  con Badoglio fra i principali esponenti della linea, giustamente dura –, Vittorio Emanuele III si rifiutò di firmare il decreto di stato d’assedio, di fatto aprendo la strada al fascismo.

Poco interessa oggi sapere se lo abbia fatto per viltà, opportunismo e calcolo politico: fu comunque il re a nominare Mussolini capo del Governo dando il via alla tragedia ventennale di quel regime.

Non tenendo conto che nelle ultime elezioni politiche del 1919 il movimento fascista, presentatosi nel solo collegio di Milano, con una lista capeggiata da Mussolini e Marinetti, raccolse meno di 5.000 suffragi sui circa 370.000 espressi, non riuscendo a eleggere alcun rappresentante.

Non tenendo conto che i due partiti democratici e di massa nelle stesse elezioni avevano trionfato: il Partito Socialista Italiano con il 32% dei voti e 156 seggi e il neonato Partito Popolare Italiano di don Sturzo con il 20% dei voti e 100 seggi.

Mussolini di fatto esautorerà la stessa monarchia che beata e beota si godeva il suo “impero” di sabbia con le conquiste imperiali, che evidentemente riteneva dessero lustro e prestigio alla stessa monarchia, non comprendendo che invece di volare stava precipitando e con essa l’intero popolo italiano e quello sardo in primis! Abbeverato di olio di ricino, internato nelle galere e esiliato al confino, condannato per ben quattro lustri ad ulteriore sottosviluppo.

Scrive Carta Raspi: ”Mussolini più volte aveva fatto grandi promesse alla Sardegna e aveva pure stanziato un miliardo da rateare in dieci anni. Era stato tutto fumo, anche perché né i ras né i gerarchi e i deputati isolani osarono chiedergli fede alle promesse. Già sarebbero state briciole; ormai le aquile imperiali spaziavano nel mediterraneo e oltre tutto veniva inghiottito dalla Libia, poi dalla conquista dell’Abissinia e dalla guerra di Spagna. Solo all’inizio della seconda guerra mondiale Mussolini si ricordò della Sardegna, per attribuirle il ruolo di portaerei al centro del Mediterraneo occidentale”4.

In conclusione Vittorio Emanuele III non separò mai le sorti e le responsabilità della dinastia da quelle del regime: sul piano interno non si oppose alla graduale soppressione delle libertà garantite dallo Statuto e non si oppose neppure all’infamia delle leggi razziali e sul piano estero non si oppose alla seconda guerra mondiale.

  1. Vittorio Emanuele e la seconda guerra mondiale

La seconda guerra mondiale rappresenterà l’evento più drammatico che mai si sia verificato nella storia dell’umanità. E corresponsabile sarà anche il re. Ecco come icasticamente si esprime nella bella Commedia s’Istranzu avventuradu, Bastià Pirisi5: su Re nostru hat dadu manu libera ai cuddu ciacciarone de teracazzu de s’anticristu fuidu dae s’inferru… Sincapat qui sa corona de imperadore l’hat frazigadu su car­veddu!…(Il nostro Re ha dato mano libera a quel parolaio di servaccio dell’anticristo figgito dall’inferno… A meno che la corona di imperatore non gli abbia infracidito il cervello!)

Scrive invece lo storico Franco della Peruta facendo una analisi complessiva:”Il bilancio del conflitto appariva sconvolgente  perché la guerra, l’ecatombe più micidiale degli annali del genere umano, tre volte superiore a quella della grande guerra – aveva fatto 50 milioni di vittime fra militari e civili…Alle perdite umane si sommarono quelle materiali, in seguito ai gravissimi danneggiamenti che colpirono molte città della Cina, del Giappone e della Germania e alle distruzioni subite dall’unione sovietica, dove furono pressoché rase al suolo 1700 città e 70.000 villaggi” 6. Anche la Sardegna pagò un grande tributo. Scrive a questo proposito lo storico sardo Natale Sanna: ”Durante l’ultima guerra la Sardegna, per la sua posizione strategica, le importanti basi navali e i circa quindici campi di aviazione in essa dislocati attirò l’attenzione dei comandi alleati. Dovette perciò subire, fin dai primi anni del conflitto, numerosi bombardamenti dapprima di lieve entità, ma poi, dopo lo sbarco americano nell’Africa settentrionale, frequentissimi e massicci. Furono danneggiati circa 25 comuni, fra cui Alghero, Carloforte, Carbonia, La Maddalena, Sant’Antioco, Palmas Suergiu, Setzu, Olbia, Oristano, Milis e, più gravemente degli altri, Gonnosfanadiga, dove si ebbero 114 morti e 135 feriti. Presa di mira fu soprattutto Cagliari. Le tristi giornate del 17, 26, 28 febbraio 1943 e quella del 13 maggio (per citare le più terribili) non saranno mai dimenticate dai Cagliaritani, che hanno visto la furia devastatrice venire dal cielo e distruggere la loro città, sventrando interi rioni, sconvolgendo le vie, lasciandosi dietro una scia di cadaveri e di feriti nelle strade e nelle macerie. Migliaia di morti (che alcuni fanno ascendere a 7.00 e il 75% dei fabbricati distrutti o resi inabitabili, furono il tragico bilancio di quei giorni”7.

  1. Vittorio Emanuele III e le leggi razziali.

Una delle maggiori “infamie” di cui si macchiò Vittorio Emanuele III sono state le leggi razziali emanate dal regime che hanno costituito e costituiscono tuttora la pagina più nera della storia dell’Italia e che recavano la firma di un sovrano che accettava l’antisemitismo e la furia xenofoba dell’alleato tedesco, fiero di un Mussolini che l’aveva fatto re d’Albania ed imperatore d’Etiopia!

  1. Vittorio Emanuele III e la fuga a Brindisi. 

Persa ormai la guerra e convinto ormai che il disastroso esito del conflitto potesse segnare non solo la fine del regime fascista ma anche quello della monarchia, Vittorio Emanuele arresta Mussolini (25 luglio 1943) e nomina nuovo capo del Governo il maresciallo Badoglio. Il giorno dopo l’Armistizio, il 9 settembre, insieme a Badoglio stesso abbandona Roma e fugge prima a Pescara e poi a Brindisi, nella zona occupata dagli alleati. L’ignominiosa fuga avrà conseguenze devastanti. E la Sardegna pagherà un altissimo tributo a questa fuga: 12.000 mila i soldati sardi IMI (fra i 750-800 mila militari italiani fatti prigionieri dai tedeschi dopo l’armistizio) verranno  rinchiusi nei lager nazisti. Per spiegare un numero così alto di militari sardi deportati occorre capire la situazione in cui si trovarono nei fronti di guerra (Grecia, Albania, Slovenia, Dalmazia) dopo l’8 settembre. Con la difficoltà di tornare in Sardegna e sbandati, –  non esistendo più una unità di comando e di direzione –  essi furono posti di fronte all’alternativa di aderire alla RSI (Repubblica sociale di Salò) o di diventare prigionieri dei tedeschi e dunque di essere imprigionati nei lager. Abbandonati da Badoglio, quasi nessuno aderì alla RSI e dunque il loro destino fu segnato.

Note Bibliografiche

  1. Natale Sanna, Il cammino dei Sardi, volume terzo, Editrice Sardegna, Cagliari, 1986, pagina 472.
  2. Brigaglia-Mastino- Ortu, Storia della Sardegna, 5, Editori Laterza, 2002, pagina 9.
  3. Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, Ed. Mursia, Milano, 1971, pagina 904.
  4. Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna op, cit. pagina 914.
  5. Bastià Pirisi, S’Istranzu avventuradu – Cumedia ind’unu actu , Editrice Sarda Fossataro, Cagliari, 1969,
  6. Franco Della Paruta, Storia del Novecento, Le Monnier, Firenze, 1991, pagine 249-250.
  7. (Natale Sanna, Il cammino dei Sardi, op. cit. pagine 487-488.

Umberto I di Savoia (1878-1900)

Umberto I di Savoia (1878-1900)

  • Umberto I di Savoia (1878-1900)
    di Francesco Casula
    Umberto I di Savoia, re d’Italia dal 1878 al 1900 fu responsabile (o comunque
    corresponsabile in quanto capo dello stato) delle scelte più devastanti e perniciose, che
    furono prese dai Governi, che operarono durante il suo regno, nei confronti della Sardegna.
    In modo particolare nel campo economico e fiscale, nel campo ambientale (con la
    deforestazione selvaggia), nel campo delle libertà civili e della democrazia, con leggi
    liberticide e una repressione feroce.
    1. campo fiscale.
    Le tasse che la Sardegna paga sono superiori alla media delle tasse che pagano le altre
    regioni italiane, talvolta persino superiori a quelle delle regioni più ricche. Scrive Giuseppe
    Dessì nel romanzo Paese d’ombre: “La legge del 14 luglio 1864 aveva aumentato le
    imposte di cinque milioni per tutta la penisola, e di questi oltre la metà furono caricati sulla
    sola Sardegna, per cui l’isola si vide triplicare di colpo le tasse.
    In molti paesi del Centro, quando gli esattori apparivano all’orizzonte, venivano presi a
    fucilate e se ne tornavano, a mani vuote, ma più spesso l’esattore, spalleggiato dai
    Carabinieri, metteva all’asta casette e campicelli e tutto questo senza che nessuno tentasse
    di difendere gli isolani. I politici legati agli interessi del governo, predicavano la
    rassegnazione. I sardi si convincevano di essere sudditi e non concittadini degli italiani…”
    1
    .
    a. tassa sul macinato
    Durante il suo regno permarrà l’imposta sul macinato (istituita nel 1868 ed abolita nel
    1880), l’imposta più odiosa di tutte, “perché gravava sulle classi più povere, consumatrici di
    pane e di pasta e particolarmente dura in Sardegna, dove il grano veniva di solito macinato
    nelle macine casalinghe fatte girare dall’asinello”
    2
    .
    b. aggio esattoriale
    Scrive lo storico Ettore Pais:”Nelle altre province del regno l’aggio esattoriale ha una media
    che non supera il 3%,, in Sardegna non è minore del 7% e in alcuni comuni arriva persino a
    14%”
    3
    .
    A dimostrazione che la pressione fiscale in Sardegna era fortissima e comunque più forte
    che nelle altre regioni ne è una riprova il fatto che dal 1 gennaio 1885 al 30 giugno 1897 –
    anni in cui Umberto I è re – si ebbero in Sardegna “52.060 devoluzioni allo stato di
    immobili il cui proprietario non era riuscito a pagare le imposte, contro le 52.867 delle altre
    regioni messe insieme”
    4
    .
    Ed ancora nel 1913 – regnante il figlio Vittorio Emanuele III, di cui vedremo – , la media
    delle devoluzioni ogni 1000.000 abitanti era 110,8 in Sardegna e di 7,3 nel regno, è sempre
    Nitti nel libro sopra citato a scriverlo.
    2. Campo economico
    1
  • In seguito alla rottura dei Trattati doganali con la Francia (1887) e al protezionismo tutto a
    beneficio delle industrie del Nord, fu colpita a morte l’economia meridionale e quella sarda.
    Con la “guerra” delle tariffe voluta da Crispi, i prodotti tradizionali sardi (ovini, bovini,
    vini, pelli, formaggi) furono deprivati degli sbocchi tradizionali di mercato.
    La “Guerra delle tariffe con la Francia – scrive ancora Giuseppe Dessì in Paese d’ombre
    aveva interrotto le esportazioni in questo paese e diversi istituti bancari erano falliti.
    Clamoroso fu il fallimento del Credito Agricolo Industriale Sardo e della Cassa del
    Risparmio di Cagliari.
    Mentre Raimondo Carta Raspi annota: ”Nel solo 1883 erano stati esportati a Marsiglia
    26.168 tra buoi e vitelli, pagati in oro. Malauguratamente il protezionismo a beneficio delle
    industrie del nord e la conseguente guerra doganale paralizzarono per alcuni anni questo
    commercio e l’isola ne subì un danno gravissimo non più rifuso coi nuovi trattati doganali”
    5
    .
    Dopo il 1887 tale commercio crollerà vertiginosamente e con esso entrerà in crisi e in coma
    l’intera economia sarda. Salgono i prezzi dei prodotti del Nord protetti: le società industriali
    siderurgiche e meccaniche fanno pagare un occhio della testa – sostiene Gramsci – ai
    contadini, ai pastori, agli artigiani sardi con le zappe, gli aratri e persino i ferri per cavalli e
    buoi.
    Di contro crollano i prezzi dei prodotti agricoli non più esportabili: il vino, da 30-35 e
    persino 40 lire ad ettolitro, rende adesso non più di 6-7 lire. Discende bruscamente il prezzo
    del latte. Anche come conseguenza di ciò arrivano in Sardegna gli spogliatori di cadaveri.
    (Vedi Pimpiria).
    3. Campo ambientale
    L’Isola del
    «
    grande verde
    »,
    che fra il XIV e XII secolo avanti Cristo fonti egizie, accadiche
    e ittite dipingevano come patria dei Sardi shardana è sempre più solo un ricordo. La storia
    documenta che l’Isola verde, densa di vegetazione, foreste e boschi, nel giro di un paio di
    secoli fu drasticamente rasata, per fornire carbone alla industrie e traversine alle strade
    ferrate, specie del Nord d’Italia. Certo, il dissipamento era iniziato già con Fenici
    Cartaginesi e Romani, che abbatterono le foreste nelle pianure per rubare il legname e per
    dedicare il terreno alle piantagioni di grano e nei monti le bruciarono per stanare ribelli e
    fuggitivi, ma è con i Piemontesi che il ritmo distruttivo viene accelerato. Essi infatti
    bruciarono persino i boschi della piana di Oristano per incenerire i covi dei banditi mentre i
    toscani li bruciarono per fare carbone e amici e parenti di Cavour, come quel tal conte
    Beltrami devastatore di boschi quale mai ebbe la Sardegna, mandò in fumo il patrimonio
    silvano di Fluminimaggiore e dell’Iglesiente.
    Con l’Unità d’Italia infine si chiude la partita con una mostruosa accelerazione del ritmo
    delle distruzioni, specie con il regno di Umberto I a fine Ottocento.
    Scriverà Eliseo Spiga :” lo stato italiano promosse e autorizzò nel cinquantennio tra il 1863
    e il 1910 la distruzione di splendide e primordiali foreste per l’estensione incredibile di ben
    586.000 ettari, circa un quarto dell’intera superficie della Sardegna, città comprese”
    6
    .
    2
  • Mentre il poeta Peppino Mereu, a fine Ottocento, mette a nudo la “colonizzazione” operata
    dal regno piemontese e dai continentali, cui è sottoposta la Sardegna, proprio in merito alla
    deforestazione: Sos vandalos chi cun briga e cuntierra/benint dae lontanu a si partire/sos
    fruttos da chi si brujant sa terra, (I vandali con liti e contese/ vengono da lontano/a spartirsi
    i frutti/dopo aver bruciato la terra). E ancora: Vile su chi sas jannas hat apertu/a s’istranzu
    pro benner cun sa serra/a fagher de custu logu unu desertu (Vile chi ha aperto la porta al
    forestiero /perché venisse con la sega/e facesse di questo posto un deserto).
    E Giuseppe Dessì, sempre nel suo romanzo Paese d’ombre scrive: La salvaguardia delle
    foreste sarde non interessava ai governi piemontesi, la Sardegna continuava ad essere
    tenuta nel conto di una colonia da sfruttare, specialmente dopo l’unificazione del regno.
    5. Nel campo delle liberta e della democrazia. La “Caccia grossa” e i fatti di Sanluri.
    Umberto I non fu solo connivente con la politica coloniale, autoritaria, repressiva e
    liberticida dei Governi di fine Ottocento, da Crispi in poi, ma un entusiasta sostenitore:
    appoggiò le infauste “imprese” in Africa (con l’occupazione dell’Eritrea (1885-1896) e
    della Somalia (1889-1905), che tanti lutti e spreco di risorse finanziarie comportò: ben
    6.000 uomini (morirono nella sola battaglia e sconfitta di Adua nel 1896 e 3.000 caddero
    prigionieri).
    Fu altrettanto sostenitore del tentativo, di imporre leggi liberticide da parte del governo del
    generale Pelloux nel 1898, tendenti a restringere le libertà (di associazione , riunione ecc)
    garantite dallo Statuto. Sempre nel 1898 (8 e 9 maggio), “le truppe del generale Fiorenzo
    Bava Beccaris spararono sulla folla inerme uccidendo circa 80 dimostranti e ferendone più
    di 400”
    7
    .
    EbbeneilreUmberto,ribattezzatodaglianarchiciRe mitraglia, forse per premiare il
    generale stragista per la portentosa “impresa” non solo lo insignì della croce dell’Ordine
    militare di savoia ma in seguito lo nominerà senatore!
    Questo in Italia. In Sardegna l’anno seguente nel 1899 assisteremo alla “Caccia grossa”! Il
    capo del governo, il generale Pelloux – quello delle leggi liberticide che non passeranno
    solo per l’ostruzionismo parlamentare della Sinistra – invierà in Sardegna un vero e proprio
    esercito che, con il pretesto di combattere il banditismo, nella notte fra il 14 e il 15 maggio
    arrestò migliaia di persone.
    Ecco come descrive la Caccia grossa Eliseo Spiga ”Lo stato rispondeva la banditismo
    cingendo il Nuorese con un vero e proprio stato d’assedio, senza preoccuparsi,,,di un’intera
    società che si vedeva invasa e tenuta in cattività come un popolo conquistato…Ed ecco gli
    arresti, a migliaia donne, vecchi e ragazzi…sequestrate tutte le mandrie e marchiate col
    fatidico GS, sequestro giudiziario…venduti in aste punitive tutti i beni degli arrestati e dei
    perseguiti…Gli arrestati furono avviati a piedi, in catene, ai luoghi di raccolta, Un sequestro
    di persona in grande, per fare scuola”
    8
    .
    Ma la Sardegna, la repressione poliziesca durante il regno di Umberto I l’aveva conosciuta
    anche prima del 1899, in particolare a Sanluri. In questo grosso centro del Campidano, in un
    clima di povertà, di incertezza e disperazione, il 7 agosto 1881, scoppiò una sommossa
    3
  • popolare contro il carovita e gli abusi fiscali, (Su trumbullu de Seddori), sommossa repressa
    violentemente: ci furono 6 morti.
    Il fatto suscitò notevole apprensione in tutta l’Isola. e in gran parte della terra ferma, per i
    morti e per le gravi conseguenze giudiziarie. .
    L’8 novembre 1882 ebbe inizio il “Processo” giustamente chiamato della fame, perché
    venivano processati dei poveracci morti di fame: Tale processo per il numero degli imputati
    e per la sua durata, (terminò il 26 febbraio 1883) fu ritenuto uno dei più importanti
    dell’isola.
    La sentenza fu molto pesante, soprattutto verso alcuni imputati giovanissimi: Venne
    condannato a 10 anni di reclusione Franceschino Garau Manca, detto “Burrullu” di anni 16,
    mentre Giuseppe Sanna Murgano di anni 19 ed Antonio Marras Ledda di anni 18 furono
    condannati a 16 anni di Lavori Forzati.
    Note Bibliografiche
    1. Giuseppe Dessì, prefazione di Sandro Maxia, Ed. Ilisso, Nuoro 1998, pagina 292.
    2 Natalino Sanna, Il cammino dei sardi, vol.III, Editrice Sardegna, pagina 440.
    3. F. Pais Serra, Antologia storica della Questione sarda a cura di L. Del Piano, Cedam,
    Padova, 1959, pagina 245.
    4. F. Nitti, Scritti nella Questione meridionale, Laterza, Bari, 1958, pagina 162
    5. Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, Ed. Mursia, Milano, 1971, pagina 882.
    6. Eliseo Spiga, La sardità come utopia, note di un cospiratore, Ed. CUEC, Cagliari 2006,
    pagina 161.
    7. Franco della Paruta, Storia dell’Ottocento, Ed. Le Monnier, Firenze, 1992, pagina 461.
    8. Eliseo Spiga, La sardità come utopia, note di un cospiratore, op. cit. pagina 162.
    4

Vittorio Emanuele II di Savoia

Carlo Alberto (1831-1849)

I TIRANNI SABAUDI

n.7 Carlo Alberto (1831-1849)

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di Francesco Casula

Non destinato al trono, diventò re dello Stato sardo nel 1831 alla morte dello zio Carlo Felice che non aveva eredi. Carlo Alberto ebbe diversi soprannomi, fra cui Italo Amleto, assegnatogli da Giosuè Carducci per il suo carattere cupo, conflittuale ed enigmatico ma soprattutto ebbe l’appellativo di Re Tentenna, perché oscillò a lungo sia come principe di Carignano che come re di Sardegna fra liberalismo e conservatorismo reazionario: così nel 1821 diede e poi ritirò l’appoggio ai congiurati che volevano imporre la costituzione al re Vittorio Emanuele I di Sardegna, sostenendo i vari movimenti legittimisti d’Europa contro i liberali; mentre ancora nel 1848 era indeciso se firmare lo Statuto o essere fedele al suo passato reazionario. E comunque “almeno nel primo periodo di regno, oltre ad essere come i suoi predecessori, un re assolutista e reazionario, era anche un timido e irresoluto”1.

Fu fermamente risoluto e deciso esclusivamente nella repressione violenta delle popolazioni sarde: in particolar modo dopo il 1832. Ricorrendo a un grosso contingente di truppe contro gli oppositori alla Legge delle Chiudende, soprattutto a Nuoro e nel Nuorese (Oliena, Mamoiada, Sarule, Orotelli, Bitti, Fonni, Orani), nel Goceano (Benettuti, Illorai, Bono) e nel Marghine ma anche a Benettuti, Ozieri, Pattada, Buddusò: nei luoghi cioè dove l’economia prevalente era basata sulla pastorizia, colpita a morte dalla privatizzazione delle terre.

La repressione indiscriminata nei confronti delle popolazioni sarde, nel classico stile sabaudo con galera, esilio, fucilazioni e torture indicibili, sarà denunciata, con forza e determinazione da Giorgio Asproni, alla Camera dei deputati: ”La vera istoria racconterà le scellerate fucilazioni; le infamie decretate e non patite; le condanne di vecchi e innocenti uomini alle galere; gli spasmi delle famiglie per i loro cari mandati in esilio per ingiusti sospetti, per deferenze vili e per sdegnosa e nobile renuenza a tradimenti immorali; gli schiaffi e le battiture ai dete­nuti carichi di ferri in mezzo a’ birri; il bastone, di costume barbaro, applicato alle spalle dei testimoni che per terrore dei maltrattamenti s’evadevano; il rigoroso digiuno, anzi la lunga fame a chi non depo­neva a genio di quei giudici spietati, e finalmente le insidie e gli stillicidi di acque freddissime fatti con studiata crudeltà sgocciolare dai tetti nella iemale stagione sul collo dei testimoni più tenaci in attestare il vero e negare il falso”2 .

La denuncia delle repressioni da parte dell’Asproni è del 27 giugno 1950: nello stesso giorno, sempre alla Camera dei deputati esprime in modo netto i suoi giudizi sui tumulti e le rivolte contro la Legge delle Chiudende, con l’abbattimento delle chiusure, le devastazioni, gli incendi e persino i numerosi omicidi: ”I ricchi diedero mano – disse l’Asproni – ad usurpare i terreni comunali e della povera gente. I pastori erano naturalmente scontenti e la prepotenza colmò la misura e ingenerò il dissidio. La giustizia pubblica non esaudiva i lamenti; l’irritazione era grande. Dopo un lustro di pazienza onesta sfogata in ricorsi rassegnati al superiore e sordo governo, i popoli trascorsero agli atti che suole insinuare la disperazione, consigliera terribile dei vessati mortali”3.

A proposito di repressione non possiamo sottacere l’infame delitto di cui il re Tentenna si macchiò con l’ordine, dato personalmente, della condanna a morte di un liberale sardo, Efisio Tola. Il reato? “per avere avuto fra le mani libri sediziosi”! Tola aveva 29 anni anni!

A merito storico di Carlo Alberto alcuni storici gli attribuiscono due grandi scelte, foriere secondo loro, di magnifiche e progressive sorti per la Sardegna