qualcosa di Barnes

Charleston — Julian Barnes in Conversation

(il tempo)

[…] Viviamo nel tempo; il tempo ci forgia e ci contiene, eppure non ho mai avuto la sensazione di capirlo fino in fondo. Non mi riferisco alle varie teorie su curvature e accelerazioni né all’eventuale esistenza di dimensioni parallele in un altrove qualsiasi. No, sto parlando del tempo comune, quotidiano, quello che orologi e cronometri ci assicurano scorra regolarmente: tic tac, tic toc. Esiste al mondo una cosa più ragionevole di una lancetta dei secondi? Ma a insegnarci la malleabilità del tempo basta un piccolissimo dolore, il minimo piacere. Certe emozioni lo accelerano, altre lo rallentano; ogni tanto sembra sparire fino a che in effetti sparisce sul serio e non si presenta mai più. Non sono particolarmente interessato ai miei anni di scuola, non ne ho affatto nostalgia. Ma è a scuola che tutto è cominciato, perciò mi toccherà tornare brevemente su certi eventi marginali ormai assurti al rango di aneddoti, su alcuni ricordi approssimati che il tempo ha deformato in certezze. Se da un lato a questo punto non posso garantire sulla verità dei fatti, dall’altra posso attenermi alla verità delle impressioni che i fatti hanno prodotto. È il meglio che posso offrire. Julian Barnes, Il senso di una fine

(la domanda)

  Che cosa preferireste, amare di più e soffrire di più; o amare di meno e soffrire di meno? Credo che, alla fine, l’unica vera domanda sia questa.

Potreste sottolineare – con ragione – che non si tratta di una domanda vera. Perché non abbiamo scelta. Se avessimo scelta, la domanda potrebbe sussistere. Ma non ce l’abbiamo, perciò non sussiste. Chi è in grado di controllare l’amore che prova? Se è controllabile, non è amore. Non saprei come altro chiamarlo, ma amore non è.

  Abbiamo quasi tutti un’unica storia da raccontare. Non voglio dire che nella vita ci capiti una cosa sola; al contrario, gli avvenimenti sono tantissimi, e noi li trasformiamo in altrettante storie. Ma ce n’è una sola che conta, una sola da raccontare, alla fine. E questa è la mia.

  Ed ecco il primo problema. Se parliamo della nostra unica storia, deve essere quella che abbiamo ripetuto più spesso, sebbene forse – come in questo caso – essenzialmente a noi stessi. E la domanda allora è: ma tutte queste ripetizioni ci portano più vicini alla verità di quanto è accaduto, o ce ne allontanano? Non sono sicuro. Una prova potrebbe essere se, col passare degli anni, usciamo meglio o peggio dalla storia che ci raccontiamo. Uscirne peggio potrebbe voler dire che siamo più sinceri. D’altro canto, il pericolo di una visione retrospettivamente anti-eroica c’è: proiettare su di noi l’ombra di un comportamento peggiore del vero può trasformarsi in una forma di auto-encomio. Pertanto dovrò essere avveduto. Beh, con gli anni ho di sicuro imparato a esserlo. Oggi sono avveduto almeno quanto ieri ero avventato. O dovrei forse dire avventuroso? Una parola può avere due opposti? Julian Barnes, L’unica storia

(la docente)

  Stava in piedi di fronte a noi, senza un appunto, un libro, o il minimo nervosismo. Il leggio era occupato dalla sua borsa. Uno sguardo attorno, un sorriso, una pausa, e cominciò.

  – Avrete avuto modo di notare che il titolo di questo corso è «Cultura e civiltà». Non vi allarmate. Non intendo bombardarvi di grafici a torta. Non intendo imbottirvi di fatti come oche all’ingrasso; l’unico risultato sarebbe quello di ingrossarvi il fegato, il che è tutt’altro che sano. La prossima settimana vi fornirò un elenco di letture del tutto facoltative; non vi si abbasserà il voto se lo ignorerete, né vi si alzerà se vi ci dedicherete con instancabile impegno. Intendo trattarvi come si deve agli adulti che evidentemente siete. Il miglior metodo educativo, come ben sapevano i greci, si basa sulla collaborazione. Tuttavia, io non sono Socrate e voi, non una classe di Platoni, sempre che sia corretto il plurale. Ciononostante, procederemo per dialoghi. D’altronde – visto che non siamo più alle elementari – non intendo dispensare insulsi incoraggiamenti ed elogi sdolcinati. Per qualcuno di voi, è molto probabile che io non sia la docente ideale, nel senso di quella piú consona al suo temperamento e alla sua forma mentis. Lo dico subito a beneficio di coloro che la penseranno così. Ovviamente, mi auguro che possiate trovare il corso interessante e, perché no, anche divertente. Divertente e rigoroso, voglio dire. I due termini non sono incompatibili. E mi aspetto lo stesso rigore in cambio, da voi. Improvvisare non funzionerà. Mi chiamo Elizabeth Finch. Grazie.

  E sorrise di nuovo.

  Nessuno di noi aveva preso appunti. La fissavamo, qualcuno con stupore, pochi con una perplessità tendente all’irritazione, e gli altri già mezzi innamorati.

  Non ricordo di cosa parlò durante quella prima lezione. Ma qualcosa mi diceva che, per una volta nella vita, ero arrivato nel posto giusto. Julian Barnes, Elizabeth Finch

qualcosa di Barnesultima modifica: 2026-02-27T16:34:22+01:00da hyponoia

3 pensieri riguardo “qualcosa di Barnes”

  1. Devo essere sincero, ieri avevo letto con sufficienza ed anche con superficialità “qualcosa di Barnes”, perché avevo fretta di fare il mio post. Ora però l’ho riletto dedicandogli la giusta attenzione e devo dire “bello!” (per quel che può valere la mia opinione).
    Bella soprattutto la Finch, per come l’ha disegnata lui. Diciamo che se fossi stato fra i suoi alunni, avrei fatto sicuramente parte del terzo gruppo.

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