Billy il Cane

Alberto Rollo - Jack London

Alberto Rollo

E insomma eccomi qui, il tempo esita ed esitando dilata l’attesa. La memoria continua a lavorare. Ho dormito lunghi sonni sulla poltrona blu dello studio, proprio sotto la parte di volumi dell’asmatico che tanta pena si diede per passare attraverso le vestigia della penombra. Cose umane. Di una cosa sono certo: che la mia memoria non spasima sul perdere e non freme nel ritrovare, il mio tempo torna nel suo intatto essere animale. Questa notte sento una singolare forma di gratitudine che è tutta viscere, pelo, battito rallentato del cuore, fiato sempre più corto. Il mio tutore, lui, ha cercato sempre di mascherare la mia leggendaria cattiveria con le favole dei suoi scrittori che, in quanto umani, si son dati da fare per studiare la loro natura e, devo ammettere, con esiti che talora mi sorprendono. Scavano, bruciano concetti, li articolano, li sviluppano, vi affogano e ne risorgono, quasi che darsi un’identità fosse una lotta nei labirinti della lingua, il perdersi e ritrovarsi che è della voce, quando da bruta o brutale che era stata nell’esprimere il dolore e il piacere quasi confondendoli, ha costruito i templi, le cattedrali del linguaggio,  e da allora non ha smesso di domandare intelligenza del cuore, intelligenza del mondo. Io sono ancora al sospiro, al guaito, al latrato, e tanto mi basta. Ma come non intendere le ragioni del mio tutore, lui che mi legge, che mi spiega, che mi chiede attenzione. […] All’ispezione del territorio dedicavo delle buone mezz’ore, lui intanto ripeteva a memoria versi di poeti. Lui non lo sa ma mi sono divertito. Vedere quest’uomo maturo che mi si muoveva al fianco recitando fra parchi e marciapiedi mi instillava una specie di sorriso (ma, come è noto, ai cani il sorriso è ignoto), mi piaceva seguirlo e infine far ritorno, alleggeriti entrambi fisicamente e spiritualmente, nel nostro covo, attraversare il corridoio delle dormienti, sedere con l’ultima sigaretta – allora lui se ne concedeva il lusso – e assecondare il ristoro dell’incoscienza.

Questa notte è senza quiete – ma, lo dico onesto, senza ansietà. D’ora in ora, di minuto in minuto, la terra respira sempre più adagio. Come son fragili le radici e le erbe. C’è qui dentro una tenerezza, c’è un’umida umiltà che mi tocca le narici: respiro il cielo che non vedo. Ora mi è chiaro: non sono io che aspetto, al contrario c’è qualcuno che aspetta me, che, affascinato, si adopera, e questo sentimento mi rasserena, mi assopisce. Potrei semplicemente abbandonarmi, ma fuori sta accadendo qualcosa, e i sensi sono ancora in allerta.

[…]

Avrei voluto essere nell’elenco dei cani buoni, giusto per dimostrare che il giudizio degli umani, dal quale dipende la sopravvivenza, si addolcisce in formule più gratificanti. Ma in fondo perché mai? Ho dato al mio terzetto di tutori la possibilità di rafforzare la compattezza della famiglia, perché non c’è cane che non faccia famiglia, e io l’ho fatta, sono avanzato fra le tempeste e i deragliamenti con la destrezza del testimone attivo, ho ospitato confidenze e lacrime, non ho dovuto far altro che essudare la mia caninità. Ed è in quella edificazione paziente di quotidianità che l’osmosi ha preso forma. La loro lingua. È un precipitato, che ora posso dare per scontato. Esiste, c’è. Non si vede. Né si vedrà. Ma che importa. Ora so che la parola può essere un esercizio di annullamento, un artifizio, un labirinto, una terapia, un teorema dello spreco. In questa alba sempre più rosa, sciamano residui di parole smaglianti che, malgrado tutto, non han messo al sicuro né i miei tutori né tutta la loro specie. Eppure che stupore di fronte alla vertigine di sapersi detti, e magari messi a nudo.

Dice il poeta: «Sempre impossibile pare la rosa, e l’usignolo inconcepibile».

I buoni son ben disposti a fingere e a lasciar fingere. Ho spiato la possibilità di tradurre la mia presenza in affezione: so come si fa. Avrei potuto. Ho considerato le ferite umane degne di grande considerazione, o semplicemente degne. Così ho guardato spesso i miei tutori e mi son lasciato guardare: che si avvertisse tra noi la sottigliezza del confine. Ma non sono stato cane di alleanze. Ho preso il buono che c’è stato. Compresa questa elargizione di linguaggio che mi apre al segreto degli umani e all’indagine che a loro mi ha legato. Quanti esercizi dell’intelligenza. Il tutore si lamentava spesso di essere circondato da tante prove di vanità, ma poi a volte lo vedevo restare sgomento davanti a una frase e allora mi dicevo: fammi sentire, e io sentivo. Se sono arrivato a questa notte solitaria, se son tornato sereno alla ferinità, è stato anche perché ho potuto prendere distanza dall’umanità, non servirla come accade a tanti compagni. Loro, i tutori, hanno bisogno di senso e di significati, noi arriviamo quasi senza fatica al senso di noi stessi, e quel che possiamo fare è lasciare memoria di noi e del nostro carattere. Proprio così, il carattere. Quello che per sempre gli umani ricorderanno. Che importa quel che sarà di me, è Billy il Cane che resterà sospeso nelle nubi dei loro pensieri, un po’ costellazione e un po’ fantasma.

[…]

Non lo chiamiamo più. Ci auguriamo solo di trovarlo.

Sapevo che dovevo stare all’erta. Eccoli di nuovo. Li sento. Sono arrivati. La mia è stata una notte senza sonno. Ma non mi troveranno. Ho obbedito a una chiamata antica, a un codice d’onore, ho obbedito a quel bastardo che porto dentro di me dall’origine del mondo. Non mi vedrete più, ma soprattutto non sarò più presente alle cure umane. A quelle cure ho dedicato questa lingua che non è mia, ma che alla mia somiglia per infinita approssimazione. Fuori c’è una chiarità che mi rassicura: le creature della notte mi hanno risparmiato. D’ora in avanti siano pure le benvenute. Ne avverto le presenze ma non hanno ancora idea di come arrivare sino a qui, non hanno idea.

Io intanto mi lascio andare, mi si chiudono gli occhi, anche se quello che li chiude non è sonno, mi chiudo a palla su me stesso e respiro pianissimo. E più mi chiudo e più misuro la dolcezza del fiato, più mi apro al rimbombo dell’esistere. Potessi lasciare davvero ai miei tutori un dono, sarebbero queste folate di vitalità che mi stanno scompigliando i pensieri. Sento il frullare dell’appetito terrestre, tornano ventate di desiderio, mi abbraccio alla povera rabbia che mi ha accompagnato fin qui, vedo un prato, un altro prato, l’onda dell’erba alta e dei papaveri, una ragazza dai capelli rossi, una dai capelli biondi, la mia adorata compagna delle giornate umane che mi somministra alimenti e medicamenti. Potessero sapere come è vana tutta questa fame che ci tiene, zampe a terra, dentro il durare del nostro tempo, potessero sapere che è tanto vana quanto sacra. Gli uomini non possono essere felici, ma possono immaginare quanto potrebbero esserlo, ed è perciò che talvolta cercano in noi la risposta alla letizia di cui sospettano solo l’esistenza. La mia poltrona blu. Quanti pensieri blu. Quanta passione ho visto nei baci dei tutori. Come si sono abbracciati forte per non cadere.

Ho nostalgia di tutto quello che non ho avuto, e forse è per questo che son passato per cane cattivo. Sarebbe stato troppo facile il contrario. Semmai avrei potuto prendere la strada di Buck, muovermi accorto fiutando la preda, sfidare la foresta, stagliarmi solo nella luce della luna. Anche questi sono i nobili tormenti di quest’alba grande: vedermi immenso, sentirmi venire da una lontananza così profonda che nessuno degli umani saprebbe leggere. Vedrebbero soltanto l’inadeguatezza della mia taglia, e tutt’al più sarebbero costretti a considerare il segno lasciato da un morso inatteso. C’è stato solo un umano, prossimo ai tutori, che, da uomo di montagna e cacciatore, si lasciò mordere e si limitò a considerare che avevo ragione, che per me lui era un pericolo ignoto. Si medicava la mano e non smetteva di considerarmi con il rispetto che sapeva attribuire alla bestia. Quando accadeva tutto ciò? Chi lo sa ormai? […] È come se ora – e solo ora – fossi su un ponte ballerino, è  come se ora, gli umani, fossi libero di salutarli e di tornare dove la vita è cominciata, dove sono le fauci a decidere se il giorno dopo ci sarai ancora. Loro hanno inventato la civiltà e nella civiltà hanno compreso anche noi, i nostri servigi e la nostra dedizione.

Per questo ho dovuto sottrarmi alla civiltà, all’estrema cura che avrebbero elargito e che sarebbe stata estrema come può esserlo l’ultima siringa. Meglio di no. Meglio la soavità di spegnermi solo, di sparire, di entrare da solo nella terra. Chi avrebbe potuto trovare un posto migliore di questo? Un posto così lo trova solo chi lo conosce senza averlo mai visto. Qui mi posso consegnare al nulla senza la pietà dei tutori. Quella che devono già esercitare per i loro simili.

Non sarei mai andato così d’accordo con il mio tutore se non lo avessi visto cedere al disordine della rabbia. Quante volte mi ha perdonato insulsamente: io intendevo fare il male, ma non volevo essere punito troppo severamente, non volevo perdere quel po’ di privilegi.

Son sicuro che ha imparato: nessuna contraddizione è più grande di quella che abita in coloro che dimorano sulla terra. Gli occhi colgono appena una striscia di luce, dei passi là fuori lasciano tracce, se il sole c’è è per loro. Di Billy il Cane traccia non c’è. Il giovane che ha accompagnato i miei tutori dice: «Billy è tornato alla Natura». Bravo ragazzo, ha detto bene, anche se lo ha detto solo per consolarli.

Io vado, con il mio corpo, dentro un corpo più grande, cerco luoghi felici, cerco nel cielo dove sin da stanotte apparire. Mi siedo sulle zampe posteriori, punto il muso nel vuoto, lascio pulsare il sensitivo naso, ho ciglia lunghissime, ho orecchie di velluto puntate come frecce nel suono che fa il mondo. Sentirò tutto. E a quel tutto non smetterò di sopravvivere. E buon giorno sia. Addio.

[…]

Billy il Cane non voleva essere «terminato» dagli umani, questo è chiaro. Ci guardiamo intorno perduti. Il nostro uliveto è cominciato con lui, e alla prima raccolta ci aveva atteso sotto il tavolo dell’annesso agricolo, non senza mancare alla tavolata dei raccoglitori. E sotto quel tavolo mi ero aspettato di trovarlo anche in questa occasione.

Ha voluto addormentarsi altrove, sparire nella risposta alla domanda mai fatta.

Era l’8 luglio 2017. Da allora Billy il Cane è entrato nella storia, nella mia, che è storia minuscola, e nella storia di chi lo ha incontrato.

Antonio Rollo

Tutto di devastante bellezza. Grazie Billy. E grazie al tuo tutore.

It’s been a long, long time since I’ve memorized your face
It’s been four hours now since I’ve wandered through your place
And when I sleep on your couch I feel very safe
And when you bring the blankets I cover up my face
I do love you
I do love you

Dalla lettura di “Billy il Cane” non si esce indenni

Ho letto questo libro senza mollezze lacrimali fino a pagina 66. Ma le due seguenti hanno fatto sì che il mascara coagulasse in una macchia nera. Sgarbo compensato dall’incorruttibile bellezza del narrato:

   Vago su e giù per le balze, abbraccio la mia compagna. Entrambi siamo senza parole, o se ne diciamo ci danno fastidio perché a questo punto non c’è nulla da spiegare. Potremmo essere fortunati, e allora ci concentriamo sulla fortuna, che Billy il Cane si stagli all’improvviso fra il cespuglio di rose canine e il pruno selvatico, che semplicemente appaia senza rumore come avesse camminato sulla nebbiolina della sera.

   Ecco, la fortuna. La sua pour la dernière fois, come certi personaggi di Racine. E allora, a quel punto non faremmo altro che accoglierlo, fare attenzione alla sua andatura incerta, non eccedere in allegrezza. Lo riceveremmo e basta. Ringrazieremmo i vicini, i figli degli allevatori, penseremmo alla cena – alla sua, prima di tutto, e poi alla nostra. Potremmo avere questa fortuna. Ci manca ancora la consapevolezza fisica del distacco, perciò ci schiaffeggiano tutti questi pietosi condizionali. Della dignità animale davanti all’estremo calare del Tempo ci hanno variamente convinto, ma manca qualcosa. A questo punto dovremmo prendere in considerazione l’ipotesi di consegnarlo noi stessi al silenzio, ma come faremmo? Qualcuno infine dovrà pur dirci che davvero è giunto il momento e che non possiamo aspettare. […]

    Questo pezzo di terra è diventato, e continua a diventare, una scena sconfinata. Apparteniamo a un teatro infinito, ma che sia teatro non ce ne rendiamo conto finché una scena fra le altre improvvisamente non straripa di senso, e noi in quel senso precipitiamo. E non suoni bestemmia, visto che stiamo parlando di un piccolo cane – che anche lui come il resto si muove dentro l’accadere -, ma dove rischiamo il ramo che si spezza, la terra che rovescia fango, il fuoco che ci impoverisce, il mare che non restituisce, il decreto che ci condanna, ogni volta quel teatro ci dice, brutalmente, quanto siamo uomini esposti alla perdita.

    Billy il Cane avrebbe ascoltato con attenzione. C’era un protendersi del muso, una rotondità d’occhi, e io sapevo che gli era noto quello che era necessario sapere. Ha imparato molto da noi, questo lo so, ma quanta immensa sapienza arrivava da più lontano, dal sudare degli anni, dalla saggezza nel sangue. Siamo qui per sopravvivere, ma a condizione che la sopravvivenza si colori di crepuscolo dell’alba e della sera.

   «Billy!» ripeto un’altra volta, ma ormai è come lo sapessi che non mi sente o, se mi sente, non dà retta.

    Neppure la mia compagna ci prova più, anche se sappiamo entrambi che a lei avrebbe obbedito.

In effetti devo essermi commossa anche a pagina 66, ma forse il mascara waterproof del giorno prima mi ha subdolamente tratta in inganno. Il “capobranco” e la sua compagna non sanno che Billy sente il loro dolore:

    Quante immagini tornano di questa lunga vita con i miei tutori, quante storie vissute insieme, quanto ascolto – sono stato confessore, un vero confessore, tante ne ho sentite, nei pomeriggi lenti, nelle mattine industriose, nel quotidiano rilascio delle offerte fra casa e parco.

    Hanno bisogno di parlare. Qualche volta anche di piangere. Ho sempre saputo quando e quanto prestar fede. Non sono mai stato morbido, ma la consuetudine mi ha affinato gli strumenti. So avvicinarmi quando sento il dolore.

    Anche adesso lo sento, ma avvicinarmi non posso. Questa volta ho dovuto allontanarmi e non ho modo di tornare indietro, non c’è sentiero verso di loro. Li sento chiamare, e a quel nome che attraversa il viola della prima sera mi chino per salutare.

Sì, Billy il Cane è un libro indimenticabile.