Il piacere intellettuale di prostituirsi

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Emma becker 10 - Dago fotogallery

A cinque mesi dall’uscita in Italia, fa ancora discutere il libro di Emma Becker, La Maison, storia vera dell’autrice allora 25enne, che lavorò in una casa chiusa di Berlino per due anni. Avversata dalle femministe secondo cui una donna che vende il corpo non è mai davvero libera, Becker ha chiarito che nel suo caso si trattò di una scelta, e in molte interviste ha approfondito un concetto non proprio lampante a chi preferisce tenersi il prosciutto sugli occhi:

Una donna non sceglie mai davvero di vendere il corpo? D’accordo. Sono sicura che se parlassimo con la cassiera di un supermercato, direbbe che nemmeno lei ha scelta. E quante donne etero, sposate, sono costrette a fare compromessi di natura sessuale per il buon funzionamento del matrimonio? Farmi pagare per sesso non mi è sembrato un sacrilegio, perché non era così diverso da certi rapporti che ho avuto gratuitamente. O dal mio precedente lavoro di cameriera, in cui mi stancavo e non sempre ero trattata bene dai clienti. Ok, forse vendere la propria sessualità e immaginazione non è esattamente lo stesso, ma penso si tratti di una scelta individuale. In teoria comprendo la posizione delle femministe. Nella pratica, le donne che ho incontrato volevano solo guadagnare per permettersi qualcosa di più“.

Non lascia spazio alla pruderie Becker, quando rendicontando, dice:

Pensavo ingenuamente che avrei imparato molto sulla pratica, ma in verità il sesso era di una banalità oserei dire coniugale“.

Mi perdonerà Madame Becker, ma dopo un po’ il sesso si riduce all’esergo scelto da lei stessa:

Una fessura, una cicatrice sottile che si apre solo su un mostruoso sorriso senza fine. Nera. Spalancata. Un sorriso sdentato. Incredibilmente lascivo. Forse non c’è nient’altro alla fine della nostra inquietudine, nessun’altra risposta, non resta che l’incoercibile ilarità muta di quest’orifizio viscido“.

Louis Calaferte, Settentrione

Un estratto da La maison.

“Stéphane si gira di nuovo, non riesce proprio a credere che quella ragazza con l’aria da studentessa possa essere una puttana anche se le calzature non mentono, e che oltretutto se ne vada in giro così nella completa indifferenza dei poliziotti.

«Ma… qui è legale?»

«È tutto legale. La prostituzione, i bordelli, le escort…»

«Ma allora è il paradiso!»

Gli occhi di Stéphane, rapiti da un’attrazione o un appetito improvvisi, la seguono fino all’angolo di Schönhauser Allee. È lo sguardo di cui mi sono innamorata. Lo sguardo che mi ha rivolto il primo giorno, dopo che ci eravamo dati la mano. Mentre mi allontanavo, mi ero girata per studiare l’effetto della mia gonna su quell’uomo un po’ troppo grande per me, e aveva proprio questo sguardo. Siccome mi piace credere che non sia un’attenzione riservata alle professioniste, deduco che lui guardi così tutte le donne che, con quel misto di disinvoltura e provocazione, diventano simboli viventi del desiderio, imperturbabili nella loro onnipotenza e sprezzanti della folla in ginocchio. Così sono stata questo per lui, prima che la mia esuberanza mi dotasse di parola e d’iniziativa e prima che perdessi in fulgore il terreno che guadagnavo con l’intimità.

Ero stata troppo impressionata da quello sguardo al limite dell’indecente, che nessun’altra avrebbe potuto leggere se non io, per dargli un senso: ne restano solo un ricordo molto vivo di calore e la voglia di squagliarmela in fretta, prima che la mia apparizione potesse perdere quell’aura superba”.