Libri Rari & Perduti nel Tempo: Proposte di Lettura

Biblioteca Alessandria Egitto

I dieci libri antichi andati perduti

Enciclopedie, testi sacri, scienza e opere letterarie: sono molti i testi antichi andati perduti nel corso della Storia e che oggi nessuno ha più modo di leggere.
Interessante l’articolo a firma di Giuliana Rotondi pubblicato nel 2018 su Focus ( https://www.focus.it/cultura/storia/la-top-ten-dei-libri-antichi-perduti )

1. I LIBRI SIBILLINI: erano una raccolta di responsi oracolari delle Sibille, le sacerdotesse degli dei ( soprattutto di Apollo ). I testi, scritti in greco e conservati nel tempio di Giove Capitolino, sul Campidoglio, erano custoditi da un collegio di sacerdoti e per nove secoli vennero considerati l’unico riferimento da consultare nel momento del bisogno, durante ogni crisi politica. Bruciarono in un incendio del tempio, nell’83 a.C. Si tentò di ricostruirli per ordine dell’imperatore Augusto, ma anche queste copie non ebbero fortuna: nel V secolo furono distrutte, pare per ordine del vandalo Stilicone che temeva potessero finire nelle mani dei visigoti. A noi sono giunti solo alcuni frammenti di pochi versi.

2. LE POESIE DI SAFFO: nel VI secolo a.C. la poetessa greca Saffo compose oltre diecimila versi. Gli studiosi della biblioteca di Alessandria raccolsero le sue opere in otto o forse nove libri. Di questa produzione ci è rimasto ben poco, appena pochi frammenti. L’unico componimento che ci è giunto per intero è L’inno ad Afrodite, una lirica dedicata all’amore.

3. L’ACHILLEIS DI ESCHILO: è una trilogia del drammaturgo greco Eschilo ( V secolo a.C. ). L’Achilleis riproponeva la guerra di Troia sotto forma di tre tragedie: i Mirmidoni, le Nereidi e i Frigi. Di queste tre opere teatrali esistono oggi solo pochi frammenti, anche se gli storici, partendo dalle citazioni di altri autori, sono riusciti a ricostruire il loro contenuto complessivo con ragionevole certezza.

4. I CODICI MAYA: sono libri della cultura precolombiana Maya, scritti fin dal IX secolo in geroglifici su stoffa di corteccia mesoamericana, una particolare “carta” utilizzata in quelle regioni. I libri erano molti, ma oggi ne sopravvivono meno di cinque: tutti gli altri vennero bruciati dai conquistatores nel Cinquecento.

5. I PAÑCHATANTRA: era una raccolta di antiche favole indiane in prosa o in versi, diffusa già nel 100 a.C. Non sappiamo quando fu scritta, perché l’opera originale è andata perduta: a noi sono giunte solo traduzioni e rifacimenti spesso molto differenti tra loro.

6. L’AVESTA: del libro sacro dell’antica religione zoroastriana della Persia sopravvive solo una collezione di frammenti, circa un quarto del testo originale. Gli ultimi manoscritti completi potrebbero essere bruciati quando Alessandro Magno conquistò Persepoli, nel 330 a.C.

7. IL SESTO CLASSICO DI CONFUCIO: un corpus di libri attribuito a Confucio che ancora oggi è considerato fondamentale nella letteratura classica cinese. Ci sono pervenuti i “Cinque Classici”, dedicati alla poesia, alla retorica, ai riti antichi, alla storia e alla divinazione. Il sesto libro, quello sulla musica, potrebbe essere scomparso nel III secolo a.C.

8. L’ENCICLOPEDIA YONGLE: fu commissionata dall’imperatore Yongle, della dinastia cinese Ming, nel 1403. Il progetto era enorme: per realizzarlo vi lavorarono 2.000 studiosi che scrissero 8.000 testi raccontando la storia cinese dai tempi antichi fino agli inizi della dinastia Ming. Ne uscirono 11.000 volumi su argomenti che spaziavano dall’agricoltura all’arte, alla teologia e alle scienze naturali. Molti volumi bruciarono nella Ribellione popolare cinese dei Boxer ( 1901 ): a noi è arrivato solo il 3% dell’opera.

9. I TRATTATI DI ALHAZEN: matematico medievale, astronomo e fisico, Alhazen scrisse un trattato di ottica ed elaborò un metodo scientifico che influenzò molti pensatori europei dei secoli successivi. Ancora oggi è considerato il padre dell’ottica moderna. I suoi studi contribuirono a mettere in discussione le vecchie teorie sulla natura e la diffusione delle immagini visive. Fino a quel momento infatti si riteneva che la luce fosse un’elaborazione soggettiva e relativa della psiche umana.

10. I LIBRI PERDUTI DELLA BIBBIA: La Bibbia che conosciamo noi è una versione parziale dei testi originari, accettata dalla gerarchia ecclesiastica. Sarebbero però esistiti anche diversi libri oggi mancanti a cui le Sacre Scritture fanno riferimento, come il Libro delle Battaglie di Jahvé citato nel Libro dei numeri o il Libro delle Cronache dei Re di Israele, di cui non si ha più alcuna traccia.

I libri perduti nel tempo, vivono per sempre, in attesa del giorno in cui potranno tornare nelle mani di un nuovo lettore, di un nuovo spirito. “L’ombra del vento” Carlos Ruiz Zafòn
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La libreria Aiace di via Ugo Ojetti 36, Roma, è un punto speciale per i lettori e le lettrici di Roma. Ci potete trovare saggi, romanzi, riviste, raccolte di poesie a prezzi incredibili, perché la caratteristica comune a tutti questi libri è che sono usati. Nessun imbarazzo, quindi: aprendo a caso una pagina o iniziando a divorare il testo non si ha la sensazione di profanare qualcosa di sacro che andrebbe conservato così com’è, bianco, immacolato e senza orecchie laterali. Qualcuno prima di voi ha già letto quel libro e lo ha già arricchito di quella patina antica che lo rende così prezioso.

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Storia del Partito Comunista di Paolo Spriano

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I cinque volumi della Storia del Partito Comunista Italiano ( 1967-1975 ) è certamente l’opera più celebre di Paolo Spriano. Nel monumentale testo, rifuggendo dai toni giustificazionisti, Spriano affrontò luci e ombre della storia dei comunisti italiani, basandosi sulle dirette fonti d’archivio

Spriano, Paolo. – Storico italiano ( Torino 1925 – Roma 1988 ). Partigiano, nell’immediato dopoguerra s’iscrisse al PCI e fu redattore de l’Unità (1948-64). Prof. dal 1967, insegnò storia contemporanea all’Università di Cagliari e storia dei partiti politici all’Università di Roma La Sapienza

PAOLO SPRIANO, STORIA DEL PARTITO COMUNISTA ITALIANO

I fronti popolari, Stalin, la guerra: il sottotitolo di questo terzo volume dell’opera di Paolo Spriano indica l’orizzonte internazionale in cui si colloca la vicenda storica dei comunisti italiani dal 1935 in avanti. È l’epoca dell’impresa abissina, della guerra civile spagnola, di Monaco, dell’attacco nazista alla Polonia, dello scoppio della conflagrazione generale. E sono gli anni in cui si gettano tutte le premesse della Resistenza e della lotta per la Repubblica (che l’autore esaminerà nel volume conclusivo della sua ricerca).

L’orizzonte internazionale determina anche lo sviluppo della lotta all’interno del Paese contro la dittatura fascista. Una delle caratteristiche di questo terzo volume è proprio di mostrare – con una documentazione amplissima – il nesso reale tra il processo unitario dell’antifascismo italiano emigrato nella Francia del fronte popolare e sui campi di battaglia di Guadalajara, di Brunete,
dell’Ebro, e il sorgere in Italia di un «nuovo antifascismo» animato dai giovani.

Si tratta di un movimento generale che ha in sé una dialettica assai complessa: il lettore vedrà che tutti i temi che si porranno nella prospettiva della Resistenza, da quello dell’unità di azione tra socialisti e comunisti a quello della Costituente, dal rapporto tra lotta democratica e lotta socialista a quello con gli alleati occidentali o con l’Urss, già sono anticipati tutti qui: nei dibattiti dei gruppi dirigenti all’estero o nella cattività, nell’iniziativa cospirativa, nella riflessione di Gramsci morente.

Il tema di Stalin, dello stalinismo, emerge in modo non meno centrale. Spriano l’ha sviluppato tenendo a fuoco le sue contraddizioni e i suoi effetti nel quadro di un’Europa percorsa e percossa dal nazismo: ha analizzato novità e limiti del VII congresso dell’Internazionale comunista, ha rievocato i processi di Mosca nella loro allucinante dinamica e nella eco che suscitano presso l’o
pinione pubblica e tra i militanti, fino alle repressioni condotte nelle file dei vari partiti. Ma ha soprattutto individuato nella vita della direzione comunista italiana nel 1937-39, nella sua crisi, il momento della massima contraddizione.

In questo generale dramma, trovano il loro rilievo i protagonisti della vicenda: da Stalin a Trockij, da Togliatti a Rosselli, dai piú noti dirigenti politici (Longo, Nenni, Di Vittorio, Saragat, Grieco) alle migliaia di combattenti garibaldini in Spagna. Il famoso slogan di Rosselli, «Oggi in Spagna domani in Italia», qui riceve un significato nuovo. È la Spagna a svegliare una nuova generazione, a dare significato alle scelte di un Vittorini, di un Giaime Pintor, a provocare i primi pronunciamenti antifascisti di massa nelle periferie operaie delle grandi città del Nord come nelle campagne emiliane. Tutta una storia sinora largamente sconosciuta, narrata attraverso testimonianze
di grande valore: come le lettere inedite di Trockij e di Rosselli, i verbali e le dichiarazioni che chiariscono il «caso Curiel», i dibattiti dei confinati di Ventotene sulla natura della guerra. ( Einaudi )

Partito Comunista Italiano

Il Partito Comunista Italiano ( PCI ) è stato un partito politico italiano di sinistra, nonché il più grande partito comunista dell’Europa occidentale. Venne fondato il 21 gennaio 1921 a Livorno come Partito Comunista d’Italia (PCd’I) – sezione italiana della Internazionale Comunista (denominazione modificata in Partito Comunista Italiano nel 1943)[10] a seguito del biennio rosso e della rivoluzione d’ottobre] per la separazione dell’ala di sinistra del Partito Socialista Italiano guidata da Amadeo Bordiga e Antonio Gramsci al XVII Congresso del Partito Socialista Italiano.

Dopo che il PCd’I ebbe una storia complessa e travagliata all’interno dell’Internazionale Comunista negli anni venti e trenta il PCI assunse durante la seconda guerra mondiale un ruolo di primo piano a livello nazionale, promuovendo e organizzando con l’apporto determinante dei suoi militanti la Resistenza contro la potenza occupante tedesca e il fascismo repubblicano. Il capo del partito, Palmiro Togliatti, attuò una politica di collaborazione con le forze democratiche cattoliche, liberali e socialiste ed ebbe un’importante influenza nella creazione delle istituzioni della neonata Repubblica Italiana.

Passato all’opposizione nel 1947 dopo la decisione di Alcide De Gasperi di estromettere le sinistre dal governo per collocare l’Italia nel blocco internazionale filo-statunitense, il PCI rimase fedele alle direttive politiche generali dell’Unione Sovietica fino agli anni settanta e ottanta pur sviluppando nel tempo una politica sempre più autonoma e di piena accettazione della democrazia già a partire dalla fine della segreteria Togliatti e soprattutto sotto la guida di Enrico Berlinguer, che promosse il compromesso storico con la Democrazia Cristiana e la collaborazione tra i partiti comunisti occidentali con il cosiddetto eurocomunismo.

Nel 1976 il PCI toccò il suo massimo storico di consenso mentre nel 1984 sull’onda emotiva della morte improvvisa del segretario Berlinguer fu per breve tempo e seppur per pochissimi punti percentuali, il primo partito italiano (questo evento venne definito «effetto Berlinguer»). Dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989 e il crollo dei Paesi comunisti nel 1991 si sciolse su iniziativa del segretario Achille Occhetto dando vita a una nuova formazione politica di stampo socialdemocratico con il Partito Democratico della Sinistra mentre una parte minoritaria contraria alla svolta guidata da Armando Cossutta fondò Rifondazione Comunista. ( Wikipedia )

 

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ROMANZO by Louis-Ferdinand Céline: Morte a credito

Eccoci qui, ancora soli. C’è un’inerzia, in tutto questo, una pesantezza, una tristezza… Fra poco sarò vecchio. E la sarà finita, una buona volta. Gente n’è venuta tanta, in camera mia. Tutti han detto qualcosa. Mica m’han detto gran che. Se ne sono andati. Si son fatti vecchi, miserabili e torpidi, ciascuno in un suo cantuccio di mondo.

 

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CELINE, MORTE A CREDITO 

Morte a credito (in francese: Mort à crédit) è il secondo romanzo di , pubblicato nel 1936. È considerato uno dei capolavori della letteratura francese del Novecento.

Esso è un antefatto di Viaggio al termine della notte, infatti racconta l’infanzia nel Passage Choiseul, le esperienze familiari, scolastiche, erotiche, di viaggio e di lavoro del suo personaggio, Ferdinand Bardamu, il suo alter ego, e termina con il suo arruolamento nell’esercito per la prima guerra mondiale. Il romanzo è una presa di distanze dalla vita, perché essa non è quello che l’uomo crede comunemente essa sia; perché alla fine la vita ci porta a conquistare quell’unico credito che siamo sicuri di poter riscuotere: la morte.

Louis-Ferdinand Céline, pseudonimo di Louis Ferdinand Auguste Destouches (Courbevoie, 27 maggio 1894 – Meudon, 1º luglio 1961), è stato uno scrittore, saggista e medico francese.

Considerato un originale esponente delle correnti letterarie del modernismo e dell’espressionismo, Céline è ritenuto uno dei più influenti scrittori del XX secolo, celebrato per aver dato vita ad uno stile letterario che modernizzò la letteratura francese ed europea. La sua opera più famosa, Viaggio al termine della notte (Voyage au bout de la nuit, 1932), è un’esplorazione cupa e nichilista della natura umana e delle sue miserie quotidiane. Lo stile del romanzo, e in generale di tutte le opere di Céline, è caratterizzato dal continuo ed eccletico amalgamarsi di argot, una particolare forma di gergo francese, e linguaggio erudito, e dal frequente uso di figure retoriche, quali ellissi ed iperboli, oltreché dall’impiego di un dissacrante e spiazzante humour nero, che lo impose come un innovatore nel panorama letterario francese. La maggioranza dei suoi libri originano da spunti autobiografici, e sono narrati in prima persona da Ferdinand, il suo alter ego letterario.

Per le sue prese di posizione politiche e affermazioni, in favore delle potenze dell’Asse, prima e durante la seconda guerra mondiale, esposte in pamphlet violentemente antisemiti, Céline rimane oggi una figura controversa e discussa. Emarginato dalla vita culturale dopo il ’45, il suo stile letterario fu preso a modello da alcuni scrittori che gravitavano attorno alla Beat Generation statunitense.Anche Charles Bukowski aveva grandissima ammirazione per la prosa letteraria di Céline, e lo definì “il più grande scrittore degli ultimi duemila anni”. ( Wikipedia )

 

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Storia della Rote Armee Fraktion: Ulrike Mainhof

RAF

 

La Rote Armee Fraktion ( Frazione dell’Armata Rossa ), abbreviata in RAF e nelle prime fasi conosciuta comunemente come Banda Baader-Meinhof, è stata uno dei gruppi terroristici di estrema sinistra più importanti e violenti nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale. Fondata il 14 maggio 1970 da Andreas Baader, Ulrike Meinhof, Gudrun Ensslin e Horst Mahler, fu attiva fino al 1993 e formalmente disciolta nel 1998.

La Rote Armee Fraktion fu responsabile di numerose operazioni terroristiche, specialmente nell’autunno del 1977, che portarono a una crisi nazionale conosciuta con il nome di “autunno tedesco”. È stata responsabile di 33 morti tra figure di spicco in campo politico ed economico, rispettivi autisti e guardie del corpo, poliziotti, agenti di dogana e soldati americani, nonché del sequestro e omicidio di Hanns-Martin Schleyer, oltre a diverse prese in ostaggio, rapine in banca ed attentati esplosivi con oltre 200 feriti. Per mano della polizia e dei servizi segreti tedeschi, suicidio o sciopero della fame, 24 membri e simpatizzanti della RAF furono assassinati. Anche se più conosciuta, la RAF condusse meno attacchi terroristici rispetto alle Revolutionäre Zellen ( RZ ), formazione che fu responsabile di 296 attentati fra il 1973 e il 1995.

La RAF descriveva sé stessa come un gruppo di “guerriglia urbana” comunista e anti-imperialista, sul modello dei tupamaros uruguaiani, impegnato nella resistenza armata contro quello che loro definivano uno “stato fascista” e nella rivoluzione proletaria. Perciò, i membri della RAF, quando scrivevano in inglese, generalmente usavano il termine marxista-leninista “Fazione”.

Si sono evidenziate 3 fasi storiche nell’organizzazione: la “prima generazione” di Baader e dei suoi sodali; la “seconda generazione” della RAF, che cominciò a metà anni settanta e fu caratterizzata dall’ingresso nel gruppo di elementi dell’SPK (Collettivo Socialista dei Pazienti); infine la “terza generazione” degli anni ottanta e novanta.

Il 20 aprile 1998, una lettera dattiloscritta di otto pagine in tedesco firmata RAF (e con il caratteristico simbolo della pistola mitragliatrice Heckler & Koch MP5 sopra una stella rossa) fu inviata via fax all’agenzia di stampa Reuters, dichiarando lo scioglimento del gruppo. ( Wikipedia )

ULRIKE MEINHOF, AMMUTINAMENTO – SAVELLI

Ulrike Marie Meinhof ( Oldenburg, 7 ottobre 1934 – Stoccarda, 9 maggio 1976) è stata una giornalista, terrorista e rivoluzionaria tedesca, cofondatrice del gruppo armato tedesco-occidentale di estrema sinistra Rote Armee Fraktion, meglio noto come “R.A.F.” e conosciuto dalla stampa anche come Banda Baader-Meinhof.

All’inizio fu giornalista militante della sinistra radicale tedesco-occidentale, ed ebbe numerosi e fervidi contatti con membri dell’intellighenzia letteraria tedesca, tra cui Heinrich Böll, che scrisse un articolo su di lei[1], Hans Mayer e Marcel Reich-Ranicki. Fu coinvolta anche nel movimento anti-nucleare e fu editrice del giornale radicale konkret.

Nel 1961 sposò Klaus Rainer Röhl, giornalista ed editore del giornale comunista konkret, in cui lavorava la Meinhof, dal quale ebbe due figlie, le gemelle Bettina e Regine. Nel 1968 divorziò dal marito e aumentò il proprio impegno politico, venendo coinvolta in gruppi estremisti con base a Berlino Ovest, e maturando un senso sempre maggiore di frustrazione per l’inerzia e la poca forza ribelle dei gruppi radicali e della sinistra. Il 14 maggio 1970 aiutò il terrorista e rapinatore Andreas Baader a evadere dalla prigione, in quella che venne considerata la sua prima azione e l’inizio della Rote Armee Fraktion (RAF).

Dopo l’ evasione di Baader, Ulrike Meinhof si diede alla clandestinità insieme ad altri estremisti, dando vita al gruppo che venne ribattezzato dalla stampa tedesca “Banda Baader-Meinhof”.

Unita al gruppo di fuoco della RAF, Ulrike trascorse un periodo in Giordania per essere addestrata all’uso delle armi. Dopo il rientro in Patria, il gruppo effettuò furti e attentati a impianti industriali e basi militari statunitensi, nei quali rimasero uccise varie persone. Durante la clandestinità Ulrike Meinhof elaborò ciò che divenne il documento programmatico della RAF: ella infatti scrisse molti dei trattati e dei manifesti che il gruppo produsse, incluso quello sul concetto di guerriglia urbana, descrivendo quello che chiamava sfruttamento dell’uomo comune da parte dell’imperialismo dei sistemi capitalisti. ( Wikipedia )

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