# 54

Ho rivisitato alcuni luoghi del passato dove ho vissuto momenti importanti della mia vita sotto il segno dell’amore. Tutto sembra essersi fermato, come a voler attendere l’entrata di un’altra protagonista per continuare a scrivere storie intense laddove sembravano essersi prosciugate. Voglio cancellare quelle ombre che sorvolano il tuo cuore per sentirti trasportare dove nulla va perduto. La canoa è ancora ferma al suo molo, attende la giusta corrente per poter riprendere la traversata dei sentimenti. Non importa se le onde delle emozioni di tanto in tanto proveranno a rovesciarla. L’orizzonte è troppo etereo per poter essere dimenticato e lasciato in preda alle nebbie. Sei una dolce droga che si è impadronita di me, e a cui non so più rinunciare; quando mi sfiori mi perdo in celesti visioni, quando non ci sei tutto mi sembra vuoto. Un giorno forse mi spegnerò tra le tue braccia, e tu tra le mie. Cosa sono i ricordi in confronto a quello che dobbiamo ancora vivere insieme? Una goccia nell’oceano, un granello nel deserto, una stella nell’universo. Mi sento un torrente in piena pronto a sgretolare le porose pareti delle tue insicurezze, friabili fantasmi che si agitano nella notte. Sono la tua luce, tu sei la profumata coperta che mi avvolge quando sento scivolare sulla mia pelle le gelide dita della solitudine. Ti abbraccio forte per impedire che tu possa scivolarmi via in queste ore notturne.

# 53

Il Sentimento delle Parole. Quando rifletto sulle ferite inferte dalle parole, non posso fare a meno di pensare a come sia nata la scrittura. Segni incisi su pietra. Un’azione di scavo che sottintende l’intenzionalità dell’affondo. Mi domando quindi se l’essere umano, dopo secoli di evoluzione, non abbia mantenuto quell’istinto atavico di incidere, affinando le tecniche con precisione chirurgica, sui nervi scoperti delle persone.

Fortunatamente la storia ci ha consegnato anche altri lasciti. La necessità di dare un senso compiuto alla propria esistenza ha  spinto la coscienza oltre le necessità primordiali coltivando altro, così le parole si sono scoperte argilla nelle mani del vasaio, assunto nuove forme e preso vita, per essere riempite di sentimenti nell’esplorazione di emozioni inedite, stimolando senso della bellezza e ricerca della creatività.

Le parole sanno essere fuoco che incendia l’anima, terra che germoglia feconde intuizioni, aria che ossigena la spiritualità, acqua che talvolta carezza, spesso tracima trascinandoci via.

# 52

Boulev[h]ard

Ad occhi chiusi penetro in questo mondo affidandomi solo a sentori, fragranze, umori. Abiuro scuse e ragioni. Non accetto condizioni. Frantumo il cinguettar melodioso e smaliziato delle voci. Solo emotivo fisico impatto. Concatenato. Carne su carne nella carne. I vostri pensieri, spasimi, desideri, anche le amarezze e i rancori, voglio viverli addosso. Riducendo a brandelli qualsiasi filtro o specchio. Dipingimi, suonami, scrivimi, ma non intessermi nella tua tela, non sceneggiarmi nella tua trama. Io non mi ingabbio. Piuttosto, proseguo da solo. Dritto lungo una strada che si fa dura.

# 51

La mia vita angolata in un profilo intenso, problematico, irripetibile. Scoperto quando compresi che, in alcuni istanti della mia esistenza, l’attraversare di eventi semplici e consueti provocava l’agitarsi di correnti immense e sconosciute, misteriose e affascinanti. Presi coscienza di una sensibilità particolare che attribuiva ad accadimenti normali reazioni eccezionali. Qui incontrai la parola e me ne innamorai.

Molte persone hanno appreso la felice abitudine di annotare in un quaderno, o un diario, sensazioni e stati d’animo legati a frammenti della loro vita. Nei momenti di forte abbandono sentono l’esigenza di immergersi completamente in questo scrigno di segreti allo scopo di tracciare un’ideale continuità tra quei sogni ed i riflessi della loro esistenza. Il sottile disagio che si insinua nell’animo di chi, abituato a leggere le emozioni degli altri, scruta tra le pieghe del proprio tormento, nasconde un alito seducente. In un giorno di tristi rievocazioni ho accarezzato le corde del mio passato con l’intimo desiderio di percepirne il suono presente. Sapevo di trasferire il mio equilibrio in un posto più alto e rarefatto, ma al contempo fragile, maggiormente esposto alle tempeste dei sentimenti. Non sempre sono riuscito a trovare risposta alle mie domande, in compenso ne ho trovate altre sufficientemente profonde e interessanti da spingermi ancora più dentro in questo percorso. Oggi mi trovo in mezzo ad un guado fondamentale della mia realizzazione di uomo. Riordino il puzzle di fogli sparsi in cui ho annotato a suo tempo parole ed emozioni. Epurando gli sforzi dalle tensioni proprie del momento creativo riscopro l’importanza di certi slanci perduti o dimenticati. L’altra sponda sembra ancora lontana, ma sento di avere ancora buone braccia.

# 50

La pioggia danza sui vetri. Il parcheggio è un’oasi miracolata nel deserto avvolgente della notte. Il pensiero scruta tra le ansie di un foglio di carta a saggiare i rilievi di un nuovo esodo. La mano stringe la penna mortalmente soffocandola tra le sue spire, la afferra e la scaglia brutalmente contro quella distesa di ghiaccio bianco provocando una spaccatura, risale trasversalmente aprendo una ferita, una lacerazione, dalla quale zampilla copiosamente sangue blu.

# 49

La mia auto è uno spazio fisico in movimento, l’universo ideale al seguito quando mi sbatto per le strade del mondo. La Musica intreccia gli Stati d’animo che si susseguono come i paesaggi che incontro lungo il cammino . Istanti sedimentati come ruderi di un’altra epoca. I sedili raccontano storie d’amore, viaggio, sonno, sesso convulso ipnotico. Tutto resta impregnato. Rabbia, lacrime, costernazioni, tutto è protetto dalla voracità dispersiva del vento. Il solo rifugio di una vita in esilio.  Fiera identità, nessuna appartenenza. Io e la mia auto, pagine e inchiostro dello stesso romanzo.

# 48

Maestà delle Volte. La strada si incunea serpeggiante in discesa. Alle spalle Corso Vannucci e Piazza IV Novembre, spesso schiumanti di volti e schiamazzi, sono un mondo distante. Questa è una delle strade più belle d’Italia. Non c’è il monumento a soggiogare lo sguardo. In cento metri, un tripudio di archi, archetti, volte di diversa ampiezza, altezza, natura, è disposto in una mirabolante quadrifonia visiva, e non puoi evitare di voltarti da un angolo all’altro, e il pensiero scala negli occhi come una mano mareggia sui tasti del PianoForte. Una viuzza si affossa, una fontana scandisce la sua storia, dietro ti siedi, sugli scalini, appoggi l’orecchio, ascolti. Puoi impugnare la macchina fotografica e carpire dieci, forse venti, soggetti diversi spostandoti appena di passo in passo. Scorci, dettagli, particolari, ore da appendere ai sensi.

# 47

Accade spesso nella mia vita, che nei momenti focali delle decisioni importanti, dove tutto avviene in maniera brusca e repentina, mi senta quasi inseguito dall’incalzar degli eventi che bracca e minaccia. E io, nella felicità dell’imminente realizzazione, tra le stratificazioni di altri pensieri caduti nello stesso periodo, vorrei essere altrove. In un luogo dove tutto procede lento e pigro, a misura d’uomo, dei suoi pensieri, alieno dalla fretta. L’immagine che mi viene in mente è quella delle ferrovie lente, secondarie, che dopo aver costeggiato per un breve tratto all’uscita della stazione la linea veloce che prosegue netta e dritta, poi piegano all’interno, verso luoghi più appartati, con percorsi anche tortuosi e scoscesi. E ti affacci dal finestrino, ti godi il paesaggio, nel susseguirsi del viaggio hai tempo di leggerti un libro oppure fare e disfare idealmente la tua vita intrecciando le fila del proprio pensiero. Qualcosa che sembra porsi al di fuori del tempo, di poco o nulla intaccato dalle repentine vulgate tecnologiche a cui ci votiamo, che dall’oggi al domani decretano importanza e insussistenza di un luogo o di un tracciato.

 Se solo potessi mi prenderei un mese per me stesso, portandomi dietro due libri, quattro dischi e un taccuino, in un qualunque luogo alieno da memorie e ricorsi in cui passeggiare, sedermi a contemplare l’intorno, scrivere e appuntare le mie sensazioni, riprendere quei percorsi interiori che da troppo tempo ho accantonato invano. Perché aspiro ad altro, dove nessuno può metterci mano.

Quando ho iniziato questo viaggio non avevo percezione di dove stessi andando. Come sempre accade in questo genere di esperienza, uno ha un’idea di massima, degli orizzonti a cui volgere, ma l’esatto cammino per raggiungerli uno lo traccia di volta in volta, punto per punto. E man mano che si inoltra, vede altre cose, interagisce con altri stimoli, in un continuo spostare e ridisegnare gli obiettivi proposti.

Oggi come ieri, ritengo sostanzialmente validi i principi ispiratori che mi ero preposto all’inizio di questa ricerca. Un itinerario a metà strada tre il dato reale e quello ideale, sospeso ed equidistante tra la dimensione personale del mio errare e lo scorrere incessante del mondo che lo circonda, nei luoghi che attraverso e che con l’occhio del pensiero penetro. Privilegiando sempre e comunque l’aspetto narrativo al puro e semplice dato speculativo.

Con il passare del tempo e il trascorrere dei post mi sono sempre più concentrato sulla frontiera, su quei luoghi che, per quanto possano appartenermi, non contornano certo le mie giornate abituali. Probabilmente questo ha inconsciamente agevolato il mio percorso, creando una zona franca in cui è stato più facile espormi restando in me stesso, al riparo da diretti e fisiologici coinvolgimenti.

Ma se è vero che non si può fuggire da quel che si è, allo stesso modo è impossibile recidere completamente le proprie radici e rinnegare quei luoghi in cui hai intimamente albergato e inconsciamente inscenano le tue giornate. Più ho perseverato implacabile sui passi di orizzonti distanti e sfocati, più di riflesso sono tornati indietro potenti i lineamenti familiarmente unici dei consueti scenari.