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Elizabeth Leake  
Tex Willer. Un cowboy nell'Italia del dopoguerra
Il Mulino, 2018
All’indomani della seconda guerra mondiale, un eroe nuovo nasce in Italia e conquista il pubblico dei lettori: è Tex Willer. Entro la cornice dell’iconografia classica americana, le storie del leggendario ranger texano attingono alla cultura del recente passato del nostro paese (i film d’epoca fascista, la Resistenza, il neorealismo) e alla realtà sociale e politica contemporanea (la legalità costituzionale, la corruzione politica). Tex difende i deboli, combatte i cattivi, non ha dubbi esistenziali, dimentica velocemente i torti subiti e la sua stessa rabbia, rispetta le tradizioni altrui ed è pronto a violare la legge per far trionfare la giustizia. Eroe dell’epopea americana ma testimone fedele del mondo emozionale e dei tratti antropologici degli italiani. 
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Fernando Pessoa – Aleister Crowley

LA BOCCA DELLINFERNO

Federico Tozzi ed. in Saluzzo, 2018

Il 2 settembre 1930 dal piroscafo Alcantara in rotta verso l’America del Sud sbarcano a Lisbona il noto occultista Aleister Crowley e la sua giovane compagna Hanni Jaeger. Ad aspettarli sulla banchina c’è il poeta Fernando Pessoa. Comincia così uno degli episodi più curiosi nella biografia di entrambi gli uomini. Qualche settimana più tardi, Crowley scompare nel nulla dopo avere lasciato una misteriosa lettera d’addio su una scogliera vicino a Cascais, nota come la “Bocca dell’Inferno”. Crowley si era davvero suicidato come sembrava? E qual era il ruolo di Pessoa in questa strana vicenda? In questo libro vengono riuniti in edizione italiana i documenti relativi allo straordinario incontro tra il famigerato occultista inglese e il poeta portoghese, tra cui l’integralità della loro corrispondenza e il romanzo che Pessoa scrisse sulla vicenda, scoperto solo in anni recenti e ancora inedito in Italia. L’incontro di due figure eccezionali della cultura del Novecento, così diverse eppure per certi aspetti così vicine, non poteva che produrre una storia piena di mistero e di humour, come quella che viene raccontata in queste pagine.

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Incapp
Thomas Merton
Il primato della contemplazione. Scritti inediti
EMI, 2018
In un mondo segnato dalla fretta e dalla superficialità, leggere pagine sulla contemplazione può essere un gesto controcorrente. E se sono pagine scritte da uno dei più celebri scrittori del Novecento, tale scelta sarà ripagata dalla scoperta di una profondità intellettuale di cui la piattezza di certa cultura contemporanea nemmeno sospetta l'esistenza. Mentre scriveva questi testi, Thomas Merton, il bohémien marxista diventato trappista, viveva ancora la scoperta della propria interiorità alla luce del mistero cristiano. E riversava in questo libro la ricchezza della propria meditazione sul senso della contemplazione: «La profonda, penetrante visione di una verità che ne abbraccia tutti gli elementi essenziali in un unico colpo d'occhio». A questo sono chiamati tutti: non solo frati, suore, preti o monaci, ma anche chi abita a Harlem o la casalinga presa dalle proprie faccende - sostiene il trappista americano. 
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Carlotto – D’Andrea – De Giovanni

Tre passi nel buio. Il noir, il thriller e il giallo raccontati dai maestri del genere

Minimun Fax, 2018

Negli ultimi vent’anni, la letteratura italiana di genere ha conquistato il predominio assoluto nelle classifiche di vendita, e costituito una vera è propria comunità di lettori che va sempre più ampliandosi. La costellazione di romanzi che vengono radunati – forse frettolosamente – sotto l’etichetta del crime nasconde differenze rilevanti e spesso ignorate: scrivere un noir non è la stessa cosa che scrivere un giallo; la serialità richiede tecniche di costruzione dell’intreccio che non sono né scontate né alla portata di tutti; il thriller è un genere a sé, con regole proprie che è necessario applicare nei minimi dettagli, anche quando le si voglia sovvertire. Per la prima volta, tre maestri del noir, del thriller e del giallo hanno accettato di aprire il proprio laboratorio ai lettori, raccontando nei dettagli come costruiscono le loro storie, quali ne sono gli ingredienti irrinunciabili e come questi si sono evoluti nel corso degli anni. Il risultato è un libro pieno di passione e competenza: una lettura per gli appassionati di Carlotto, D’Andrea e De Giovanni, ma anche per chi non li conosce ancora. Oltre che, ovviamente, per chi sogna di scrivere una storia crime, e vuol capire da dove partire e che cosa non sbagliare.

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Wilbur Smith
Leopard Rock. L'avventura della mia vita
HarperCollins Italia, 2018
"Scrivo libri da oltre cinquantanni. Sono stato abbastanza fortunato da evitare le grandi guerre e non esserne colpito, ma al tempo stesso sono cresciuto tra gli eroi che vi hanno partecipato e ho imparato dal loro esempio. Nella mia vita ho avuto spesso molta fortuna. Ho fatto cose che al momento sembravano pericolosissime, addirittura disastrose, ma da queste esperienze sono nate una nuova storia o una conoscenza più approfondita degli esseri umani, e la capacità di esprimermi meglio sulla pagina e scrivere libri che la gente ama leggere. Ho vissuto una vita che mai avrei potuto immaginare. Ho avuto il privilegio di conoscere persone di ogni angolo del mondo e sono stato ovunque il mio cuore abbia desiderato, e nel frattempo i miei libri portavano i lettori in molti, moltissimi luoghi. Dico sempre che ho fatto scoppiare guerre, dato fuoco a città, e ucciso centinaia di migliaia di persone, ma solo con l'immaginazione!" Con la consueta maestria, Wilbur Smith racconta gli episodi più personali da cui hanno preso vita i suoi romanzi: dagli attacchi dei leoni agli incontri ravvicinati con feroci squali sulla barriera corallina, da quando si è perso nella savana senz'acqua o ha strisciato attraverso tunnel precari nelle miniere d'oro fino alla pesca dei marlin insieme a Lee Marvin e alla morte sfiorata durante un atterraggio d'emergenza su un Cessna, dalle terribili esperienze vissute a scuola fino alla rinascita attraverso la scrittura e l'amore. "Leopard Rock", dal nome della tenuta in Sudafrica che ha visto nascere i suoi personaggi più riusciti, è la testimonianza di uno scrittore...
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Étienne Balibar

Gli universali: Equivoci, derive e strategie dell’universalismo

Bollati Boringhieri, 2018

Universale, universalità, universalismo. Tre parole che in Occidente hanno inaugurato la modernità e che oggi, entrate nel linguaggio corrente, suonano più che mai attuali perché appaiono in sintonia con il mondo globalizzato, accreditandosi addirittura come sue ambasciatrici nella sfera dei diritti. In realtà, quel «valere per tutti» invocato a criterio supremo di equità e inclusione poggia su basi malferme, non accidentalmente, ma costitutivamente. Lo sanno bene, i filosofi, quanto «dire l’universale» equivalga a seminare scompiglio, ad attizzare dispute accanite. Uno dei maggiori tra loro, Étienne Balibar, lo ritiene tuttavia un compito a cui il pensiero non può sottrarsi, anzi la stessa ragion d’essere della filosofia, che così manifesta sino in fondo la propria intrinseca politicità. Concepito in opposizione ai particolarismi identitari e comunitari, alle chiusure, ai privilegi e alle disuguaglianze che vi sono connessi, il discorso dell’universale – l’universalismo – vive però delle contraddizioni, delle aporie, degli equivoci e delle ambivalenze che genera in permanenza. A cominciare dall’assolutezza a cui aspirano le sue formulazioni, subito relativizzate dal fatto di essere radicate in una lingua, in una storia, in una cultura, ed esposte al rischio di esercitare intolleranza, discriminazione e violenza nel momento del passaggio all’atto. Se dunque gli universalismi si danno, per ineliminabile paradosso, solo al plurale, l’universale non è una forma pura, un’idea svincolata da ogni determinazione spazio-temporale ed esprimibile in un inesistente metalinguaggio: secondo Balibar, non è neppure un concetto, bensì «il correlato di un’enunciazione che produce o meno, a seconda delle circostanze, un effetto di universalità». Ed è questo sorprendente dispositivo, innanzitutto antropologico, che qui viene decostruito nelle sue molteplici strategie conflittuali.

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Enzo Ciconte
La grande mattanza. Storia della guerra al brigantaggio
Laterza, 2018
Chi sono i banditi? Criminali comuni, assassini, ladri, disperati. E ancora: nobili decaduti, artigiani, contadini, giovani ribelli che non accettano il giogo attorno al collo, sia quando viene da un aristocratico del luogo sia quando arriva da un invasore straniero. La loro presenza causa incertezza nelle strade, difficoltà nelle comunicazioni, violenza diffusa. E tuttavia, quando c'è aria di mutamenti di regime essi rappresentano un'opportunità per i potenti che li utilizzano contro i propri nemici. Il libro offre un ampio affresco della reazione ai fenomeni di banditismo dagli albori dell'età moderna fino alla repressione messa in atto nei primi decenni dell'Italia Unita. Emerge un quadro complesso che vede al centro questioni sociali legate alla terra. La lotta del regno sabaudo contro il brigantaggio propriamente detto è quindi solo l'ultimo capitolo di una secolare storia di sanguinose repressioni, in cui i poteri statali che si sono via via avvicendati non sono stati in grado di trovare altra risposta che non fosse il sangue. Certo, è soprattutto in uno stato che si definisce liberale che colpisce la delega assoluta concessa ai militari che governano con leggi eccezionali, stati d'assedio e tribunali militari. Ma Enzo Ciconte ci ricorda che quanto è accaduto nel Mezzogiorno non può essere attribuito alla responsabilità dei soli piemontesi: le truppe venute dal Nord sono state aiutate con le armi da tanti meridionali espressione di una borghesia in ascesa. 
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Emilio Scanavino. Dialoghi Inediti

Milano, Rovilant+Voena, 11 Maggio – 26 giugno 2018

Emilio Scanavino torna sulla scena milanese, negli spazi della Galleria Robilant+Voena , con una mostra realizzata in collaborazione con l’Archivio Scanavino che propone una nuova possibilità di lettura del lavoro dell’artista genovese attraverso una selezione che sottolinea la carica sperimentale e la potenza del suo dirompente e autentico linguaggio. La mostra è curata da Greta Petese, Presidente del Comitato scientifico dell’Archivio. Le opere proposte, circa quaranta tra sculture, dipinti e disegni su carta, realizzate tra gli anni ’60 e inizio degli anni ’70, molte delle quali inedite, si caratterizzano per l’importante cifra innovativa e concettuale oltre a costituire una rilevante risorsa per la narrazione di un percorso particolare della produzione di Scanavino, che lo sottrae a facili classificazioni.

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Chiara Alessi
Le caffettiere dei miei bisnonni. La fine delle icone nel design italiano
UTET, 2018
Che cosa definisce un'icona nel design? Quando nasce, e per mano di chi? Che differenza c'è tra icona e archetipo? E tra icona e tormentone? Si può prevedere che un oggetto diventerà un'icona? E come può un prodotto perdere il suo valore iconico? Partendo dall'evocazione di una memoria intima, privata, l'autrice ripercorre le storie di due famiglie determinanti nell'evoluzione storica del design e delle sue icone. Chiara Alessi, infatti, è cresciuta circondata da oggetti di design, a pochi passi dalle fabbriche dei suoi bisnonni: Alfonso Bialetti, inventore della moka, e Giovanni Alessi Anghini, fondatore dell'omonima centenaria azienda di casalinghi. Amici, concorrenti e consuoceri, Bialetti e Alessi possono essere considerati i nonni delle icone, e forse, in un certo senso, anche i padri nobili di un'importante fetta della produzione di cultura materiale. Dopo di loro molti designer hanno arricchito la storia del disegno industriale di oggetti di culto: la Fiat 500 disegnata da Giacosa, la lampada Falkland di Munari, la libreria Carlton di Sottsass, lo spremiagrumi di Starck... Se è facile rintracciare pezzi iconici nei cataloghi del passato, appare sempre più complesso individuarne alcuni tra la produzione contemporanea. Ma non siamo noi a non essere più in grado di progettare icone di design, ci dice Chiara Alessi. Attraverso un'attenta analisi, e allargando la questione all'ambito della moda e della musica, individua nei cambiamenti endemici del momento contemporaneo il nodo del problema: il cambio di paradigma che ci troviamo a vivere impone la ricerca di nuovi strumenti di lettura, più adeguati, capaci non solo di fornirci una nuova prospettiva sulla realtà ma, soprattutto, di aiutarci a comprenderla. 
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MAURICE LEMTRE. FIN DE TOURNAGE?

Genova, Martini & Ronchetti, 10 maggio – 7 luglio 2018

L’esposizione è dedicata all’ultimo lavoro di Maurice Lemaître, datato 2016. Sono esposte venti fotografie stampate su carta fotografica ad alta conservazione tratte dal suo film Fin de tournage?, diretto tra il 1985 e il 1990, in cui l’artista rielabora fotogrammi della Nouvelle Vague. Su queste immagini Lemaître è intervenuto ulteriormente con diverse tecniche dal collage alla pittura. La mostra costituisce un’anteprima di questo lavoro finora inedito. Le venti immagini sono esposte qui per la prima volta. Al fine di contestualizzare e mettere in prospettiva questo lavoro recente sono esposti in mostra anche altri lavori fotografici. La serie intitolata The Colbert Slides prende il nome dal caffè Le Colbert, vicino al Palais Royal a Parigi, trasformato da Lemaître in Café Cinéma per proiettarvi film e mettervi in scena spettacoli e performance. Queste immagini mostrano come la pratica di rielaborare diapositive recuperate da fonti diverse fosse oggetto della sperimentazione artistica di Lemaître fin dagli anni ’60. La mostra presenta inoltre fotografie di film del 1962, nonché alcune stampe firmate e numerate degli anni ’90. Si ringraziano l’artista e Pierre Bismuth per aver messo a disposizione questi lavori. (Presentazione del volume Fin de tournage? di Maurice Lemaître, edito da Paris Expérimental, Parigi, 2017, promossa da Palazzo Grillo, mercoledì 9 maggio alle ore 18, Sala Clelia Grillo, Piazza delle Vigne 4, Genova)