e il cielo è sempre più blu…

Non sempre è tutto come sembra. Anzi quasi mai lo è. E l’apparenza è la più crudele delle proiezioni, perché ruba e non restituisce. La logica che anima le cose, per come cerchiamo di capirle, e di spiegarle, nella rappresentazione più vicina al nostro sentire, è spesso incomprensibile agli altri. E riga il cuore, una striscia dopo l’altra, mentre un nuovo alone copre l’orizzonte. Questo è un tempo pregno, quello della attesa, che non si spacca e non si smezza con il passato, più integro di una ostia, ma che rende facile inciampare.

Le unghie nella carne come una promessa, per non urlare e poi non dimenticare. Un piccolo ricamo del destino. Gioco di carne e sensi. E l’anima vaga come un palloncino.

Ma oggi il cielo è davvero azzurro…

E le parole sono le sue nuvole,

quando sono fatte di cuore.

Vorrei accartocciare alcuni giorni, per farne una palla e lanciarla forte,

più lontano che posso, per frantumare questo cielo blu.

Perché a volte lo sento come un coperchio, un tappo sulla vita.

Spesso ostentiamo, e lo facciamo malamente,

perché non resta altro per raggrumare in un pugno le nostre fragilità.

Per sminuzzarne o per darle via al primo passante.

E ho un solo cruccio, di non aver saputo donare nulla agli altri.

Solo la peggiore idea di me.

Dopo la verità, nulla è come prima.

Nessuno vuole davvero la nostra verità.

Anche se è bellissimo restare al punto 0 soli con se stessi.

Fa terribilmente compagnia. 

Nessuno ti avvisa di quello che si prova dopo che ci si è lasciati guardare.

E poi sorrido, perché nulla si riferisce a quello che si può pensare. E questi percorsi dentro striature sono solo frecce lanciate come capita.

Oltre ogni logica plausibile.

E l’ultimo chiuda la porta.

 

Asterisco blu e il resto…

I posti cambiano, ma il resto no. Ed il resto sono io. La ragazza con la valigia. Una camera immersa nel buio e l’odore della notte che vi soffia dentro. Le sensazioni di familiarità in alcuni posti ti aiutano inaspettatamente a sentirti in pace con il mondo. Spesso quel posti sono dimensioni neutre, abituate a raccogliere pezzi di vita occasionali. E là diventi meno “resto”  nella tua vita e un po’ più padrona del tuo futuro, di quella strisciolina indomita e furente che si protende, tra il profumo del vento e il richiamo del sole. E il resto è spesso quel buio, che forse è vuoto e forse è solo tenera perversione. Di una donna che si cerca senza trovarsi mai e si avvicina a bordi improbabili. Con poche certezze e qualche lettera sbagliata nella tasca. Di quella parte di se stessa che si insegue per poi precipitare, perchè distruggere significa sorridere agli incompiuti. Niente sconvolge più della cattiveria. E la osservi, senza guardarla veramente. Sentirsi sbagliata, con la pelle sbagliata, e un cuore marcio, non è mai stato più facile. Il desiderio si riflette e si genuflette in fame e scava l’errore fino a non esistere. Già, in alcuni momenti essere assenti è un lusso, perchè ti consente di renderli immensi, infiniti, proiezione della parte più segreta, che intuisci e non afferri e che mentre la confessi ha smesso di esistere. Nei corridoi della mente alla fine ci siamo solo noi. Gli altri si riflettono, ci soffiano dentro, a volte ci sputano, o almeno tentano, ma nel sangue ci siamo solo noi, oltre ogni amplesso, ogni graffio, ogni segno, ogni marchio, ogni bacio.

Asterisco blu, come una crepa del cielo.

Legami e poi bacia i miei segni.

E i quei solchi c’è l’incompiuto del mio essere donna.

 

E quanta magia nelle stelle stasera…

Come la corolla di un papavero selvaggio l’anima si schiude ad ogni contatto che le doni soffi, o semplici carezze. Il vento è così fragile mentre si intreccia alle nuvole, lievi e quasi flebili, e ora nembi, praticamente un mare al contrario. Negli squilibri ci si regge in un precario ed oscillante gioco di respiri. Ed ogni fiato un tremito. E senti terribile la delusione, che arde, distrugge parole ed ossa, ombre e sogni.  E segni. Li liscia, senza nasconderli mai del tutto.  Esattamente come ardeva, in senso inverso, lo stupore. Nessun bagliore, solo un serpentina indomita verso il futuro. Forse un amo. O una freccia, scagliata con l’indifferenza del “panta rei”. Come se avessi una pelle al contrario, ogni orma, ogni impronta, ogni lieve fruscio. Dolore e piacere. Ed ogni parola sbagliata è un taglio, uno spiraglio verso il vuoto. Spesso taccio, e mi crogiolo nel pensiero, fino ad annullarlo, lisciandolo nel più perversi degli oblii. E sussurro la mia verità al vento. Come la luna bacia il mare. Con la sua bocca vergine d’amore. Mentre non smette di tremare perché non sa farlo. Strano scrigno è la intimità. Se solo qualcuno lo capisse e ne raccogliesse i brividi, come foglie sperse. Su mappe stinte di sentieri segreti.

E resti inesatta in quel punto, o solo diversamente esatta. In fondo il dolore è una traccia.

Mentire è il talento di chi non ne ha nessuno; nuocere è la libertà che conviene agli schiavi.”

Cielo rosso corallo

Come una sciarpa questo caldo gioca con il respiro. E questo cielo rosso è ora un pugno, ora una carezza, ora una mano che rovista, nei meandri dell’anima. Quel che resta. Da quale lato del cuore sta tramontando adesso quel sole? Proprio adesso che quell’ombra sembra farsi fitta fitta, come un mantello.  Un cane mi viene incontro, mentre l’odore della terra, che si divarica con mille crepe all’estate, accompagna i miei passi. Stordisce la natura, come quel campo di papaveri, e la polvere che si mescola all’aria. Tutto sembra deliziosamente confuso. E a volte è necessario mettere un freno ai ricordi e vivere oltre la loro bellezza. Qui e adesso. In questo sorso di vita. Sono doni e lo restano, nonostante noi stessi e la nostra tristezza di ordinanza. Oltre ogni parola che vorrebbe spiegare o che non ci riesce. Perchè alla fine il vero senso ha la forma di un contatto e della sua eco. Sarà capitato ad ognuno di sentire una malinconia che si inframmezza al fiato, un sottile dolore che non smette di essere dolcissimo e che si piazza al centro del cuore, o almeno in quel punto indefinito in cui lo senti e percepisci te stesso come il suo contorno, con una forza centrifuga, che forse è solo pallida sopravvivenza. Oltre il cinismo e la rabbia. Oltre il senso di indegnità e oltre ogni paura, e soprattutto oltre la paura di avere paura, quella che corre, come una goccia,  sul filo del rasoio mentre vorresti solo essere dall’altra parte di quel cuore rosso come un campo di papaveri.

Cielo rosso rosso.

O è solo un ricordo?

Netta è la distanza dal margine migliore di me.

Ed il desiderio di non lasciare orme nel fango, a volte mi acceca.

Non resto immobile, perché il mio cuore non smette di battere.

 

Ancora qui…

Neaples…

Mi ritrovo al solito punto, nel solito posto, come se la vita riproponesse sempre quel giro di boa. Il mare, la luce seducente che ne increspa la superficie lasciandola oscillare sulla linea dell’orizzonte ed il suo odore che si imprime nella mente. Una città che significa tante cose per me. La traccia di un libro donatomi tanto tempo fa. I suoi occhi di brace che mi scrutavano mentre lo donava ed i suoi appunti, diventata vampa, prima nel mio cuore, e poi nei miei polsi. Distruggere a volte è un grido di dolore. Ma libera meravigliosamente. Crea spazio e vita nuova. E in quelle pagine un filo conduttore verso ogni nuovo oggi. Io diversa, altra, e quei ricordi indelebili, come la cenere di quelle pagine. Ricordo le fiamme, fuori e dentro di me. Non finiva mai. Prima di allora lo avevo solo immaginato il fuoco. E quel dolore che solo il mare cullava e mi plasmava, sotto un cielo diverso, con le stelle inverse. Lontana, dispersa, in una terra lontana, ma sotto lo stesso cielo ribaltato, con la sua assenza nel respiro. La mano sulla schiena ed il pianto di quella donna, di notte nei sogni, quasi li squarciava. Ero io? Quello che sarei diventata oltre quel giro di boa? Ce ne sono stati altri, lo sai? Me lo avevi detto pieno di rabbia livida. Era gelosia o solo rassegnazione. Li avevi visti nelle linee della mia mano; come se fosse una foglia la lisciavi, avaro di parole, e quel fuoco era già nei tuoi occhi, mentre la fine era nella saliva dei tuoi baci. Umidi di desiderio e di assenzio. Ci sono baci che ti penetrano più feroci di un amplesso. E riempiono come il vento le canne. Era tutto meravigliosamente caldo e polveroso, come il più tenero degli inferni.

Non penso mai a te, non come oggi.

Non lo facevo da anni.

Non cancelliamo mai, anche quello che in realtà credevamo di aver distrutto.

Si sedimenta sul fondo.

Per vibrare nelle vene, con la forza meravigliosa e devastante di un ricordo.

Questo scorre nelle vene di una donna.

Non ci troverete molto da scrutare nel suo dolore.

E se lo osservate vi troverete il vostro.

Meravigliosamente banale, solo perché vero.

Già, in fondo è come il vostro, e non fa poi così tanto sorridere.

Si tratta solo di un morso feroce del destino.

Poi passa.

Ma lascia un segno.

“Chi ha subito un danno….”.

Ed  inciampi in un nuovo raggio di sole,

perché la vita è più forte di tutto il resto.

Non ho mai finito di leggerlo quel libro…

“…Da cinquemila anni io scrutai i misteri del creato; ma non ancora giunsi a scoprire tutte le meraviglie del cuore di un semplice contadino!…”.

E ogni volta


Sembra una volta nuova ma non lo è. Alcuni percorsi nascondono segreti ignoti a noi stessi, meandri della nostra anima che inevitabilmente ci riconducono allo stesso nodo di sangue, passo dopo passo. Un nuovo giro, tra mente e cuore, oltre la pelle. E poi sembra tutto incredibilmente noioso immerso in una coltre di normalità, e smetterebbe di sembrarlo se solo avessimo la capacità di guardare le cose, nei loro dettagli. Ci vorrebbero occhi sempre nuovi, sempre più puliti. Ho imparato ad apprezzare la bellezza luminosa di alcune anime solitarie, umanità meravigliosa che restituisce dignità al nostro sangue. Io ed il mio tumulto li osserviamo, perchè nella diversità c’è solo un dono, anche in quella di parole non desiderate, ma profondamente vere. Brutta bestia la verità ed i suoi aloni. Sagome che non combaciano mai.

Ci sono notti in cui inseguo la luna e non riesco a non apprezzarne la sua misteriosa ed affascinante  scìa. In quelle notti sento che la forza e l’odore della polvere, si mescola alla paura dell’ignoto, perchè altro non può, sotto un cielo che fa da cappello al mondo e tutta quella oscurità è una carezza, che plasma sospiri e sogni e torbidi  deliri. Come quando vuoi guardare sempre più dentro ad un dolore, che spesso è solo il tuo.

Ho smesso di ascoltare le voci ed i bisbiglìi di sottofondo ed una pagina è la sola compagna del mio respiro.

A volte il dolore rende così crudeli e io per prima sento una violenza, fino alla gola, che non è rabbia ma voglia di distruggere, di correggere, di cancellare; poi all’improvviso dimentico. E mi piacerebbe saper cancellare la mia parte oscura, perché non so guardarla fino in fondo, come se fosse una catena, i cui cerchi stridono sulla carne. Credo sia la intimità più sfacciata, quello strano e ridicolo pudore, che si induce a raccoglierci, come un fiore in un pugno, in attesa del buio più profondo, quello che placa e che ci fa sentire lievemente redenti.

Ad ogni alba ho dimenticato e la voglia di sole fa superare ogni grumo nel fiato. Il nodo si fa stretto in attesa di nuovi colori.

Ma forse ci sono già.

Serve solo lo stupore.

Rubotulipani…

E a mezzanotte…

Seguì la linea dei suoi brividi, con un dito, quasi a cercare la risposta di una domanda monca, sussurrata e mozzata, mentre ancora tremava, con il sangue caldo. Era una donna semplice, e avrebbe voluto che qualcuno lo capisse. Ed inciampava spesso nei sogni, come se sottendessero il suo cammini, più curvi di un arco e gravidi di speranza. Sentiva le lacrime scendere ribelli, come piccoli fiumi, di una deriva segreta e cercava di asciugarle, ma poi si fermò le lascio che rigassero il viso, fino a prosciugarle il tormento dei suoi occhi, piccoli laghi di inquietudine. Nelle parole tutto perdeva di senso. E lei ricamava il silenzio sui polsi per annullare e ricacciarvi sotto i  desideri ed i fantasmi che impavidi spingevano, appena sotto la pelle, a confine con il suo sangue.

Era disperatamente sua.

Aveva inseguito un palloncino, fino a fargli sfiorare le nuvole, per perdersi in un orgasmo indaco.

Sentiva la sua carne ancora avida, e gli raccontò una favola nuova, forse finta.

Ormai era mezzanotte.

“…Il rimedio alla ferita è la ferita stessa…”

Ed è un dono…

Prima sveglia, lenzuola, seconda sveglia e poi terza, passi distratti, piedi nudi, panni da stendere, caffè che borbotta, voglia matta di berne, un cucchiaino di miele, forse due, infilarsi sotto la doccia, il mio profumo preferito, già sta finendo, e ancora passi, pochi, altri, questa volta meno distratti, non trovo mai le chiavi, il messaggio di una amica che dà il buongiorno, quello del gruppo dei colleghi, crediti formativi, eccheppalle, la telefonata di mia madre, e non sai come interromperla perché è un fiume in piena, quella di un amico, risate, “meno male che ci sei”, un messaggio per un appuntamento nel pomeriggio, meno risate, e poi in macchina, la mia musica, autovelox e ancora telefono, “dove è finito il cellulare, senza auricolare prima o poi arriva la multa“, un fiume di pensieri, una pillola, un sorso d’acqua, un altro, ancora acqua, “è amara da schifo”, ed “il posto per parcheggiare che non c’è mai“, fanculino, ansia, tacchi, caviglia che balla, che bello il sole, finalmente senza calze,  rimmel sbavato, polsino scucito, fiato, ansia, parole scritte, spiegare, altre parole, un bacio di una amica, il non bacio di una non amica, e l’appuntamento per il caffè, fogli sparsi, tutto e troppo e poco ordine. E i miei mirtilli? Ho un dinosauro nella pancia. Fame, e le figurine per i miei nipotini. Il giardino è una giungla. L’acqua che bolle.  Oggi la tovaglia a quadretti.

Tutto di corsa. Una cosa infilata dentro l’altra. La voglia di partire ancora. Di andare e anche di tornare.

Ma è tutta vita.

Non me ne ero accorta prima, ma come ho fatto?

Diamo tutto per scontato.

Eppure è tutto così semplice ed essenziale.

Un dono meraviglioso.

E sorrido perché sono felice anche se forse non so se proprio dovrei.

E chi lo dice?

Ecco un po’ di tristezza non guasterebbe.

Ma chi se ne frega!

Oggi non ho proprio tempo per i massimi sistemi e mi infilo nella vita come capita.

Musica nelle orecchie e sangue nelle vene.

Ed è davvero un dono tutto quello che capita.

All’improvviso.

Ogni contatto, ogni sorriso, ogni parola gentile.

Ed è così semplice vivere con il cuore libero, come una canna nel vento buono.

Oggi sono qua, oltre la nostalgia, oltre la cattiveria, oltre tutto quello di cui proprio non mi importa.

E lo so che tornerà il tormento, e il buio mi gonfierà il cuore di paure e di insicurezze, e i mostri sotto il soffitto graffieranno le mie notti, tra le lacrime di una donna che non sa amarsi.

Tornerà, ma non oggi.

E se chiudo gli occhi…

Il mondo ha un odore diverso. Il pane caldo sulla stufa a legna di mia nonna ed acqua e vino nel mio bicchiere, che neanche mi piaceva, ma era un trionfo. Dalla finestra la piazza e la sagoma di mio nonno, tutto serio, che la attraversava. Così apparentemente burbero ma così dolce. Con il cuore di burro. Il suo berretto ed il fischietto, che conservo con tanta cura e quella pianta che adesso è trapiantata nel mio giardino, ormai da anni. Sì tutto questo tempo trascorso, dilatato e compresso, è proprio qua sotto gli occhi, e a volte riesce a sconfinare tra le ciglia. La casa delle emozioni, il cassetto delle sensazioni, l’anticamera della mente ed il corridoio veloce fino al cuore. Precipitare non è stato mai così difficile. Un senso di vuoto rimbomba ed è una vibrazione verso il futuro.  Non ho lacrime ma sorrisi verso un tempo più o meno clemente e la paura di vivere come un braccialetto che lascia il segno e non è mai quello giusto. E la paura di non vivere lo stringe sempre più forte. Le mie promesse erano inesatte e le belle parole solo una tenda; se spingi oltre si spalanca la verità e non mi ha mai fatto paura sentirla. Ferisce, come una parola urlata ed infilata, goccia dopo goccia, nel sangue che ti attraversa mentre alcuni battiti inciampano nella mente.

Sembra quasi che i ricordi abbiano un loro cuore.

Piccole frecce di una solitudine feroce ed incomprensibile.

Non servono spiegazioni, io neanche le voglio.

Le cose speciali “accadono” e basta.

Il resto è noia.

Un battito di ciglia e siamo nuovi.

Così ci piace credere.

Ma ad occhi chiusi è tutto diverso.

Ad occhi chiusi non si mente.

Quello di cui ho bisogno è un silenzio di tutta me stessa.

Del mio cuore.

Della mia mente.

Della mia carne.

Di ogni mia vertebra.

Oltre il bene ed il male.

“…C’è chi vede le cose come sono e dice: ‘Perché?’.

Io invece sogno cose mai esistite e dico: ‘Perché no?…”

E all’improvviso…

Tutti gli errori in un palmo umido di incomprensione e fragilità. Li sento sbriciolarsi tra le mie mani, ma nulla è come prima. Sono fatti di parole, troppe e troppo sbagliate. Ma chi ti comprende davvero non dovrebbe riuscire ad andare oltre, a cercarne il cuore vero? Apro le mani e le lascio scivolare nel vento e poi le labbra ed il cuore. Sarebbe semplice come quando ero una bimba ed un bacio significava che tutto era finito. E la vita riprendeva il suo corso tra il morso di una zanzara e un croccante alla amarena. Era tutto semplice ma forse anche allora ero sbagliata. Avrei dovuto mordere invece che baciare e urlare fino in fondo tuffandomi nel mio mare. L’acqua oltre la testa e la voglia di sentire solo il mare intorno. Stanotte non cancellerò i miei errori, li terrò con me. Ho sempre distrutto perché era la cosa più semplice, come allontanare gli altri. Fino ad un certo punto, poi ho provato una bastardissima solitudine. Me la sono ritrovata nella gola, come un tozzo di pane mal masticato. La paura di lasciare qualcosa di non spiegato e le parole, inutili, come una fontana sotto la pioggia. E chi pioveva ero io; ero la pioggia che volevo e respingevo. E che non aveva mai il nome giusto. Nessuna parola, nessun abbraccio, nessuno schiaffo, mi riporterà al punto zero di me stessa, di quella bambina che si racconta le favole al buio e che non sa smetterlo di fare.