Il campanile di Oroset I – libro primo – (episodio 32°)

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Felice Tolfo

     

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La luce presente in città andava oltre alla quantità richiesta per ricaricare le batterie stesse. Facile pensarle, considerato il parcheggio libero in città, sempre ai massimi livelli di carica. Oltretutto un certo contributo proveniva dall’originalità delle vetture selenesi, adeguate al contesto ambientale, che non incorporavano certi accessori divora corrente presenti nelle macchine terrestri.

La rapidità del kattropurto nel ricaricare le batterie era tale da superare la velocità del loro consumo.

(32° ep.)

La carrozzeria, nella sua essenzialità, suscitava grandi simpatie oltre ad una efficacia non indifferente. Quattro porte, quattro posti e un piccolo vano posteriore adibito a bagagliaio. Le ruote dimensionate in base alle vetture. Un cerchione leggero in lega d’alluminio e un copertone pieno ottenuto con un materiale plastico prestigioso derivante da una lavorazione complessa e sofisticata. Un suo regolare utilizzo lo portava a reggere nel tempo anche per una decina di anni!

La pressione dei copertoni non aveva ragione di esistere!!

Certamente aiutati dalla realtà selenese dove gran parte delle macchine utilizzate, ad esclusione dei mezzi di servizio, venivano impiegate per tragitti brevi e a velocità ridotte: venti/venticinque, massimo trenta chilometri orari. Per le uscite esterne la velocità veniva limitata dall’incidenza sull’impervietà del suolo lunare. Nel contesto optarono per la costruzione di macchine fuoristrada 4×4 dalla potenza straordinaria ma forzate a non superare i trenta/trentacinque chilometri orari. Con il buio l’autonomia si limitava alla sola durata delle batterie, normalmente dieci ore circa.

Salvo sopperire al piccolo inconveniente con delle batterie di scorta!

Godibile il trasporto pubblico che veniva assicurato da mezzi fedeli alle macchine di serie ma differenti sia nelle dimensioni (500×140/150) che nei motori. Giusto per ospitare un numero di viaggiatori che fosse il più considerevole possibile e che comunque, in ogni caso, non superava mai i 15/16 posti. Altri progetti si concretizzarono nella realizzazione di mezzi a supporto dei servizi di prima utilità per la città. Come l’ospedale, la raccolta differenziata dei rifiuti, il soccorso, il trasporto dei beni di consumo e quant’altro ancora….. Forme e dimensioni per l’efficacia nella versatilità contestuale alle caratteristiche della città. La stragrande maggioranza dei mezzi erano coperti. I più larghi non superavano i 170 cm.

Nel traffico cittadino circolavano, liberamente senza l’ausilio delle rotaie, anche dei piccoli treni elettrici.

Camminando per le strade di Selene, a quell’ora scarsamente trafficate, Alex rimase impressionato dalla quantità di alberi e piante che ornavano gran parte degli spazi liberi presenti in città. Tanti alberi che riempivano le strade e le piazze.

L’intera città ne era piena.

Sicuramente una componente importante per l’ossigeno che le piante stesse potevano generare. Per la maggior parte si trattava di alberi sempreverdi, anche se le piante di basso fusto facevano la loro onesta figura ornando la città di bellissime aiuole, alcune anche fiorite! Tutte le piante esistenti sulla Luna avevano un denominatore comune: radici non invasive. Questo permetteva la loro posa in buche non particolarmente profonde riempite con del composto lunare, molto simile al terriccio terrestre, ottenuto dagli scarti di serra mescolati con i rifiuti dell’umido.

Scarti di serra uniti ai rifiuti dell’umido.

Un’impasto trattato prima e anche dopo la frullata permetteva di ottenere un composto lunare sano e molto fertile. Ideale per le coltivazioni indoor!

La luce per la vita delle piante non rappresentava un problema in quanto la città rimaneva illuminata ventiquattro ore su ventiquattro, dove per quindici ore l’illuminazione era a giorno!

Venticinque minuti furono sufficienti per raggiungere la loro graziosa palazzina……

Sei appartamenti sistemati su due piani. Un’ampia e comoda entrata si portava ai piedi delle scale adagiate al centro della parete in fondo alla sala. Sei funzionali box magazzino, uno per ogni appartamento, la completavano nei suoi spazi. Due metri e cinquanta centimetri di altezza tra pavimento e soffitto. Venti centimetri di solaio pavimento. Identiche misure adottate ai due piani superiori. Tetto piatto e muretto di sicurezza alto un metro. Mentre erano due i metri di spazio luce tra lo stesso tetto e il soffitto della città. Uno spazio studiato e creato appositamente per facilitare il compito degli addetti ai lavori nei loro periodici controlli sulla tenuta di quella delicatissima parte di città. Praticamente undici metri scarsi di luce sotto luna. In realtà erano a meno quindici.

Nel resto della città esistevano costruzioni ancora più grandi, alte fino a quattro piani. L’edilizia veniva regolata da norme ambientali che ne fissavano i limiti di soglia. Prettamente regole tecniche dettate dalle tolleranze calcolate per le costruzioni in ambienti particolari come il sottosuolo lunare, dove per raggiungere certe altezze si doveva scavare sempre più in profondità creando così dei dislivelli che da zona a zona segnavano l’urbanistica stradale incidendola con caratteristiche tipicamente collinari le cui pendenze, per forza di cose, dovevano rientrare nei parametri prestabiliti.

<Uauuuuuuuu….. finalmente a casa!> esclamò una raggiante Isabel.

Si trattava effettivamente di una bella palazzina….. Un piccolissimo cortile, condiviso con la palazzina confinante, fungeva da ripostiglio per biciclette e motorini.

 segue…..

Il campanile di Oroset I – libro primo – (episodio 32°)ultima modifica: 2022-01-14T23:15:34+01:00da felixthecat6

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