Settembre 2017: Sufjan Stevens – CARRIE & LOWELL (2015)

Carriel and lowell

 

Data di pubblicazione: 31 marzo 2015

Registrato a: Portland’s Flora Studio (Oregon), Black Watch (Norman), April Base (Eau Claire), Pat Dillet’s Studio (Manhattan), Sufjan’s Office (Brooklyn)

Produttore: Sufjan Stevens & Thomas Bartlett

Formazione: Sufjan Stevens (voce, chitarre, tastiere, basso)

Tracklist

                                   Death with dignity

                                   Should have know better

                                  All of me wants all of you

                                  Drawn to the blood

                                  Eugene

                                  Fourth of July

                                  The only thing

                                  Carrie & Lowell

                                  John my beloved

                                  No shade in the shadow of the cross

                                  Blue bucket of gold

Questo non è il mio progetto artistico:

questa è la mia vita!

(Sufjan Stevens)

Uno potrebbe pensare che la musica abbia già detto tutto, e che da almeno una ventina d’anni a questa parte, le nuove proposte altro non sono che contorno nell’immenso panorama del pop rock internazionale. Ogni qual volta si lancia il cosiddetto “next big thing”, spesso ci si imbatte in personaggi talentuosi, ma nulla di più. Nulla che sappia lasciare il segno, e imprimere il proprio nome, e soprattutto la propria arte, nel gran corso che è la musica. E soprattutto incidere sentimenti ed emozioni importantissime nel cuore degli ascoltatori. Ma questo atteggiamento, se non si sta attenti, rischia di diventare preclusione, e quindi si rischia seriamente di perdere occasioni importanti, perché gente come Sufjan Stevens, non solo smentiscono categoricamente l’assunto che il pop e il rock sono morti, e tutto è un retorico fluire di forme rodate e ripetitive, ma hanno saputo offrire nuovi spunti per questo viaggio che chiamiamo musica.

Artista stravagante, eppure taciturno e riflessivo, Sufjan Stevens ha coniato uno stile che spazia dal folk minimale e meditabondo, al barocchismo orchestrale, giocando con gli stili e soprattutto con gli strumenti. Non a caso lui preferisce spesso affidarsi ad una strumentazione di stampo tradizionale, per adattamenti sonori che spesso spaziano tra il jazz, il pop orchestrale, lo swing, il musical e addirittura i cori d’altri tempi. Un piccolo genietto che nel tempo, e nel nascondimento dalla popolarità grossolana, ha saputo non solo ritagliarsi uno spazio rilevante per il pop rock alternativo, ma diventare esso stesso punto di riferimento nel panorama musicale del nuovo millennio, come forse poche realtà possono veramente permettersi di esserlo.

Il suo percorso artistico prende il via nel 2000, quando pubblica il suo disco d’esordio A sun came, cui fa seguito nel 2001 Enjoy your rabbit, fortemente ispirato agli animali dell’oroscopo cinese. In questi due album manifesta sin da subito un animo musicale dedito all’eclettismo e alla curiosità creativa, tanto da spaziare dalle follie pop tanto care a Beck, quanto a stravaganze sonore degne di un certo Jim O’Rourke, pur tenendo in caldo una forte propensione per la melodia.

Stravaganza e curiosità lo porteranno ad alzare il tiro puntando non solo al concetto stesso di album, ma ampliandolo verso il concept, usando all’uopo tematiche sonore tanto care al rock anni ’70, e producendo due album stupendi come Michigan e Illnois. A questi si alterna l’intimismo struggente di Seven swans. Secondo alcuni qui siamo all’apice della sua produzione artistica.

Questa fervente vena artistica lo ha portato col tempo a misurarsi con le sue radici cristiane, ma anche con altre forme di cultura, e a spaziare in un universo pop, che lo ha portato a reinterpretare Ring them bells di Bob Dylan per il film I’m not there, e a collaborare con i National per il loro High violet. Non mancano nemmeno le esagerazioni, come il cofanetto Silver & gold: song for Christmas edito nel 2012, o le reinterpretazioni di alcuni progetti di musica classica. Ma una cosa è certa, considerando questo curriculum artistico: siamo di fronte ad un gigante del pop rock moderno.

E infatti il minimale, estatico ed esiziale Carrie & Lowell, edito all’inizio del 2015, può tranquillamente essere non solo considerato come uno dei suoi dischi migliori, ma addirittura come una delle punte di diamante del rock alternativo del nuovo millennio, un’autentica pietra miliare di cui si parlerà nel tempo, e cui molti altri artisti dovranno guardare per trovare ispirazione.

Carrie & Lowell è un disco di straziante bellezza, nato da un evento particolarmente triste per il Nostro: la morte della madre. Questo disco la omaggia, assieme ad un altra figura di particolare rilevo per lui, quella del patrigno, co-fondatore dell’etichetta Asthmatic Kitty. L’album attraversa con accorato dolore i momenti tristi, e riflette sul senso che questi hanno per la vita di un uomo. E dal punto di vista musicale ci si avvia verso sonorità sospese, minimali, proprio per entrare nell’anima, attraversarla, scandagliarla, e riuscire a trovare quel senso di cui si è perennemente in cerca.

L’album si apre con la dolente riflessione di Death with dignity, tenue e delicata come un sospiro, catturato prima che svanisca nel nulla. Ci si muove in lande di dolore, pensando alla perdita delle persone care, su note pizzicate sulle corde della chitarra e una melodia struggente da entrare dritta nelle fenditure dell’animo umano. Si prosegue con le sfumature e gli echi della bellissima Should have know better, sospesa tra coralità chiesastiche e puntelli di suoni d’altri tempi, con una coda fatta di batti sintetici e vaghi ritmi funky. Un pezzo nel quale risiedono tanto gli spettri di Elliott Smith, quanto i fantasmi di Mark Oliver Everett. All of me wants all of you procede tra accordi suonati in sequenza, ma alcuni suoni sospesi, eterei, che proiettano in una dimensione paradisiaca, surreale. Della stessa tensione emotiva è composta la struggente Drawn to the blood, con i tratteggi acustici che si distendono in una coltre di vapore sonoro nella parte conclusiva. Eugene dal canto suo ci riporta alla mente alcune cose di Simon & Garfunkel, attraverso una melodia dolceamara e una chitarra pizzicata, da sembrare un madrigale d’altri tempi. A questo punto giunge il tappeto sonoro fatto di tastiere in loop e atmosfere sospese per il ricordo dolente di Fourth of July, rievocando il giorno della morte della madre, e di quell’ultimo dialogo su un letto d’ospedale. Una bellezza tale da provocare grossi magoni e da non poter fermare le lacrime.

The only thing riprende le file del discorso riagganciando legami saldi con Elliott Smith e la sua anima fragile, e nella sussurrata title-track, colorata di qualche ritmica esotica, si omaggiano apertamente le due figure parentali di importante riferimento, e prontamente riprodotte in copertina. La speranza però non è annichilita dal dolore, ed ecco che John my beloved la evoca sul pungolo di una nota di pianoforte. No shade in the shadow of the cross invece dal canto suo riflette un accorato sentimento religioso, e si chiude con la sospesa nenia di Blue bucket of gold.

Carrie & Lowell è quindi un disco bellissimo e raro nella sua tensione emotiva. Solo un cuore grande avrebbe potuto dare vita a queste note dense di emozione e di antica bellezza. E solo un cuore che sa battere veramente sa coglierne l’incanto!

Disco da godersi nella sua totalità, Carrie & Lowell, a cui abbandonarsi facendosi cullare dalla sua malinconia

(Lino Brunetti)

Settembre 2017: Sufjan Stevens – CARRIE & LOWELL (2015)ultima modifica: 2017-09-21T07:06:44+02:00da pierrovox

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