Settembre 2017: The Rolling Stones – BEGGARS BANQUET (1968)

Beggars banquet

 

Data di pubblicazione: 6 dicembre 1968

Registrato a: Olympic Studios (Londra)

Produttore: Jimmy Miller

Formazione: Mick Jagger (voce, armonica), Keith Richards (chitarre, basso, cori), Brian Jones (slide guitar, mellotron, sitar, tanpura, cori), Charlie Watts (batteria, percussioni), Bill Wyman (basso, maracas)

Lato A

                              Sympathy for the devil

                              No expectations

                              Dear doctor

                             Parachute woman

                             Jigsaw puzzle

Lato B

                            Street fighting man

                            Prodigal son

                           Stray cat blues

                           Factory girl

                           Salt of the earth

Please to meet you

Hope you guess my name

Fareste uscire vostra figlia con un Rolling Stones?”

(Andrew Loog Oldham)

La più grande rock’n’roll band di tutti i tempi”. Termine spesso usato e abusato, ma che per i Rolling Stones calza decisamente a pennello, dacché solo ormai cinque decenni che questi ragazzacci sono in giro, nonostante le svariate disavventure, i casini, e chi più ne ha più ne metta. Sin dal nome (Le “pietre rotolanti”, preso da un pezzo di Muddy Waters, e solo successivamente anche Bob Dylan ne scriverà uno suo: Like a rolling stone), i Rolling Stones incarnano la quintessenza del rock, quella che spazza via e travolge qualunque cosa incontri. Nulla può restare come prima dopo aver impattato nell’energia sovversiva dei Rolling Stones! E mettici pure che da sempre Mick Jagger è considerato il prototipo della rock star: snello, conturbante, oggetto sessuale, sciamano e incantatore di folle adoranti. Mettici pure un chitarrista carismatico e cagnaccio come Keith Richards, autore di alcuni dei riff più leggendari di tutti i tempi, come ad esempio quello eterno di Satisfaction. E tanto basterebbe… Ma l’alone maledetto che circonda la loro storia, da Brian Jones, morto in circostanze ancora da chiarire, al maledetto Festival di Altamont, organizzato proprio da loro e passato alla storia per la morte di un ragazzo di colore pestato dagli Hell’s angels, bikers assoldati dagli Stones per il servizio d’ordine. Mettici anche il gioco di parole (?) nei titoli dei loro dischi, delle loro canzoni, o certe immagini di copertina o retro, tendenti ad alimentare quel mito… Mettici che dopo tanti abusi, vizi e stravizi (leggendaria la confessione nel 2006, poi smentita, di Keith Richards che ammise di essersi sniffato le ceneri del padre), loro sono ancora qui, presenti, vivi e vegeti, come se avessero fatto uno stramaledetto patto col diavolo…

Ma al di là del chiacchiericcio, quello che è certo è che questi cinque ragazzi inglesi sono passati alla storia per essersi impossessati della musica dei neri, il blues, divenendone dei portabandiera di primissimo ordine, facendone scuola e imponendosi come i diretti eredi di Robert Johnson. Con loro il blues diventerà sia qualcosa di metafisico, mistico e politico, ma sarà anche l’elemento carnale per amplessi sonori fatti di insoddisfazione perenne e continuo desiderio!

Intraprendono la loro carriera agli inizi degli anni ’60, con un Mick Jagger che confesserà che la band non avrà molta vita (“forse due anni e non di più”), perché per lui era una specie di passatempo o poco più. I riferimenti erano un certo rock’n’roll anni ’50, con riferimenti a Chuck Berry, Little Richard o Elvis Presley, ma ben presto la lezione si sposterà verso un adattamento blues via via sempre più maledetto. Difficile scegliere il disco che possa rappresentarli in senso assoluto, ma ci dirigiamo verso il blues ancestrale di Beggars banquet, uno dei loro dischi più “maledetti” e celebrati di tutti i tempi (nonostante l’arte visionaria e delicata del capolavoro Aftermath).

Beggars banquet viene subito dopo le divagazioni psichedeliche di Their satanic majestic request, e riporta i Nostri verso il ruvido blues dei tempi migliori, sposando tutta la violenza e l’elettricità che si respira negli ambienti giovanili, stanchi di una società livellata sul buon senso e il buon costume. I Rolling Stones di Beggars banquet saranno dei veri e propri rivoluzionari, pericolosi, minacciosi… E dice tutto il fatto che il brano d’apertura sia uno dei più discussi di sempre: Sympathy for the devil. Una sorta di samba tribale demoniaca in cui si esalta lo stile di vita maledetto, una discesa agli inferi della storia dell’umanità, con Mick Jagger nelle vesti di uno sciamano maledetto. Tanto sarà grande l’alone maledetto che questa canzone lascerà dietro, oltre alle continue accuse di satanismo (più di una volta Mick Jagger sosterrà che questa non aveva proprio niente a che vedere con gli ambienti satanici), che qualcuno arriverà a sostenere che fu durante l’esibizione di questo pezzo che si consumò il massacro ad Altamont, quando invece fu durante Under my thumb.

Dopo un bolero maledetto, segue un pezzo di commovente eleganza quale è No expectations, sospesa tra acustica e pedal steel di Brian Jones. Uno dei pezzi più belli e delicati mai partoriti dagli Stones! Il country Dear doctor invece si carica di un’ironia sferzante su una storia di un matrimonio infelice. Il blues di Parachute woman invece si carica di tante allusioni sessuali, alcune delle quali al limite della pornografia. Chiude il primo lato la dylaniana Jigsaw puzzle, che vanta un particolare primato: è uno dei pochi pezzi che gli Stones in oltre cinquant’anni di carriera non ha mai avuto l’onore di essere eseguito dal vivo.

Apre il secondo lato il roccioso inno di battaglia di Street fighting man, forte di un riff granitico e con una ritmica marziale, quasi militaresca, che si affianca alle lotte studentesche del ’68. In questo pezzo gli Stones non restano guardare, ma prendono parte attiva alla ribellione studentesca. Dopo questo segue la cover di Prodigal son di Robert Wilkins, e la velvettiana Stray cat blues, dove si parla di una torbida storia di sesso di un uomo adulto con una ragazzina. Factory girl invece è un sardonico inno dedicato alle ragazze che lavorano in fabbrica, imbastito su un country tradizionale, e si chiude con Salt of the earth, aperto dalla voce strozzata di Keith Richards.

Beggars banquet (titolo forse ispirato da un film di Brunel) è un autentico capolavoro di provocazione pura, ribellione e sesso sfrenato, un manifesto maledetto di una band che ha fatto scuola per anni e anni, e che continua ad essere un punto di riferimento costante per chiunque voglia calcare le sporche strade del rock’n’roll. Beggars banquet profuma di pelle di donna e puzza di terra e fango. Beggars banquet è tanto maledetto nelle intenzioni, quanto benedetto nella sua ispirazione. Dopo questo disco gli Stones proseguiranno con la scoperta del blues con l’altrettanto valido Let it bleed, e dopo la morte di Brian Jones, e i fatti di Altamont, la band cambierà aspetto, si accentreranno ulteriormente i poteri nel duo Jagger/Richards, e verranno altri due grandissimi capolavori quali Sticky fingers ed Exile on main street. Si può quindi tranquillamente sostenere che dopo di loro nulla è stato più come prima!

Il più grande gruppo rock del mondo! I principi cazzuti e decadenti che non criticheremo né perderemo mai!

(Lester Bangs)

Settembre 2017: The Rolling Stones – BEGGARS BANQUET (1968)ultima modifica: 2017-09-28T20:15:49+02:00da pierrovox

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