Novembre 2017: Dirty Three – OCEAN SONGS (1998)

Ocean songs

 

Data di pubblicazione: 31 marzo 1998
Registrato a: Electric Studios (Chicago)
Produttore: Steve Albini
Formazione: Warren Ellis (violino, pianoforte), Mick Turner (chitarre), Jim White (batteria), David Grubbs (armonica, pianoforte)

 

Tracklist

 

                        Sirena

                        The restless waves

                        Distant shore

                        Authentic celestial music

                        Backwards voyager

                        Last horse on the sand

                        Sea above, sea below

                        Black tide

                        Deep waters

                        Ends of the earth

 

La musica è il luogo ideale per allontanarsi dalle cose
(Warren Ellis)

 

C’è sempre chi sostiene che il rock è morto, ma forse dimentica che la musica, come realtà in movimento, non la si può mai fermare, e pertanto questa troverà sempre nuove formule, nuovi linguaggi. E anche il rock di conseguenza troverà sempre quella vitalità, quel fervore, che farà sempre palpitare il cuore di chiunque vi si accosti. Ed è appunto nello scoprire i nuovi linguaggi sonori, che negli anni ’90 si sono particolarmente distinti i Dirty Three, un trio australiano composto da un talentuoso chitarrista, Mick Turner, e un impressionante batterista, Jim White, e soprattutto da uno straordinario violinista, Warren Ellis. Quest’ultimo si è formato studiando perlopiù musica classica, e si può tranquillamente sostenere che lui sta a questi tempi esattamente come John Cale stava agli anni ’60/’70. Il violino quindi diventa lo strumento dominante nel rock concepito dai Dirty Three, sfruttando le sue armonie, le sue malinconie, le sue distorsioni (Warren Ellis spesso vi applica un pick-up da chitarra proprio per sfruttarne i feedback). Questo ha portato alla creazione di uno stile che fonde al suo interno musica da camera, noise rock, psichedelia, jazz. Qualcuno li ha considerati slowcore o post rock, ma i Dirty Three sono qualcosa che fa storia a sé.
I primi passi sono segnati da due album ancora acerbi benché ben assestati su questa nuova poetica sonora. Horse stories invece segna una crescita impressionante, tanto da attirare le attenzioni di un pubblico più vasto. Segno che si può sferrare il colpo vincente…
E questo puntualmente giunge due anni dopo con lo straordinario Ocean songs, uno straordinario concept sonoro interamente dedicato al mare, ai suoi paesaggi, alle sue atmosfere, ora inquietanti, ora rassicuranti. Il mare come metafora della vita e del suo senso, o semplicemente come presagio di ciò che sfugge, che è più grande. Tutto questo viene filtrato in una musica che fa dell’astrazione il suo punto di forza. Grazie anche all’ausilio del guru Steve Albini, il trio compone ed esegue una musica altamente espressiva che le parole si rivelano addirittura superflue. I dieci brani si rincorrono filtrando stilemi jazz e asprezze noise, e svolazzando per dimensioni eteree o sprofondando in dirupi malinconici.
E se Sirena, il pezzo che apre il disco, viene retto dagli arpeggi dimessi della chitarra sulla quale il violino disegna linee emotive stranianti, The restless waves cerca di riportare in musica le sensazioni che si provano stando su una scogliera, con le onde che si infrangono. Distant shore è un pezzo altamente espressivo, dettato anche dalle linee arabesche del violino, e che evoca orizzonti lontani, quasi irraggiungibili. La lunga riflessione sonora di Authentic celestial music vede ancora nel violino la voce straziante di un canto epico, dolente, fino all’assordante crescendo finale. Backwater voyager invece vive di stretti legami con la musica jazz, a cominciare dai sommessi accordi nella parte iniziale, fino ai dialoghi con una ritmica spazzolata e un violino che parla sottovoce.
Last horse in the sand viene scandita da una ritmica marziale, ma si fa forte di quella “musica silenziosa”, quasi accennata, che viene fuori dagli altri strumenti. Anche Sky above, sea below vive di sentimenti sommessi, che vogliono emergere, venire alla luce, con i densi crescendo degli accordi della chitarra e del pianoforte, mentre il violino sottolinea questi stato d’animo. Black tide è l’equivalente di un’attraversata marina, quando si viene colpiti dal vento che agita le acque, e rende gli equilibri sempre più precari. Questa annuncia la grande ossessione sonora dettata dagli oltre sedici minuti di Deep waters, che parte sommessa, ma poi si viene letteralmente sommersi da ondate di feedback assassini e assalti di ogni tipo. Ends of the earth è l’approdo alle colonne d’Ercole, un viaggio sonoro ai confini del mondo, e soprattutto nel più intimo della propria anima. Un viaggio metafisico, spirituale.
I Dirty Three hanno quindi inventato questo linguaggio espressivo e fortemente emotivo, di cui il rock ne è fortemente debitore. Se il post rock è suono metropolitano, quello dei Dirty Three è un suono evocativo, desertico, che si apprezza nella solitudine, nella penombra.
Warren Ellis poi è diventato lo sparring partner, l’alter ego di Nick Cave, entrando nei Bad Seeds nel 1995, e sostituendo poi difatti i dimissionari Blixa Bargeld e Mick Harvey. Con Nick Cave ha scritto pagine importanti tanto con i Bad Seeds (in questa sede perlomeno vanno citati i bellissimi Push the sky away e Skeleton tree), quanto in collaborazioni personali in bellissime colonne sonore (citiamo perlomeno The proposition e The road). Il percorso dei Dirty Three è proseguito mantenendo inalterato il valore introspettivo e le dimensioni sognanti di una musica che sa andare ovunque, anche nel profondo di un animo umano!

 

Su Ocean songs, il Dirty Three sono cresciuti immensamente come band cercando prima di tutto di ascoltare, e hanno fatto alcune delle musiche più ossessionanti, poeticamente profonde, ed emotivamente oneste che siano mai state concepite nel mondo del rock
(Thom Jurek)

Novembre 2017: Dirty Three – OCEAN SONGS (1998)ultima modifica: 2017-11-16T13:11:31+01:00da pierrovox

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