Giugno 2018: Bruce Springsteen – BORN TO RUN (1975)

Born to run

 

Data di pubblicazione: 25 agosto 1975
Registrato a: Record Plant Studios, 914 Sound Studios (New York)
Produttore: Bruce Springsteen, Mike Appel & Jon Landau
Formazione: Bruce Springsteen (voce, chitarre, armonica, percussioni), Roy Bittan (piano, organo, tastiere), Clarence Clemons (sassofono, tamburello, cori), Danny Federici (organo), Garry W. Tallent (basso), Max Weinberg (batteria), Ernest Carter (batteria in Born to run), Suki Lahav (violino), David Sancious (piano, organo in Born to run), Steve Van Zandt (chitarre, cori)

 

 

Lato A

 

                        Thunder road
                        Tenth Avenue freeze-out
                        Night
                        Backstreets

 

Lato B

 

                        Born to run
                        She’s the one
                        Meeting across the river
                        Jungleland

 

 

 

Ho visto il futuro del rock’n’roll e il suo nome è Bruce Springsteen
(Jon Landau)

 

Sembra quasi di rivedere quella scena: si presentano nello studio di John Hammond, Mike Appel e un giovane musicista del New Jersey che sta cercando con una certa fatica di trovare un contratto discografico. Mike Appel invece di affrontare l’incontro con una leggenda con una certa reverenza, aggredisce immediatamente Hammond con fare strafottente: “Sei tu quello che ha scoperto Bob Dylan, vero? Vediamo se è stata fortuna o se sul serio hai un buon orecchio”. E invece di indicare ai due qual è la porta d’uscita, Hammond invita il ragazzo a fargli sentire qualcosa del suo repertorio. E quel ragazzo attacca con la chitarra acustica It’s hard to be a saint in the city. È così che nasce la carriera discografica di Bruce Sprignsteen, il “futuro del rock’n’roll”, grazie a questo incontro spesso etichettato maldestramente “il nuovo Dylan”.
Bruce viene da Freehold, una cittadina del sud del New Jersey, figlio di un irlandese e di un’italiana, proveniente dalla working class, quindi di origini piuttosto modeste. Affascinato dal rock’n’roll, Bruce militerà per qualche tempo in alcuni gruppi senza futuro quali Rougues e poi i Castiles, in cui ci si divertiva a reinventare classici dei Kinks, dei Beatles, dei Rolling Stones, degli Who, facendosi le ossa a pane e rock’n’roll. Successivamente, dopo lo scioglimento dei Castiles, Bruce tenterà maggiore fortuna formando Earth, ma anche questo gruppo non avrà grande fortuna. Ma nello stesso tempo Bruce avrà la possibilità di cominciare a formare l’ensamble di un gruppo che lo accompagnerà da lì in seguito, prendendo con sé il fantasioso batterista Vini Lopez e l’organista Danny Federici, battezzandosi momentaneamente Child, cambiato subito in Still Mill. In questo gruppo si avvicenderanno diversi turnisti, fino all’inclusione di Steve Van Zandt, inizialmente al basso.  Fu all’inizio degli anni ’70 che Bruce Springsteen prenderà seriamente in mano le redini della situazione battezzando il gruppo in Bruce Springsteen Band, ma fu l’incontro con Clarence Clemons a settembre del ’71 a dare forma definitiva al gruppo, che da lì in poi si farà chiamare E Street Band. Incontro per certi aspetti fondamentale al punto da immortalarlo in Tenth Avenue freeze-out perché non se ne perdesse traccia nel tempo… E infatti l’amicizia e il connubio artistico tra Bruce e Big Man saranno tanto forti da risultare indistruttibili anche quando la E Street Band verrà sciolta nella seconda metà degli anni ’80. E sarà in questo momento che prende il via la forma definitiva e la carriera discografica con un album d’esordio promettente e sfortunato (colpa anche dell’infelice e poco a fuoco lavoro di produzione di Mike Appel, che non rende giustizia a perle bellissime come Lost in the flood o Growin’ up), Greetings from Asbury Park, N.J. Seguito dal poco commerciale, ma bellissimo, The wild, the innocent & the E street shuffle, Bruce Springsteen sente che c’è bisogno del salto di qualità per dare spessore e senso al suo percorso artistico.
Intanto si pensa di dare una sistemata alla band per dare peso e sostanza alle sue composizioni; ed è così che Roy Bittan e Max Weinberg sostituiscono i dimissionari David Sancious e Vini Lopez. Poi c’è un altro incontro altrettanto importante quale quello con Mike Appel e Clarence Clemons: è quello col critico musicale Jon Landau, che ebbe la possibilità di assistere ad un suo spettacolo nel maggio del 1974, restandone praticamente impressionato per il carico di energia genuina e la passione emotiva. Con lui e Mike Appel, Bruce Springsteen cercherà di fare il passo definitivo della sua carriera, e per farlo, vuole farlo in grande stile, creando qualcosa che nessuno mai è stato in grado di creare. Dice Bruce stesso: “Volevo creare un disco che avesse testi come quelli di Bob Dylan e suoni come nelle produzioni di Phil Spector, ma soprattutto volevo cantare come Roy Orbison”. Insomma, quel che si dice un progetto ambizioso!
Seguono almeno nove mesi di registrazioni faticose e meticolose, in cui si avverte da subito il senso di inadeguatezza: Bruce non riesce ad essere praticamente soddisfatto del lavoro fatto. Ogni volta è un ricominciare tutto daccapo, con un senso di insoddisfazione perenne, e una tensione sempre più crescente in lui e nel gruppo che lo accompagna. Si dice in giro che siano addirittura undici i master che Bruce cestinerà, e addirittura qualcuno riporta che a disco stampato, al primo ascolto, Bruce toglierà il vinile dal piatto e lo butterà in piscina perché non contento del lavoro fatto. Sentimenti che riemergono pienamente nel racconto degli addetti ai lavori e dello stesso Boss nel dvd che fa da corredo al prezioso box stampato per il trentennale del disco. Ma saranno una serie di concerti a dare fiducia a Bruce Springsteen e portare quello che sarà un autentico capolavoro, uno dei dischi più belli di tutti i tempi tra le mani di noi comuni mortali.
Born to run è un disco classic rock, dove vengono omaggiati, apertamente e no, Phil Spector e Bob Dylan, Roy Orbison e i Creedence Clearwater Revival, John Lennon e gli Who, il rock’n’roll anni ’50 e il rhythm’n’blues degli anni ’60. Risulta difficile oltre che incredibile pensare che l’artefice di questo grande capolavoro abbia potuto così a lungo dubitare dei suoi esiti.
Un disco formato da otto brani, ognuno dei quali un classico. Apre Thunder road, uno dei suoi pezzi più belli di sempre, mettendo insieme speranza e nostalgia, radici e desiderio di perdersi lungo le strade, invitando una donna a salire sulle quattro ruote con lui per raggiungere la Terra Promessa. Thunder road è uno di quei pezzi fondamentali di cui lo stesso Nick Hornby ne ha descritto la poesia e il profumo di libertà! Segue Tenth Avenue freeze-out che ripercorre quello che ha portato alla formazione di questo immenso capolavoro! E ancora l’assalto romantico di Night, tra le cui pieghe si leggono il desiderio di riscatto dallo squallore della schiavitù di un lavoro frustante correndo nella notte “triste e libero”. Chiude la prima facciata il meraviglioso crescendo di Backstreets, dove il desiderio di libertà dei due giovani protagonisti cozza con la mediocrità della vita. Tra questi primi solchi assaporiamo venti di libertà, speranze deluse ma non tramortite, e una luce che continua a brillare nonostante ci si renda conto dell’infelicità in cui il comune mortale, per quieto vivere, accetta in maniera supina.
Apre il secondo lato la fragorosa title-track. Una filosofia di vita più che una canzone! Un urlo di battaglia per la vita più che un semplice slogan! Il non arrendersi mai! La consapevolezza che si è “nati per correre”, e che non bisogna lasciarsi paralizzare dalla mediocrità e dalla tristezza! Un vero e proprio manifesto generazionale! Segue la travolgente e romantica She’s the one, aperta dal bellissimo riff di Federici e il muro fragoroso di chitarre che avvolge l’ascoltatore in un romanticismo per nulla stucchevole, il pezzo suona vicino al fare di Bo Diddley. Abbiamo ancora spazio per la bellissima e delicata Meeting across the river, dove la tromba procura degli autentici bridivi su un piano emozionante e una ritmica delicata affidata al solo basso, suscitando atmosfere che Bruce stesso definisce “cinematiche”. Chiude il disco il capolavoro Jungleland, dove le disillusioni non uccidono i sogni, e le linee di sassofono disegnate da Clemons offrono un’opera meravigliosa in cui il rock’n’roll non è più intrattenimento: è salvezza dell’anima!
Obiettivi ambiziosi raggiunti, questo disco diventa un vero e proprio classico della storia del rock, a cui si aggiungeranno altri due grandissimi classici quali Darkness on the edge of town (la cui realizzazione sarà ancora più complessa, perché tra le altre cose Bruce affronterà una battaglia legale con Mike Appel), la tragica festa rock’n’roll del doppio The river e il minimalismo esiziale del bellissimo Nebraska!
Bruce Springsteen non si rivelerà solo il “nuovo Dylan” (espressioni queste del “nuovo” spesso infelici partorite da critici musicali, spesso incapaci di guardare avanti, senza prima guardarsi alle spalle), ma sarà davvero il “futuro del rock’n’roll”. Un rock’n’roll che non è espressione del mal di vivere, ma speranza e gioia di vivere, rabbia e rivendicazione, un “credere nella speranza che può salvarci!”. E in questo si eterna Born to run, come il manifesto del rock che diventa salvezza! Dio lo benedica!

 

Poi arriva Bruce Springsteen. Una bella figura materna con quegli occhi marroni riflessivi, occhi che possono vedere attraverso l’America. E un sacco di grandissime canzoni! Bruce ha suonato in ogni bar degli Stati Uniti d’America e in ogni stadio. Credibilità, non si potrebbe averne di più, a meno che non si sia già morti. Ma Bruce Springsteen non ha mai avuto intenzione di morire come un idiota, non gli è mai interessata la falsa mitologia che ha rovinato tante persone. Si è creato una mitologia alternativa dove le vite normali diventano straordinarie ed eroiche
(Bono)

Giugno 2018: Bruce Springsteen – BORN TO RUN (1975)ultima modifica: 2018-06-25T14:51:40+02:00da pierrovox

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