Dicembre 2018: Low – I COULD LIVE IN HOPE (1994)

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Data di pubblicazione: 18 febbraio 1994
Registrato a: Duluth
Produttore: Mark Kramer
Formazione: Alan Sparhawk (voce, chitarre), Mimi Parker (voce, batteria), John Nichols (basso)

 

Tracklist

 

                        Words
                        Fear
                        Cut
                        Slide
                        Lazy
                        Lullaby
                        Sea
                        Down
                        Drag
                        Rope
                        Sunshine

 

Il dinamismo dei Low è sorprendente!
È super musica! C’è così poca fisicità nella loro musica,
c’è solo questo grande prodigio
(Robert Plant)

 

Agli inizi degli anni ’90 si afferma un sottogenere, nato dalla commistione degli umori post rock e delle atmosfere sognati del dream pop, denominato “slowcore”. Si caratterizza per rallentamenti, melodie in chiave minore, arrangiamenti minimali, atmosfere rarefatte e depresse. Se l’hardcore cercava l’impatto fisico, lo slowcore invece predilige la distensione, adagiandosi su una forte componente strumentale, capace di aprire scenari surreali e densi di stupore. C’è qualcosa di angelico ed etereo in una musica che all’assalto preferisce il calore di una carezza, o anche solo di un pensiero.
Una delle band cardine del genere sono i Low. Originari di Duluth, stesso paese di Bob Dylan (che già da solo rappresenta più di una garanzia), Alan Sparhawk, Mimi Parker e Jack Nichols (che poi abbandonerà il trio nel 1995, sostituito da Zak Sally), hanno saputo sapientemente formare un genere che unisse le tipiche sonorità del rock alternativo americano, con la tradizione folk, enfatizzato particolarmente dagli intricati e armoniosi intrecci vocali di Alan e Mimi, su tematiche che spesso riflettono di spiritualità e distensione.
Inevitabilmente il loro disco d’esordio, che segue l’omonimo ep, è uno dei dischi manifesto del genere slowcore. I could live in hope rappresenta l’apice e l’essenza stessa di un genere che brancola a tentoni nella sofferenza, ma non lo fa col tentativo dell’esorcismo tipico della new wave, né tantomeno con la follia isterica del punk, ma con l’urgenza espressiva di chi vuole attraversarlo, e alla bisogna, assaporarlo, richiamando per certi aspetti Tim Buckley o Nick Drake.
E sono queste linee distese che aprono gli scenari desolati di Words. Ritmi lenti e dolenti, e una coralità espressiva dettata dalle voci di Sparhawk e Parker che diventa struggente. Fear invece incede su dei riff al rallentatore, e un’atmosfera echeggiata, vagamente psichedelica, densa di nostalgia e candore, sulla quale la chitarra esprime dolenti accordi delicati. Cut per certi aspetti richiama gli scenari tetri dei primi Cure, sorretti da una pulsazione ossessiva del basso e da una chitarra acida ed effettata. Dopo questa giunge la ninnananna sognante di Slide, con una Parker stupendamente in prima linea al canto. Lazy invece ripesca alcune trame rockabilly e le gira al rallentatore, tanto da ridurre il tono festoso del genere in un lamento funereo. Nuovo richiamo (forse voluto sin dal titolo) ai Cure con Lullaby, lunga e decadente, con un crescendo strumentale che riporta nei territori sonori degli Slint. Dopo questo tormento sonoro ci si concede un’immersione pacifica nella distesa e metafisica Sea, per poi rivenir risucchiati dal vortice di Down. Drag invece accavalla vibrazioni intense, e Rope si immerge nuovamente in atmosfere angosciose. Ci si conceda col taumaturgico rifacimento di You are my sunshine di Jimmy Davis e Charlie Mitchell, ribattezzato Sunshine.
I could live in hope è un piccolo capolavoro capace di commuovere e di puntare a sentimenti nascosti. Album unico nel suo genere e stupendamente fuori dal tempo. I Low hanno continuato ad incidere dischi straordinari, tra i quali vale la pena in questa sede di citare perlomeno Long division (ultimo con Nichols in formazione), Trust, The great destroyer (che vanterà la presenza di Monkey e Silver rider, poi rivisitare da Robert Plant per il suo Band of joy) e C’mon, non ultimo anche lo splendido Double negative. Gli altri non sono certo da meno. Tracce di magia e splendore, dove si attraversa il dolore, ma non si dimentica la speranza, i Low sono l’espressione di una band che sa appunto parlare al cuore

 

Dicembre 2018: Low – I COULD LIVE IN HOPE (1994)ultima modifica: 2018-12-20T08:35:37+01:00da pierrovox

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