Aprile 2019: Arctic Monkeys – WHATEVER PEOPLE SAY I AM, THAT’S WHAT I’M NOT (2006)

Whatever people say I am that's what I'm not

 

Data di pubblicazione: 23 gennaio 2006
Registrato a: Chapel Studios (Lincolnshire), 2 Fly Studios (Sheffield), Telstar Studios (Monaco di Baviera)
Produttore: Jim Abiss & Alan Smyth
Formazione: Alex Turner (voce, chitarra elettrica), Jamie Cook (chitarra elettrica), Andy Nicholson (basso), Matt Helders (batteria)

 

Tracklist

 

                        The view from the afternoon
                        I bet you look good on the dancefloor
                        Fake tales from San Francisco
                        Dancing shoes
                        You probably couldn’t see for the lights but you were starting straight at me
                        Still take you home   
                        Riot van
                        Red lights indicates doors are secured
                        Mardy bum
                        Perhaps vampires in a bit strong but…
                        When the sun goes down
                        From The Ritz to The Rubble
                        A certain romance

 

 

Hai presente come i Beach Boys non facessero surf in realtà?
Beh, noi siamo il tipo di internet band che in realtà
non ha mai navigato
(Alex Turner)

 

Il nuovo millennio ha portato con sé diversi stili di vita inediti, che solo a fine anni ’90 si pensava che fossero ancora fantascienza. Chi l’avrebbe mai detto che avremmo ascoltato la musica attraverso minuscoli giocattolini, capaci di contenere quintali di files mp3, o addirittura attraverso uno smartphone? E chi l’avrebbe mai detto che avremmo potuto seguire film, partite di calcio, o essere continuamente e ovunque collegati tramite un telefono? Per noi cresciuti negli anni ’80 e ’90, il massimo della tecnologia era il walkman, e ancora fa nostalgia il pensarci andare in gita scolastica, carichi di cassette, e ascoltare la musica in vera condivisione (perché le cassette ce le prestavamo, le duplicavamo, e le ascoltavamo per intero). Internet ci ha rivoluzionato la vita. In meglio, in peggio, non si sa. Preferiamo in questa sede vedere il bicchiere mezzo pieno, e apprezzare ciò che di buono la rete ha portato. Del resto questo stesso blog vive grazie ad essa…
Internet ha rivoluzionato quindi il concetto stesso della fruizione musicale, portando nuovi modelli, ma anche il lancio stesso dei nuovi gruppi o artisti, che oggi non hanno altri intermediari che la rete stessa. Sono molti coloro che incidono materiale, e lo rendono disponibile sui propri siti, blog, profili myspace, affinché il pubblico (e non solo lui), possa ascoltarli direttamente. Un tempo si mandavano cassette o cd-r alle varie etichette discografiche o a riviste musicali, sperando che qualcuno potesse prenderle in considerazione.
E gli inglesi Arctic Monkeys hanno rappresentato l’icona della “internet band” per eccellenza, dacché il gruppo rendeva disponibile gratuitamente sui propri profili multimediali demo di tracce inedite o intere esibizioni dal vivo. Questo ha aperto quindi una breccia nel panorama musicale indipendente del nuovo secolo, abbattendo molte delle barriere che un tempo si potevano incontrare sul proprio cammino, e confermando l’idea che il talento, in un modo o nell’altro, viene sempre premiato.
La storia è quella di sempre: un gruppo di ragazzetti si ritrovano insieme, e affascinati dalla musica, soprattutto dal brit-pop degli Oasis, o dalle nuove incursioni sonore dei White Stipes e dei Queens of The Stone Age, intraprendono la strada musicale. La band inizia un percorso fatto di piccoli passi, piccoli cambiamenti, e alcune esibizioni, perlopiù costellate di cover, quando verso la fine del 2004 compongono un piccolo “album” formato da 17 demo, che diffondono online col titolo di Beneath the bordwalk. Questo apre loro il cosiddetto fascino dell’hype, delle voci che si rincorrono, e di una popolarità che cresce, anche se difatti la band non ha ancora pubblicato nulla.
La Domino si interessa a loro, e li mette sotto contratto, e così quindi la band inizia un percorso che li porterà alla pubblicazione del loro vero disco d’esordio. Dal punto di vista stilistico, la band prosegue un certo discorso di revival wave, prendendo spunto dallo spumeggiante garage-punk di inizio millennio, tanto caro a Interpol, o dalla wave metropolitana degli Strokes, senza disdegnare le attitudini disco dei Franz Ferdinand. E viene fuori Whatever people say I am, that’s what I’m not, emblematico sin dal titolo, perché nonostante il successo ottenuto grazie all’hype, la band tiene alla sua personale visione artistica, e non la svende in nome del successo facile. Infatti l’album si sofferma sulla vita dei sobborghi inglesi, formando una specie di concept-album.
L’esordio è un disco spumeggiante e divertente, grezzo e particolarmente indovinato, tanto da rappresentare una delle opere di maggiore interesse del rock alternativo del primo decennio del nuovo millennio. Aprono le chitarre sature e i ritmi funkeggianti di The view from the afternoon, in perfetta sintesi tra il punk rock britannico dei Jam e le attitudini dance dei Franz Ferdinand, fondendosi in una formula particolarmente irresistibile. Chitarre arroganti a ritmi ossessivi incalzano l’esplosiva I bet you look good on the dancefloor, mentre Fake tales from San Francisco incede su una ritmica funky rievocando timidamente Train in vain dei Clash. Dancing shoes riflette sullo stile di vita dei giovani clubber inglesi, e lo fa prendendo in prestito ancora una volta l’irresistibile assalto di Joe Strummer e compagni. You probably couldn’t see for the lights but you were staring straight at me procede in una furiosa e variopinta catena di chitarre gioiose e ritmiche serrate, mentre Still take you home riflette umori decisamente hard. Riot van invece ferma l’assalto, e offre una delicata esibizione cantautorale nel più che riconoscibile stile di Damon Albarn. Per Red lights indicate doors are secured ci si rifà esplicitamente ai Franz Ferdinand del disco d’esordio, ottenendo la stessa formula sbarazzina e micidiale. Mardy bum invece mette insieme tanto gli Specials quanto gli Smiths, allargandosi un tantino sulla sponda Madchester verso gli Happy Mondays. Perhaps vampires is a bit string but… eleva un muro di chitarre assordante e ritmiche filo tribali. When the sun goes down presenta invece un cocktail di chitarre tese e melodie cantilenanti, proseguendo sulla stessa scia corre From The Ritz to The Rubble. Chiude la psichedelia byrdsiana di A certain romance.
Le “scimmiette artiche” dimostrarono con questo disco che il talento vale in ogni epoca, e che ci ha qualcosa da dire, in qualunque modo la dica, arriva sempre da qualche parte. La formazione avrà dei cambiamenti nel corso del tempo, ma gli Arctic Monkeys confermeranno il loro talento con progetti spesso un po’ retrò, ma sempre grandi, come quello dei The Last Shadow Puppets, o con album convincenti come Humbug, il velvettiano Suck it and see e AM. L’hype è servito, ma la grazia e il talento anche!

 

Questa è la colonna sonora perfetta per muoversi in una stanza, sui divanetti o in magazzino
(Conor McNicholas)

 

Aprile 2019: Arctic Monkeys – WHATEVER PEOPLE SAY I AM, THAT’S WHAT I’M NOT (2006)ultima modifica: 2019-04-25T10:17:48+02:00da pierrovox

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