Settembre 2019: Echo & The Bunnymen – HEAVEN UP HERE (1981)

Heaven up here

 

Data di pubblicazione: 30 marzo 1981
Registrato a: Rockfield Studios (Rockfield)
Produttore: Hugh Jones
Formazione: Ian McCulloch (voce, chitarra ritmica), Will Sergeant (chitarra), Less Pattinson (basso), Pete de Freitas (batteria)

 

Lato A

 

                        Show of strenght
                        With a hip
                        Over the wall
                        It was a pleasure
                        A promise

 

Lato B

 

                        Heaven up here
                        The disease
                        All my colours
                        No dark things
                        Turquoise days
                        All I want

 

Ci sono centinaia di band a Liverpool, e qualcuna va anche bene,
ma in realtà siamo noi l’unica vera potenziale grande band
(Ian McCulloch)

 

Liverpool, città dei Beatles, e una delle capitali indiscusse della cultura popolare. Città dura sotto molti punti di vista, ma affascinante, densa di umori proletari e scosse artistiche. La Liverpool degli anni ’60 fu eternata proprio grazie ai Fab Four, che la resero uno dei centri propulsori della nuova musica moderna.
Liverpool conobbe però agli inizi degli anni ’80 quel che si suol dire “un nuovo rinascimento”, presentandosi come nuovamente come uno dei fulcri della musica moderna. Siamo in un’epoca in cui il punk ha spazzato via ogni cosa, e i miti degli anni ’60 e i dinosauri dei primi anni ’70 sono tutti caduti sotto i colpi violenti di canzoni secche e violente. Siamo anche in un’epoca in cui la gelida new wave ha raffreddato qualsiasi umore ideologico, calando l’umanità in una fredda nevrastenia, fatta di ossessioni e devastazioni complete.
A Liverpool si muoveva un gruppo che cercava sia di prendere in mano quei suoni, sia pure di coniarne un nuovo linguaggio fatto di fusione ibrida tra melodia pop e divagazione psichedelica, richiamando alla memoria tanto i Doors quanto i Cure. A Liverpool quindi si stava muovendo qualcosa di veramente spettacolare, che da lì in poi darà nuove pulsazioni alla musica pop, liberandola dalle ossessioni e lanciandola verso la melodia. Questo li renderà una delle band più popolari e importanti degli anni ’80, tanto da sfondare in terra americana, assieme a band gemelle come gli irlandesi U2 e i Simple Minds. Ciò non toglie però che in tanti passi si brancolava ancora nel buio alla ricerca di una via d’uscita, di una porta di salvezza.
Il gruppo prese forma da una band precedente, The Crucial Three, in cui militavano Pete Wylie, Julian Cope e Ian McCulloch. In ordine il primo militerà nei Wah! Il secondo nei Teardrop Explodes e l’ultimo darà vita agli Echo & The Bunnymen. McCulloch radunerà altri membri e darà il via al percorso artistico della band.
Il loro primo passo fu Crocodiles, denso ancora di umori dark, ma già nella strada indicata da Tom Verlaine con i suoi Television, proponeva una via d’uscita dalla claustrofobia della new wave. Ma la consacrazione vera e propria arriverà con il secondo Heaven up here, già nel titolo più “luminoso” e speranzoso rispetto all’ambiente musicale di cui vorrebbe far parte. L’album è solenne e maestoso, lugubre e ipnotico, ma anche fiabesco e solare, e si presenta come un momento importante per l’evoluzione del post punk, che già aveva preso piede negli anni precedenti.
Apre la solenne Show of strenght, febbricitante e dolente, come alcune cose del repertorio di Robert Smith. Le chitarre sono visionarie, e le sezioni ritmiche frenetiche. Ciò non toglie al pezzo però un’identità melodica piuttosto immediata e avvolgente. With a hip invece si riaggancia con le ossessioni oscure dei Joy Division, ponendosi sulla stessa lunghezza d’onda di Closer. Il muro di synth e riff rimtici di Over the wall aprono ad una odissea lisergica, carica di tensione, sospensione gotica e bellezza fantasmagorica. I Sister of Mercy stanno lì a guardare, e ad imparare la lezione… It was a pleasure si concede un andamento danzereccio, di cui faranno tesoro a fine decennio gli Stone Roses. Il primo lato è chiuso dalla dolente A promise, molto vicina ai Cure di Faith.
Il lato B si apre con un impazzita title-track, con tanto di batteria non regolare, chitarre distorte e melodia incalzante, tanto che ci si chiede se gli U2 non ne abbiano preso spunto per la loro Wire (nonostante non sempre Ian McCulloch abbia espressi pareri lusinghieri su Bono e compagni, forse anche perché avrebbero voluto scippargli quel successo planetario che i dublinesi ottennero). The disease distende un po’ gli umori, attraverso una delicata, e comunque sempre tesa, ballata, spettrale ed echeggiata. All my colours mette insieme sia i Television che gli U2 di Boy, soprattutto ricorda Shadows and tall trees, in una lugubre litania dal vago sapore doorsiano. No dark things riprende in mano le tematiche sonore tanto care al gruppo, mentre Torquioise days torna sul luogo del delitto, quello calcato da Ian Curtis. La conclusiva All I want strizza l’occhio ai Talking Heads, ma senza le aperture etiche, semmai restando nell’ambito della dark-wave.
Heaven up here si rivela quindi un album incredibilmente semplice e geniale, capace di mettere insieme epoche così diverse, e di suonare ancora così attuale e fresco. Gli seguirà l’altrettanto immenso Porcupine, e da lì in poi la fama degli Echo & The Bunnymen comincerà a decrescere, oltre ai vari problemi che si presenteranno, compresa la morte in un incidente stradale del batterista Pete de Freitas. La band si scioglierà nel 1988, per poi riunirsi a metà anni ’90, e tornare ad incidere materiale inedito, che purtroppo non ha mai più ricalcato la classe dei primi tempi.
Ambiziosi e orgogliosi, hanno scritto pagine memorabili della storia del pop, a tal punto che gli Starsailor si rifaranno alla copertina di Heaven up here per il loro Silence is easy, la loro storia resterà una delle più affascinanti e importanti del rock britannico degli anni ’80.

 

“Il quartetto di Liverpool ha creato un suono assolutamente enorme registrato per abbinare talento del loro frontman per grandiosità, fantasia e potenza
(Joe Tangari)

Settembre 2019: Echo & The Bunnymen – HEAVEN UP HERE (1981)ultima modifica: 2019-09-02T07:34:34+02:00da pierrovox

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