Gennaio 2020: The Kinks – FACE TO FACE (1966)

Face to face

 

Data di pubblicazione: 28 ottobre 1966
Registrato a: Pye Studios (Londra)
Produttore: Shel Talmy
Formazione: Ray Davies (voce, chitarra ritmica, clavicembalo), Dave Davies (chitarra, cori, voce principale in Party line e You’re lookin’ fine), Pete Quaife (basso, cori), John Dalton (basso), Mick Avory (batteria, percussioni), Nicky Hopkins (tastiere, piano, harmonium), Rosa Davies (cori)

 

Lato A

 

                        Party line
                        Rosey won’t you please come home
                        Dandy
                        Too much on my mind
                        Session man
                        Rainy day in june
                        House in the coutry

 

Lato B

 

                        Holiday in the country
                        Most exclusive residence for sale
                        Fancy
                        Little Miss Queen of darkness
                        You’re lookin’ fine
                        Sunny afternoon
                        I’ll remember

 

Io sono uno delle migliaia di senza volto fabbricati dalla Corporation,
con la giusta dose di educazione per servire i miei padroni,
e il taglio giusto dei capelli e coscienza fashion per non sfigurare con i miei contemporanei
(Ray Davies)

 

L’invasione del pop nella cultura degli anni ’60 ha rappresentato una delle rivoluzioni culturali senza precedenti, e che ha segnato non solo un’epoca e una generazione, ma ha sovvertito tutte le regole comuni della fruizione dell’arte in senso pieno. In particolare la cultura british in questo arco di tempo ha dato un fortissimo contributo all’affermazione di questo nuovo prototipo di arte contemporanea che si stava sviluppando. In particolare nella storia della musica, il fiorire di musicisti e gruppi come Beatles, Rolling Stones, Yardbirds, Who, Small Faces, ecc… ha reso il rock qualcosa di molto più vicino alla cultura popolare, sbilanciando in tal modo l’aspetto popolare rispetto all’aura intoccabile della considerazione dell’arte. Ma guardando proprio a quel periodo e a quello scenario, viene da chiedersi: perché mai i Kinks, tra gli innovatori assoluti, e forse ideatori di determinate armonie, da sempre hanno ottenuto non solo una minore attenzione (nessuno mai ha urlato a squarciagola ai loro concerti, o mai si è assistito a scene di delirio urbano alle loro comparsate), ma addirittura una minore considerazione? Eppure sono stati il gruppo che più di ogni altro tra quelli citati ha saputo mescolare scene di vita quotidiana, stigmatizzandone vizi e difetti, e toccando argomenti all’epoca considerati tabù decisamente prima di loro. Come anche il fatto che loro sono stati tra i primissimi a porre in risalto l’idea dell’album come opera completa a differenza di chi lo vedeva ancora come raccolta di singoli. Sono stati tra i primissimi a intendere i dischi come concept e opere rock, eredità di cui presto ne beneficeranno gli Who e i Beatles. Mettiamoci anche il particolare accento british delle loro opere, che ha saputo gettare semi che son germogliati anche tra le generazioni più lontane nel tempo: si pensi alla corrente britpop degli anni ’90!
Non che si voglia in questa sede sminuire la portata storica dei Beatles o dei Rolling Stones, ma è d’uopo rimarcare l’assoluta grandezza della band londinese nella formazione della cultura pop degli anni ’60, nello stesso ordine d’importanza dei Fab Four o delle linguacce rotolanti. E se il pubblico non gli ha tributato il giusto successo, di certo non può esimersi la storia nel riconoscergli il giusto merito. I Kinks sono quindi da considerare tra le più grandi e importanti rock band che la storia abbia mai avuto. E questo è quanto!
La storia del gruppo inizia in famiglia, quella dei Davies, dove due fratelli, Ray e Dave, sin da piccoli vengono affascinati dalla musica, grazie soprattutto alla passione che i loro genitori hanno per il jazz e il rock’n’roll anni ’50. I due ragazzi si iscrissero alla William Grimshaw Secondary Modern School, e lì ebbero la possibilità di mettere su un piccolo gruppo, i Ray Davies Quartet, mettendo nel gruppo un compagno di classe di Ray, Pete Quaife, e John Start. Per un po’ di tempo il gruppetto ebbe in formazione un giovanissimo Rod Stewart, che ben presto lasciò per fondare un suo gruppo. Alla ricerca di un’identità ben precisa la band cambia diverse volte nome, decidendo tra i vari quello di Raves e poi approdando a The Kinks, giocando sulla parola “kinky”, con la quale si indicava una sorta di devianza. Insomma per i Kinks la nuova cultura pop che stava emergendo doveva far leva sull’aspetto dell’oltraggio e della stortura.
I loro primi passi furono una cover di un pezzo di Little Richard, Long tall Sally, un pezzo di poco successo come You still want me, e il boom You really want me, pezzo rugginoso e intensissimo. Questo aprì le porte per l’omonimo disco d’esordio, seguito da un analogo Kinda Kinks. Chiude il primo periodo della band un album splendidamente british come The Kink Kontroversy.
Il 1966 cambia le cose, e arriva Face to face, un album da definire storico per tutta una serie di motivazioni: innanzitutto perché è il primo concept-album realizzato in Inghilterra, facendo il paio con tutta una serie di dischi che uscivano dall’altra parte dell’Atlantico. Poi per lo sberleffo continuo verso la società dei consumi inglesi, la presa di mira di usi e consumi, soprattutto dell’alta borghesia, nonché la presa di mira dell’aristocrazia ipocrita della casta delle popstar, veri e propri idoli della nuova generazione. E poi perché è un album sempre attuale, adatto a tutti i tempi, per le tematiche, la musica, la cura del suono. Una pietra miliare!
Il disco si apre col suono del telefono che squilla, e subito sfodera la scintillante Party line, cantata da Dave,  frenesia festaiola di Carnaby Street e di una Londra filtrata dai nuovi suoni, attraverso una melodia irresistibile, corale. Segue l’accorato folk-rock, ammantato di suoni madrigali, di Rosie won’t you please come home, nostalgica e autobiografica, in cui Ray supplica la sorella Rosie di tornare a casa, senza mancare di riservare un’invettiva alle classi agiate. Dandy invece concede un piccolo spazio di musica dalla vena comica, ironica, rivestendosi di un folk-beat di facile presa. Too much on my mind è un piccolo gioiello di scrittura e interpretazione, dove spicca nuovamente l’uso del clavicembalo, concedendo al brano una vena poetica e musicale squisitamente medievale, senza rinunciare alla contemporaneità e alla musicalità british. Session man è uno squisito pezzo pop, dove le chitarre disegnano atmosfere più distese. A questa fa da contraltare il tono plumbeo di Rainy day in june, malinconica e trasognante, il cui effetto dei tuoni le conferisce una speciale aura minacciosa. Chiude il primo lato il rock’n’roll sarcastico di House in the country, rivista poi dai Pretty Things.
Le onde del mare invece aprono il secondo lato con l’esotica Holiday in Waikiki, seguito dal rock’n’roll di Most exclusive residence for sale, che prende in giro gli status symbol della società borghese, e dal raga orientale di Fancy. Little Miss Queen of darkness prosegue su una musicalità pop interrotta poi da una batteria marziale nel bel mezzo della canzone. You’re lookin’ fine si concede qualche affinità col blues. Sunny afternoon invece oltre ad essere stato il singolo di maggiore successo, è un vero capolavoro di poesia e indolenza. Chiude la I’ll remember, tanto vicina al beat corale e acido dei Beatles.
Face to face non ebbe la fortuna di un grande successo, ma nello stesso tempo non solo si preoccupava di tracciare nuove vie al pop, ma ne disegnava anche gli ambiti più opportuni di riferimento, come quello delle storie di vita quotidiana, e il recupero dei suoni britannici per eccellenza. Questo lo ha reso quel piccolo gioiello che è, e che verrà seguito da una manica di capolavori come Something else by the Kinks, The Kinks are the Village Green preservation society, Artur or the decline and fall of British Empire e Lola vs. The Powerman and the moneyground. Il viaggio procederà tra alti (molti) e bassi (pochi, ma ce ne saranno), oltre alle vicende interne alla band che vedranno crescere tensioni e malumori, fino a quando non decideranno di sciogliersi nella seconda metà degli anni ’90, dopo aver dato alle stampe il dignitosissimo To the bone.
I Kinks hanno attraversato i generi e le mode, imprimendo in ciascuno di essi il loro personale marchio d’autore, rimanendo punti di riferimento costante per il pop a venire. Perché questo, come dirà Damon Albarn, non può certo morire!

 

Dio salvi Ray Davies, i Kinks e il Village Green
(Carlo Bordone)

 

Gennaio 2020: The Kinks – FACE TO FACE (1966)ultima modifica: 2020-01-02T11:29:57+01:00da pierrovox

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