Aprile 2020: Blur – PARKLIFE (1994)

1994 - Parklife

 

Data di pubblicazione: 25 aprile 1994
Registrato a: Maison Rouge, Fulham Studios, RAK Studios, St. John’s Wood (Londra)
Produttore: Stephen Street, Stephen Hague, John Smith & Blur
Formazione: Damon Albarn (voce, tastiere, organo hammond, sintetizzatori, clavicembalo, vibrafono, moog), Graham Coxon (chitarra, clarinetto, sassofono, percussioni, cori), Alex James (basso), Dave Rowntree (batteria, percussioni), Stephen Street (tastiere), Laetitia Sadier (voce in To the end), Phil Daniels (voce narrante in Parklife), Stephen Hague (fisarmonica), Chris Tombling, Audrey Riley, Leo Payne MBE, Chris Pitsillides (quartetto d’archi), Louisa Fuller, Rick Koster, Mark Pharoah (violino), John Metcalfe (viola), Ivan McCready (violoncello), Richard Edwards (trombone), Roddy Lorimer (filicorno, trombone), Tim Sanders (sassofono), Simon Clarke (sassofono, flauto)

 

Tracklist

 

                        Girls & boys
                        Tracy Jacks
                        End of a century
                        Parklife
                        Bank holiday
                        Badhead
                        The debt collector
                        Far out
                        To the end
                        London loves
                        Trouble in the message center
                        Clover over dover
                        Magic America
                        Jubilee
                        This is a low
                        Lot 105

 

 

Nessuno deve permettersi di venirmi a dire che il pop è finito
(Damon Albarn)

 

La vita moderna è spazzatura e la musica pop la sua rappresentanza? Chi lo sa? Ma intanto i Blur hanno percorso il loro cammino artistico cercando proprio di provocare il pubblico proprio per portarlo a pensare all’esatto contrario. Non in pochi pensano che il pop nella sua accezione più immediata non sia altro che degenerazione artistica, svilimento dell’ispirazione pur di dare banali motivetti in pasto alle masse oceaniche distratte e poco attente ai grandi tempi portati avanti dall’inflessibile e granitica convinzione che solo il rock possa rappresentarli. Un pregiudizio appunto… Ma come ogni pregiudizio questa è solo una banale e idiota convinzione del cazzo! E i Blur sono stati uno dei gruppi più forti nella determinazione di voler distruggere definitivamente questo pregiudizio di merda!
Prendendo già spunto dalla pop music degli anni ’80, soprattutto dalla scuola degli Smiths o degli Stone Roses, i Blur diventano una delle band icone della nuova corrente del brit pop anni ’90, che portò una ventata di freschezza e innovazione nella scena pop-rock britannica. Ma il pop dei Blur non si fermava solo all’aggiornamento delle melodie semplici e assassine dei Beatles e dei Rolling Stones; il loro pop era eclettico, alternativo, provocatorio. Se gli Oasis erano la faccia più “tradizionalista” del brit pop, e i Suede l’ideatori, i Blur erano coloro che diedero a questo genere l’aspetto definitivo del suo essere arte di fine Novecento con personalità e bizzarria non comuni. Dietro le faccette pulite e un tantino nerd si nascondevano dei piccoli e maldestri figli di puttana, strafottenti quanto basta e provocatori sublimi (loro bersaglio gli Oasis, che spesso ricambiavano con gli interessi) che avrebbero azzardato con i suoni, le melodie, le culture, l’estetica stessa del pop nel modo più ampio e acuto possibile.
La loro storia inizia sul finire degli anni ’80, quando due vecchi amici di infanzia, Damon Albarn e Graham Coxon, provenienti dall’Essex, si rincontrano a Londra alla College. Entrambi si interessano di musica. Damon Albarn già militava in un gruppo chiamato Circus, che aveva il batterista Dave Rowntree. In questa appunto entra Coxon, sostituendo un chitarrista uscito dal gruppo. Poco dopo entrerà a farne parte il bassista Alex James, e la band cambierà il nome in Seymour ispirandosi ad un romanzo di J.D. Salinger. Le prime esibizioni gli procurano un contratto con la Food Records, che insoddisfatta del nome della band, ma attirata dal suo talento, propone di cambiarlo con Blur. Cosa che la band accetta.
Un altro incontro molto importante per i quattro ragazzi è quello con Stephen Street, già produttore per gli Smiths, che riuscirà nell’intento di far convergere assieme tutte le svariate personalità del gruppo. E il primo passo sarà il fiammante singolo She’s so high, immediato e caratterizzato da dei suoni particolarmente nuovi. Questo sarà il trampolino di lancio per l’esordio Leisure, che però alla prova dei fatti si rivelerà ancora particolarmente acerbo, seppur contenga delle gemme autentiche come lo spleen di Sing e gli accenti Madchester di There’s no other way, echeggianti soprattutto gli Happy Mondays. Maggiore compattezza sonora e brillantezza scritturistica conterrà il secondo Modern life is a rubbish, con canzoni che faranno convergere tanto i Kinks quanto gli XTC (si pensi alla bellissima For tomorrow), o autentiche schegge impazzite di follia pop (Advert).
Ma le sementi vere e proprie del brit pop vengono lanciate col terzo e definitivo album, Parklife, riconosciuto come il capolavoro per eccellenza del genere, un album vario e nello stesso tempo così compatto. Un vero e proprio manifesto sonoro di brillantezza e genialità compositiva, oltre che affresco dove la briosa creatività di Damon Albarn si sbizzarrisce senza freni.
L’apertura affidata alla sintetica ed efferrata Girls & boys, oltre che come proposta generazionale, fa rizzare le orecchie a tutta l’Inghilterra che pensava di aver smarrito la propria tradizione da tanto, troppo tempo. Girls & boys è uno sberleffo, ma nello stesso tempo raccoglie gli umori di una generazione che ha vissuto fino ad allora nell’Inghilterra tatcheriana, e che ora vede nella tv, nella pornografia, nel divertimento forzato, nel salutismo spinto, e nello smarrimento, l’immagine di una generazione che ora non voleva fermarsi a riflettere, ma solo stordirsi. Segue l’ariosa Tracy Jacks, che nella sua melodia positiva in realtà descrive l’esaurimento nervoso di un uomo di mezza età a contatto con la realtà quotidiana. End of a century descrive come la fine di un secono venga rappresentata dalla spersonalizzazione più acuta vissuta dalla generazione di Albarn e soci. E in fondo la fine di un secolo “non è niente di speciale”. Segue una serrata title-track declamata dall’attore Phil Daniels, con il tema degli “uomini-parco”, “uomini-pattumiera”, piccioni, jogging. Il fun pub di Bank holiday invece investe con il suo minuto e mezzo di inaudita violenza, spremendo fino all’estremo tutto la logica monetarista dell’economia britannica. A questo punto l’album si apre all’introspezione con la bellissima melodia di Badhead, che però si soffermava sui postumi di una sbronza, come sosteneva spesso scherzosamente Albarn, oppure sul più delicato tema dei rapporti umani e della loro fragilità. Segue lo strumentale The debt collector, che cercava di mettere insieme tanto l’antica musicalità bretone quanto l’andamento maledetto di Tom Waits, e lo schizzo Far out, con una melodia sublime e sfumata sul finale, delicato collegamento con la “francese” To the end, che vedeva la partecipazione di Laetitia Sadier, con un Albarn in grandissimo spolvero, e un arrangiamento elegante e raffinato. Seguono i beat sintetici che aprono l’invettiva insolente di London loves (“Londra ama la sofferenza di un cuore che batte forte/Londra ama il modo in cui la gente finisce a pezzi”). Trouble in the message centre richiama i Jam di Paul Weller, con una sferzante ironia su usi e costumi della gente comune. Il clavicembalo e l’eco dei gabbiani che aprono Clover over dover fanno pensare a Kate Bush, ma approdano tra i Suede e gli Stone Roses. Magic America invece rinverdisce il sogno americano di Bill Barrett e si riallaccia all’omonimo locale a luci rosse che l’aveva ispirata. Ci si avvia verso la conclusione, ma prima di approdarci abbiamo spazio per l’esultanza scomposta di Jubilee, uno dei momenti più energici soprattutto nelle esibizioni dal vivo, ma subito dopo segue la dolente e bellissima This is low, uno dei vertici compositivi assoluti mai partoriti dalla penna di Albarn e Coxon, epica a struggente. E chiude il divertissement di Lot 105, nato come improvvisazione per poter provare un vecchio hammond comprato ad un’asta.
Parklife è uno dei dischi più belli che racconti dell’Inghilterra degli anni ’90, dei suoi modi di vivere, della sua gente. Album imprescindibile per poter avere la piena comprensione del fenomeno brit pop, oltre che autentica pietra miliare di eclettica personalità. L’album che ha lanciato i Blur nel firmamento delle rock band più importanti, e li ha consacrati al successo planetario. Un successo all’epoca condiviso dai “rivali” Oasis, che rispondevano a colpi di riff e melodie graffianti. Un successo che però ha evitato di cadere in autoparodia, anche quando si è tentato di fare il passo più lungo della gamba con il controverso (e comunque valido) 13.
I Blur sono artisticamente fermi con Think tank, pubblicato anno Domini 2003, e che non vedeva Graham Coxon tra le sue fila. Da allora reunion e progetti paralleli (importante menzionare qui perlomeno i “cartoon world” Gorillaz e The Good, The Bad & The Queen), e il successore The magic whip del 2015, nonostante Damon Albarn abbia registrato un buonissimo album a suo nome nel 2014, Everyday robots. I Blur sono ancora vivi, e questo è quello che poi veramente conta!

 

Parklife attraversa l’intera storia della post-British Invasion Britpop nel corso di 16 canzoni, toccando psichedelia, synth pop, disco, punk, e music hall lungo la strada. Damon Albarn ha destinato queste canzoni a formare un abbozzo di vita britannico a metà degli anni ’90, ed è sorprendente quanto è andato vicino al suo obiettivo
(Stephen Thomas Erlewine)

Aprile 2020: Blur – PARKLIFE (1994)ultima modifica: 2020-04-30T10:57:24+02:00da pierrovox

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