Maggio 2020: Kraftwerk – TRANS-EUROPE EXPRESS (1977)

Trans Europe Express

 

Data di pubblicazione: Marzo 1977
Registrato a: Kling Klang Studio (Düsseldorf)
Produttore: Ralf Hütter & Florian Schneider
Formazione: Ralf Hütter (voce, sintetizzatori, sequenze sinfoniche, orchestrazioni), Florian Schneider (voce, sintetizzatori, vocoder, votrax), Karl Bartos (percussioni elettroniche), Wolfgang Flür (percussioni elettroniche)

 

Lato A

 

                        Europe endless
                        The hall of mirrors
                        Showroom dummies

 

Lato B

 

                        Trans-Europe Express
                        Metal on metal
                        Franz Shubert
                        Endless endless

 

 

Tutti i musicisti cercano di creare gioia. Rispettateli!
(Karlheinz Stockhausen)

 

La domanda è: la musica può avere un’anima meccanica? Le macchine sono capaci di riprodurre note? E le note prodotte da una macchina, possono colpire al cuore, esattamente come lo fanno quelle che scaturiscono dalle corde di una chitarra? Stockhaunsen riteneva di si. La sua idea di musica spaziava talmente lontano, che lo strumento diventava quasi un oggetto del tutto relativo. Il linguaggio musicale non può rimanere intrappolato dentro un cliché, ed ecco che nel bel mezzo degli anni ’70, nella gelida Germania ancora divisa dal Muro di Berlino, e ancora tesa dalla guerra fredda, alcuni ragazzi di Düsseldorf, facendo propria la lezione del grande maestro, ritenettero che si potesse fare musica usando sequenze, campionamenti, frequenze elettroniche e onde radio. Ritennero che si potesse così coniare un nuovo linguaggio sonoro che potesse influenzare la popoular music, e che col tempo avrebbe ulteriormente permesso di coltivare ulteriori linguaggi sonori. Questi furono i Krafwerk (non a caso il termine si traduce con “Centrale elettrica”).
La loro storia nasce agli inizi degli anni ’70, quando due giovani studenti al conservatorio, Ralh Hütter e Florian Schneider, dopo aver militato in un gruppetto dal nome Organisation, pensano di mettersi in proprio e di fondare un loro gruppo. L’idea è appunto quella di stravolgere il canone estetico della musica popolare, e di pensare a qualcosa di veramente nuovo, diverso, elettrizzante, e che non si riducesse al solo stereotipo di rock band, ma che andasse ben oltre, lontano. L’idea era quella di una musica iper astratta e nello stesso tempo così drammaticamente densa degli umori della Germania in cui vivevano. L’idea era di coniare un linguaggio che parlasse al tempo delle macchine, e che facesse scaturire suoni anche dal metallo, dal computer, dalle onde radio e dalle frequenze. L’idea era di captare il suono ovunque esso si facesse trovare. In un certo senso seguirono un flusso che in Germania era già ben avviato (si pensi a fenomeni come Kluster, Popul Vuh, Can o anche i Tangerine Dream, ma anche al primo Franco Battiato in Italia, uno dei pochi nel Belpaese a smanettare con valvole e sintetizzatori), ma che qui in particolare doveva incontrare la melodia pop, proprio per non restare rintanato in una specie di sacrario per pochi eletti. L’idea era appunto quella della nuova musica della nuova era. L’idea era geniale!
I primi due album si muovevano dunque in una scia definita da loro stessi come “robot pop”. Segue il più complesso Ralf & Florian, che si avvaleva, tra le altre cose, della collaborazione del pittore Emil Schult. Mentre Autobahn si confermerà come il primio grande capolavoro dell’ensemble tedesco. A detta dello stesso Schneider il suono ottenuto dai Kraftwerk è “un insieme di ritmi funky, musica concreta e pop”. Segue un po’ più frammentato Radio-Activity e si giunge ad un altro grande capolavoro: Trans Europe Express.
Stavolta Ralf Hütter: “Il suono di un treno in corsa è musica. Vogliamo rendere consapevole la gente della realtà che la circonda inserendo nelle nostre composizioni i suoni di automobili e treni. Trovo che ci sia in essi una grande bellezza”. Una presentazione che vale molto di più di tante parole atte a descriverlo. Trans Europe Express quindi è il suono della realtà della seconda metà del Novecento. È il suono del nuovo modo di vivere. Il rumore diventa musica, e la musica spiega la realtà. La bellezza non sta nell’armonia, quanto nella realtà armoniosa che si può trovare in qualsiasi cosa.
In questo disco vi è una dose massiccia dell’utilizzo dei sequencer, campionamenti e strumentazioni varie della natura elettronica. E in un certo senso si dava voce alla disumanizzazione cui si stava assistendo. Le macchine avevano preso il posto dell’uomo nella vita quotidiana, dagli elettrodomestici ai calcolatori, e persino nella produzione industriale, e questa musica voleva rappresentare quindi tutto questo universo sonoro. In un certo qual modo il disco vorrebbe rappresentare dal punto di vista sonoro il viaggio di un treno che corre sui binari; vorrebbe ripeterne il suono metallico, assumerne l’anima meccanica.
Ed è così che parte con Europe endless, sorta di sintesi della storia del Vecchio Continente, bagnato dal sangue delle vittime delle sue guerre cruente, dalla follia dei suoi dittatori, e dall’imposizione arbitraria di un unico codice di comportamento. La canzone è una lunga corsa sui binari elettronici e dalle voci meccaniche che percorre le strade dell’Europa. Segue la decadente The hall of mirrors, dove l’eco sinistro delle frequenze, e la ritmica cadenzata che le conferisce un’atmosfera ancora più lugubre, aprono ad un inquietante viaggio interiore, dove l’artista si ritrova con l’altro sé stesso, di fronte al suo specchio, che lo rappresenta. Un po’ come trovarsi di fronte alla propria opera, e rivedersi in lei. In Showroom dummies si assiste invece alla surreale vitalità dei manichini, che invadono la scena, concentrando l’attenzione sulla tematica dell’uomo-macchina. In un certo qual modo in questo brano si anticipano, dal punto di vista sonoro, quelle trame musicali che saranno di dominio della techno-music a inizio anni ’90.
Il suono della ritmica elettronica che apre la title-track vorrebbe simulare quello del treno che corre sui binari, e le aperture sintetiche la visione del viaggio. In un certo qual modo una sorta di metafora sonora sulla realtà nella quale viviamo, e dalla quale non riusciamo più a distaccarci. Su quel suono ritmico prosegue Metal on metal, sulla quale si possono ascoltare dei rumori “metallici”. Se in Autobahn era il suono delle automobili che sfrecciavano sulla strada, qui è il suono del treno ad impersonare con visionaria genialità il nuovo senso della realtà. Ma ciò non toglie il tempo di guardarsi indietro, ed è così che i puntelli sintetici di Franz Schubert, così eterei e stralunati, disegnano ambientazioni nostalgiche, si guarda con romantico afflato all’antica tradizione tedesca, e la chiusura è affidata alla voce trattata nel frammento di Endless endless, segno che il percorso che porta al futuro è ormai qualcosa di irrefrenabile, inevitabile. Una sfida da accogliere.
Trans Europe Express, si può dire, è quanto di più bello e geniale “una macchina” è riuscito e riprodurre. La sua umanità sta nella sua “meccanicità”. I suoi colori sono quelli grigi delle atmosfere teutoniche, ma nello stesso tempo è possibile ravvisare la luce del sole e il calore del chiaro di luna, anche se in un’eco piuttosto sinistra.
Il percorso dei Kraftwerk proseguirà con l’altrettanto meraviglioso The man machine, denso di un romanticismo al neon, e i successivi Computer world ed Electric café, che descrivono la realtà ai tempi del personal computer. Mentre il loro ultimo lavoro in studio, tutt’oggi, resta il dignitoso Tour de France Soundtracks. La loro propulsione artistica però aprirà scenari straordinari per la musica rock, a iniziare dalle spinte della new wave (dai Joy Division a Siouxsie & The Banshees, dagli Ultravox ai Devo) al synth pop (dagli Human League ai Soft Cell, fino ai Depeche Mode), per approdare alla musica dance (New Order), alla cultura rave (Aphex Twin, Prodigy) e al cantautorato elettronico, di cui gente come Daft Punk o Massive Attack sono stati i più grandi protagonisti, oltre che loro degni eredi. E nello stesso tempo disseminare la loro lezione anche oltre il loro genere (da David Bowie agli U2). Quando si dice: lasciare un segno profondo!

 

I Kraftwerk sono stati la più grande soul band d’Europa. Negli anni ’70 erano davvero autentici, proprio perché rendevano chiara la comprensione di quel periodo particolare in Europa
(Bono)

 

Maggio 2020: Kraftwerk – TRANS-EUROPE EXPRESS (1977)ultima modifica: 2020-05-07T11:43:59+02:00da pierrovox

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