Giugno 2020: Dave Gahan – HOURGLASS (2007)

Dave Gahan - Hourglass

 

Data di pubblicazione: 19 ottobre 2007
Registrato a: 11th Floor Studios (New York)
Produttore: Dave Gahan, Andrew Phillpott & Christian Eigner
Formazione: Dave Gahan (voce), Andrew Phillpott (chitarre, sintetizzatori, basso), Christian Eigner (batteria, sintentizzatori), John Frusciante (chitarra), Tony Hoffer (chitarra), Graham Finn (basso), Niko Stoessi (chitarra), Kevin Murphy (violoncello), Karl Ritter (dobro), Jenni Muldaur (cori)

 

Tracklist

 

                        Saw something
                        Kingdom
                        Deeper and deepes
                        21 days
                        Miracles
                        Use you
                        Insoluble
                        Endless
                        A little lie
                        Down
 

Ai tempi di Paper Monsters forse prendevo la vita
in maniera più conflittuale, e facevo di tutto per allontanare
da me l’ombra invadente dei Depeche Mode.
Adesso invece mi sento più a mio agio con me stesso
e non me ne faccio una malattia se i critici continueranno a vedermi
come il frontman di quella band finché campo
(Dave Gahan)

 

Dei Depeche Mode Dave Gahan è stato ed è la voce e il corpo, mentre Martin Gore ne è la mente e l’intelligenza. Da questo connubio si è sviluppata una formula efficace e vincente per il synth pop degli anni ’90, trovando robuste nervature elettriche nel corso degli anni ’90. I Depeche Mode sono uno di quei gruppi che non si è limitato a sopravvivere alla sua epoca: i Depeche Mode sono una delle realtà più intelligenti ed influenti di tutta la musica pop moderna, riuscendo a far confluire nella propria formula tanto l’epicità calorosa e avvolgente di band del calibro di U2 o Simple Minds, quanto l’intelligenza sonora di realtà come Talk Talk, Jane’s Addiction o Nine Inch Nails, a seconda del periodo attraversato. Non si sono quindi limitati a sfornare hit da classifica e dancefloor, come un po’ tutti pensavano (malamente) ai loro esordi: hanno coniato uno stile, modaiolo ma non ruffiano, ammiccante ma non paraculo, ammiccante ma senza melassa, senza cadere quasi mai nella banalità.
La loro musica, spensierata ed inquieta allo stesso tempo, ha attraversato le generazioni, che affollano ogni volta stadi e arene per i loro concerti, che non smettono di comprare i loro dischi, e che li tramandano nel tempo. Ma questa musica nasce dalla grande umiltà dei membri della band di mettersi ogni volta in discussione, di non adagiarsi sugli allori, di guardarsi attorno.
E questo mettersi in discussione ha portato il frontman Dave Gahan, terminato il tour mondiale a sostegno di Exciter, a mettersi in silenzio a comporre musica per conto proprio, proprio perché, dopo oltre vent’anni di vita (e morte!) nella band, voleva un po’ scrollarsi di dosso il peso eccessivo di tutto quel successo, e soprattutto di quell’etichetta. Così nel 2003 viene pubblicato Paper monsters, il suo primo disco da solista. Ed esattamente in quell’anno anche Martin Gore pubblica la sua raccolta di cover Counterfeit. Il disco viene accolto benevolmente dai vecchi fans dei Depeche Mode, ed incoraggia Dave ad intraprendere per la prima volta una tournée in solitaria, senza i fidi compagni di band. Il disco era decisamente diverso da qualsiasi cosa fatta in precedenza con i Depeche Mode, perlopiù composto da ballate crepuscolari, esperimenti trip-hop e sofisticatezze varie. Questo cambiò le cose anche in casa Depeche Mode, visto che per la realizzazione di Playing the angel Dave aveva esatto di poter contribuire alla composizione per almeno la metà dei brani in scaletta. Ci si accorderà per tre suoi pezzi autografi (Suffer well, Nothing’s impossible e I want it all), che comunque segnarono un cambiamento di rotta nella direzione artistica della band, oltre a mettere in luce un talento impressionante anche in fase di stesura da parte del frontman, adesso anche lui mente del gruppo.
Tuttavia questo talento era destinato a crescere, e così nel 2007 venne pubblicato il secondo disco da solista di Gahan, che a detta di molti rappresentò un importante segnale di maturità artistica personale, dopo aver scaldato i motori col disco precedente. Realizzato con i turnisti dei Depeche Mode, e avvalendosi anche di collaborazioni importanti, Hourglass è un album che predilige maggiormente il blues al pop, le zone d’ombra della sua personalità alla luminosità, e un guardarsi dentro ancora più incisivo e profondo. In Paper monsters c’era più che altro la volontà di ribadire la propria identità di artista indipendentemente dalla band madre. Qui semplicemente questo problema non si pone, e quindi con disinvoltura e grande classe Dave riuscì a comporre un album strepitoso, cupo, dolente e pieno di belle canzoni.
Apre il disco Saw something, con i suoi borbottii elettronici in apertura, e un canto che prende il volo con grande enfasi (ben alimentata dal violoncello) e ariosità cinematica. In questo brano si può ammirare la collaborazione di John Frusciante, che non a caso lo vede particolarmente vicino ad alcune cose sue da solista. Si prosegue con la nervosa Kingdom, che fu anche il suo primo singolo. Il brano procede con intrecci di chitarre e sintetizzatori, mantenendo un profilo perlopiù cupo. Deeper and deepes invece si snoda su ghigni tribali e distorsioni varie, ricordando a più riprese le esplorazioni degli U2 di Pop. 21 days invece si snoda su sonorità industrial, e anche qui sono piuttosto evidenti le influenze degli U2 del periodo berlinese, mentre Miracles offre uno spazio di distensione sonora, estatica ed eterea, su un testo in cui Dave Gahan non fa mistero del suo scetticismo religioso, ma che comunque è sempre attratto dalla preghiera e dalla meditazione. In un certo senso porta in musica quelle dichiarazioni successive all’overdose del 1996 che rischiò essergli seriamente fatale, visto che fermò il suo battito cardiaco per quasi tre minuti. In quelle dichiarazioni Dave sosteneva di pregare spesso, anche se non sapeva chi, e che questo lo faceva stare bene, lo riappacificava con sé stesso. Ecco, Miracles parla appunto di questo.
Use you è un blues trascinato e cadenzato dal suono delle frustate, per poi esplodere in una serie di riff acidi. Insoluble è un altro pezzo che brancola nel buio della coscienza, scandendosi in un elettro-soul cupo e depresso. Endless invece viene aperta dal suono delle onde del mare, per poi proiettarsi in un cupo suono elettronico, molto groovy, quasi blues, che però in alcuni punti ci fa ricordare I feel loved dei Depeche Mode, ma senza divertimento. A little lie ci riporta nuovamente nei territori della band madre, ma con una serie di rumorismi e cacofonie che ricordano l’intro di People are people, per poi procedere a tentoni, tra synth maestosi e desolazione. Chiude il disco la tenebrosa Down, che ha più di qualcosa in comune con Creep dei Radiohead.
Hourglass è quindi un album che non si limita ad essere un dignitoso esercizio di stile di un grande artista: è il colpo di classe di quell’artista, che riesce a ribadire la sua grandezza anche lontano dalla band che gli ha dato la celebrità. Dave Gahan proseguirà il suo percorso da solista incidendo due grandi album con i Soulsavers. Loro la chiamavano un tempo “musica per le masse”, ma sapevano bene di mentire, perché volevano disorientare il pubblico del pop. Questa è musica per i corpo, ma soprattutto per l’anima!

 

Gahan all’improvviso si è riappacificato col fantasma/ossessione di Gore, e ha avuto la serenità di creare un album dalle sonorità scuro-elettroniche. Sì, esattamente quelle che hanno fatto la fortuna e l’identità della band-madre
(Damir Ivic)

 

Giugno 2020: Dave Gahan – HOURGLASS (2007)ultima modifica: 2020-06-04T09:19:53+02:00da pierrovox

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