Novembre 2020: Devo – Q: ARE WE NOT MEN? A: WE ARE DEVO! (1978)

Q we are not men

 

Data di pubblicazione: 28 agosto 1978
Registrato a: Konrad Plank Studio (Colonia)
Produttore: Brian Eno
Formazione: Mark Mothersbaugh (voce, tastiere, chitarra), Bob Mothersbaugh (chitarre, cori), Bob Casale (chitarra ritmica, tastiere, cori), Gerald B. Casale (basso, tastiere, cori), Alan Myers (batteria)

 

Lato A

 

                        Uncontrollable urge
                        (I can’t get no) Satisfaction
                        Praying hands
                        Space junk
                        Mongoloid
                        Jocko homo

 

Lato B

 

                        Too much paranoias
                        Gut feeling (slap your mammy)
                        Come back Jonee
                        Sloppy (I saw my baby gettin’)
                        Shrivel-up

 

 

La ribellione è obsoleta.
Bisogna cambiare le cose dal di dentro
(Mark Mothersbaugh)

 

Siamo nella seconda metà degli anni ’70. Il punk ha appena aperto una breccia nella storia del rock, tirando giù dai piedistalli i dinosauri che avevano cavalcato la scena nel decennio precedente. Era in moto un percorso di repentino cambiamento. Ma questo cambiamento non si limitava solo agli scenari disimpegnati e scanzonati dei Ramones, o alla violenza iconoclasta dei Sex Pistols; questo cambiamento tentava di rivedere l’approccio umano alla composizione musicale. Pertanto nel cuore della vecchia Europa, i Kraftwerk avevano provato a tessere un’anima nella dimensione androide dell’umanesimo del XX secolo. La canzone quindi non più come strumento di sentimento ed emozione, ma come gelida profezia apocalittica.
Dall’Ohio invece provenivano i Devo, che seppero coniare uno stile sapiente e trasformista, che fondeva tanto l’urgenza distruttrice del punk, quanto la dimensione colta ed evoluta dell’art rock e della new wave. In un certo senso è a loro che si deve la nascita del cosiddetto “punk rock elettronico”, secondo quelle esigenze sonore che studiavano il rumore metropolitano e gli spazi siderali, che avevano dato vita all’avanguardia dei Talking Heads e al fosco suono dei Pere Ubu. La loro stessa filosofia era quella della regressione, prendendo  il nome del gruppo appunto dal concetto di “devolution”, ossia seguire un corso che invece di progredire, sceglie di regredire, dimostrato ampiamente dalle disfunzioni e dalla mentalità gretta della società americana.
Il primo album della compagine americana, in tal senso, impone tale filosofia nella domanda di copertina: “Non siamo uomini?”. Immediatamente giunge la risposta: “Siamo i Devo!”. E per la realizzazione di questo disco, giunge niente meno che Brian Eno, e ci si trasferisce in Germania, esattamente dove David Bowie darà vita alla trilogia berlinese. Non a caso proprio David Bowie sostenne che i Devo sarebbero stati “la band del futuro”, oltre a affiancare Brian Eno nella registrazione del disco d’esordio.
Il disco si apre con le sciabolate chitarristiche e i ritmi sincopati di Uncontrollable urge, secondo l’idealismo tribale e metropolitano dei primi Talking Heads. Segue la cover spastica di (I can’t get no) Satisfaction dei Rolling Stones, confermando l’idea che per i Devo non bisogna spazzare quanto venuto prima di loro, ma rivisitare secondo una visione umanoide e robotizzata. Praying hands è dal canto suo un pezzo punk alla Ramones, rivestito di sonorità sintetiche e ritmiche sincopate. Space junk flette in un’unica soluzione tensione post punk e armonie spaziali, mentre il processo di devoluzione di acutizza nella schizzata Mondoloid, con un giro di basso di cui sono debitori i Joy Division e gli U2 di Out of control, e intromissioni sintetiche gelide, oltre ad una ritmica chitarristica ossessiva. Jocko homo è, se possibile, ancora più straniante, divisa tra struttura disco alla Blondie e avanguardia elettronica del Bowie berlinese o di Iggy Pop di The idiot.
La seconda facciata si apre con le cascate elettriche delle chitarre di Too much paranoias, che riprende alcune tematiche sonore di Byrne e le riveste con un abito hard, senza rinunciare ai ricami futuristici e fantascientifici. Segue la ballata lisergica Gut feeling/Slap your mammy, che parte in sordina per proseguire seguendo una velocità supersonica, e il country-blues epilettico di Come back Jonee. Sloppy (I saw my baby gettin’) invece si presenta con tutta la sua carica energica e le atmosfere d’altri mondi, surreali, robotiche, spaziali. Il disco si chiude con l’ossessivo e gelido andamento spastico di Shrivel up, dove non si avverte più in confine tra ciò che è umano e ciò che non lo è. Tutto è filtrato attraverso un effetto che “disumanizza” e lo riconverte in androide.
Dopo questo fulminante capolavoro, i Devo proseguirono il loro percorso artistico, perdendo un po’ il mordente (difatti certe opere, per forza di cose, restano uniche ed irripetibili), fino ad annacquare completamente la proposta con album fiacchi e deboli come Shout, Total Devo e Smooth noodle maps. Dopodiché la band si prende una pausa discografica di vent’anni, interrotta dalla pubblicazione di Something for everybody, che comunque non inverte la tendenza. Senza contare le dipartite: nel 2013 ci lascia Alan Myers per un tumore cerebrale, e nel 2014 Bob Casale per arresto cardiaco.
Nel momento più intenso e felice della propria carriera comunque i Devo hanno rappresentato, con arguzia e finezza intellettuale, la devoluzione umana, sostituita dal progresso tecnologico. E a guardarci oggi, tutti schiavi della tecnologia che ci circonda, bisogna dire che aveva visto bene e lontano…

 

I Devo avevano un’energia punk impressionante, ma non avevano paura di sperimentare. Le divise e le posizioni robotiche rappresentano una presa di posizione contro la fierezza selvaggia della musica, così come i tagli emotivi sottostanti attraverso una distanza dichiarata tra il gruppo e la satira
(Jon Savage)

Novembre 2020: Devo – Q: ARE WE NOT MEN? A: WE ARE DEVO! (1978)ultima modifica: 2020-11-02T08:48:29+01:00da pierrovox

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