Dicembre 2020: The Gun Club – MIAMI (1982)

Miami

 

Data di pubblicazione: 20 settembre 1982
Registrato a: Blank Tape Studios (New York)
Produttore: Chris Stein
Formazione: Jeffrey Lee Pierce (voce, chitarra, piano), Ward Dotson (chitarra, cori), Terry Graham (batteria), Rob Ritter (basso), D.H. Laurence Jr (cori), Walter Steding (violino), Chris Stein (bongo), Mark Tomeo (chitarra)

 

Lato A

 

                        Carry home
                        Like calling up thunder
                        Brother and sister
                        Run through the jungle
                        A devil in the woods
                        Texas serenade
Lato B

 

                        Watermelon man
                        Bad indian
                        John Hardy
                        The fire of love
                        Sleeping in blood city
                        Mother of earth

 

 

Nessun futuro! Non sono mai stato così annoiato in tutta la mia vita.
Andrò ovunque questo disco voglia portarci. E fare qualcosa, per essere
un pezzo di polvere. Semplicemente galleggiare
(Jeffrey Lee Pierce)

 

Esiste un lato oscuro della California, ed è quello incarnato dallo spirito di Jeffrey Lee Pierce e dei suoi Gun Club, cercando di addentrarsi sempre più nel tunnel di una musica che stava reinventando la sua fisionomia, e che dopo l’assalto nichilista del punk, e la disillusione delle ideologie, ora brancolava nel buio. I Gun Club erano appunto il lato oscuro della California dei primi anni ’80, esattamente come i Doors lo erano stati negli anni ’60. Il loro ideale era quello di tirare fuori, nel grande scenario del pop rock dominato dai sintetizzatori e dalle armonie romantiche, e dalle rockstar pompose da stadio, una sorta di nuova dimensione, di nuovo luogo sonoro dove manifestare apertamente le proprie frustrazioni. In un’intervista risalente al 1981, Pierce stesso ebbe a dire: “Parlo di emozioni tenute dentro e di perdita di fiducia; è parte della condizione umana essere così disillusi da far morire l’anima”. Parole che terrorizzerebbero chiunque, e che inquietano non poco, eppure per chi mastica di rock’n’roll, sa benissimo che in quelle pieghe non vi è altro che una sorta di ricerca di senso nel non senso. La musica dei Gun Club quindi rifletteva tutto questo, prendendo spunto proprio dal voodobilly psichedelico dei Cramps, dagli assalti assassini dei Birthday Party, reinventando una sorta di blues punk di notevole impatto.
Il primo passo della band sarà un vero e proprio capolavoro, Fire of love, pubblicato nel 1981, e grondante punk, rockabilly, country e blues con sfacciataggine e rabbioso talento. Per il secondo disco, qui scelto a rappresentare la band e il filone artistico cui fa riferimento, viene chiamato in cabina di regia Chris Stein dei Blondie, col chiaro intento di dare maggiore impatto e dinamicità al suono, oltre che una sorta di frenesia urbana. Non per niente ci si trasferisce da Los Angeles a New York, cercando di evolvere le idee già contenute nel primo disco, ma di non ricalcarne lo stile, né tanto meno il suono. Quello che ne viene fuori è semplicemente formidabile, nonostante di primissimo acchito non ricevette pareri molto favorevoli dalla critica. Miami è un album che spazia ad ampio respiro, e la mano di Stein cerca appunto di disegnare maggiori traiettorie che possano permettere alla band una visuale più larga delle possibilità aventi a disposizione.
Apre il country psichedelico e malato di Carry home, dal suono infetto e variopinto, che tanto influenzerà le idee innovative di Psychocandy dei Jesus & Mary Chain, evocativa e spumeggiante. Like calling up thunder procede con un irresistibile rockabilly country come solo Johnny Cash saprebbe farlo, ma ci tiene benissimo a calarsi in un bagno di acido, e rockeggiare folle e insana. Segue una Brother and sister splendente di suoni psichedelici e melodie irresistibili, motivi chitarristici scintillanti e un’andatura sinuosa, meravigliosa. Splende come un pezzo di Elvis e cattura con fascino californiano. Si omaggiano i Creedence Clearwater Revival con una psicotica e martellante rilettura di Run through the jungle, mentre Devil in the wood è il rockabilly malandato dei primi anni ’80 imbevuti di acido: Little Richard che incontra sulla sua strada Jim Morrison. Texas serenade invece presenta deliziosi spunti slide country, definendola come una ballata disperata e maledetta, esprimendo tutto il malessere e l’angoscia di Pierce nel canto. Abbiamo ancora spazio per la giungla sonora di Watermelon man. Si va su di giri col rock’n’roll impazzito di Bad indian, densa di energia primordiale. Il traditional John Hardy viene invece riletto in una chiava decisamente più classicheggiante. Si procede ancora con la sinuosa e rumorosa Fire of love, il rock’n’roll furioso di Sleepin blood city, per chiudere con la dimessa ballata country Mother of earth, anche questa richiamante Johnny Cash, e densa di consapevolezza esistenziale.
Miami è un capolavoro di autentica bellezza, malata e depressa, ma altrettanto carica di vitalità insana. Un disco che col tempo non è invecchiato per niente, e che continua ad affascinare, racchiudendo al suo interno tutto un mondo e un modus vivendi disperato, visionario e allucinato.
I Gun Club poi avranno un percorso segnato dai continui cambi di formazione, problemi di salute dovute alle dipendenze di Pierce, e la conclusione definitiva della propria storia giunta il 31 marzo 1996, quando un’emorragia cerebrale se lo porterà via. E se la sua arte spesso si era mostrata oscura e minacciosa, di certo sotto quella coltre di oscurità batteva un cuore umano.

Dicembre 2020: The Gun Club – MIAMI (1982)ultima modifica: 2020-12-07T14:36:25+01:00da pierrovox

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