Gennaio 2021: Moby – PLAY (1999)

Play

 

Data di pubblicazione: 17 maggio 1999
Registrato a: Moby’s Home Studio (New York)
Produttore: Moby
Formazione: Moby (voce, chitarre, tastiere, batteria, percussioni), Pilar Basso (voce), Nikki D (voce), Reggie Matthews (voce), The Shining Light Gospel Choir (cori)

 

Tracklist

 

                        Honey
                        Find my baby
                        Porcelain
                        Why does my heart feel so bad?
                        South side
                        Rushing
                        Bodyrock
                        Natural blues
                        Machete
                        7
                        Run on
                        Down slow
                        If things were perfect
                        Everloving
                        Inside
                        Guitar flute & sting
                        The sky is broken
                        My weakness
 

 

Play è stato un fenomeno davvero strano
(Moby)

 

Il rock filtrato dalla musica elettronica era l’aspetto più caratterizzante della musica di fine millennio. Ogni cosa aveva trovato il suo posto, e ogni genere era stato in qualche modo consegnato agli annali della storia. Ma questa fusione particolare, che non era del tutto nuova, comunque stava rappresentando un aspetto particolarmente identificativo della musica: quello della “contaminazione globale”.
In tutto questo emerge la personalità di un timido ragazzo newyorchese, all’anagrafe Richard Melville Hall, che, forse segnato dalla leggenda che lo vuole discendente di quell’Herman Melville autore del celebre romanzo Moby Dick (da cui il suo nome d’arte), comincia ad esprimersi a soli 14 anni, suonando con una band. In particolare Moby costituisce forse il vero prototipo del musicista “globale”, ovvero non di un musicista più o meno affermato che, nell’era della globalizzazione si affretta a rendere globale la propria opera. Un artista polimorfo, in divenendo.
Moby fa musica elettronica, impreziosita da campionature che non possono non evidenziare la nuova cultura musicale. Una caratteristica importante, predominante, nel suo messaggio sonoro, è quel senso di rotondità, quella capacità di lavorare le basse frequenze, stemperandole e rendendole “fluide”, tipiche del panorama del club newyorchesi che ha assimilato nella sua esperienza di dj. Tutto questo fu evidente in Play, il suo quinto album, che ne rappresenta il suo punto più alto, e caratterizzante della cultura di fine millennio.
Il disco è pieno zeppo di classici che hanno fatto storia, e che pullulano di elementi schizzati che messi insieme funzionano a meraviglia. A dimostrazione di questo si ascolti Find my baby: il brano attacca con un classico tum-ciak, in serie con la campionatura della voce, che ripete una sola frase, che ne costituisce il titolo. Poi entra la chitarra, o chitarrino, il basso elettrico, classico loop, semplice, ancora più semplice di quello di Adam Clayton in With or without you degli U2. Il suo lavoro è tutto lì: l’alchimia.
Altro classico la dolce Porcelain, sussurrata, carezzevole; la coinvolgente Bodyrock, raffinata presa in prestito dal crossover che evolve la simbiosi e l’alternarsi tra batteria e chitarra; Run on, che sembra un brano jazzy di colore uscita da una chiesetta della campagna statunitense; Natural blues e Why does my heart feel so bad, elettrizzante e carica di groove la prima, distesa e straniante la seconda.
Ma nel disco vi sono anche il funky elettronico di Honey, che apre le danze, il ritmo caraibico filtrato dall’elettronica di South side, le piste trip-hop dettate da Rushing, If things were perfect, The sky is broken ed Everloving, i sussulti techno di Machete, a metà tra Underworld e Chemical Brothers, e le distensioni atmosferiche di Guitar flute and string e My weakness.
Ecco, questa è la capacità di Moby di comunicare con gli ascoltatori che ha determinato il grande successo di Play: la semplicità, in tutto, nei suoni, nella struttura, nei tempi, negli accostamenti. Le piste si vengono a formare nella sua testa in modo semplice, le registra, e poi le accosta in modo semplice, come qualcuno che avesse un gurdaroba tutto di tinte pastello.
Peccato che dopo Play si sia rintanato in uno stile più misurato e alla curiosità di questo disco magnifico ha preferito il manierismo da mezza misura. Play comunque ha il grande merito di aver continuato a conferire dignità artistica a quella musica elettronica fatta di campionamenti e manipolazioni varie che fino ad alla sua uscita sembrava l’escamotage per chi non sapesse suonare, esattamente come Screamadelica che apriva il decennio che ormai volgeva al termine.

 

Il flusso e riflusso di diciotto brani concisi e contrastanti scrive una storia sul mondo e sullo splendido conflitto interiore di Moby tirando fuori i battiti del pianeta e le melodie ritmate
(Barry Walters)

 

Gennaio 2021: Moby – PLAY (1999)ultima modifica: 2021-01-18T08:04:55+01:00da pierrovox

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