Fort Zinderneuf

In primo piano

Il sole, naturalmente.
Appena posato il piede sull’ultimo gradino della scala ed uscito dal cono d’ombra dello spalto, la luce si diffrange in un’esplosione di schegge fra le ciglia socchiuse già pronte ad assorbirne l’urto; ma il cielo, non più limitato dal perimetro delle pareti del forte, incombe improvviso e definitivo come un mare capovolto dove si perdono schiume di nuvole.

Per quanto si sappia che sfuggirgli è impossibile, per quanto si abbia cercato di rasentare i muri per raccogliere un’illusione d’ombra nelle poche decine di passi che separano dal posto d’osservazione, per quanti siano ormai gli anni che dura questo confronto, non si è mai interamente preparati ad incontrarlo ed ogni volta si emerge, vacillando, nell’ illimite. È un attimo: immediatamente l’occhio riprende una parvenza di possesso dell’orizzonte, fissa punti di riferimento immaginari sulla terra senza forma, traccia una precaria alidada imperniata sul calcio del fucile; è un attimo, sì; ma è uno smarrimento che non si riesce mai a vincere del tutto, un istante di incertezza sospesa, l’arma segreta della luce.
Il sole, naturalmente. E il deserto.

Dopo che gli occhi si sono riappropriati dell’orizzonte, quando il quadrilatero del forte ed i suoi difensori catafratti ritornano ad essere tutt’uno con la distesa di sabbia e di luce come se fossero una naturale escrescenza della prima o una improvvisa solidificazione della seconda, si può finalmente rientrare nel proprio ruolo di vedetta, prepararsi a una vertiginosa economia di pensieri, a una vigile immobilità fatta di sguardi acuminati e pazienti, spasmodiche ricognizioni di una distesa indistinguibile di sabbia e rari palmeti.

Lo sguardo si affatica inutilmente tra le insenature alla ricerca del nemico, che pure deve esistere, perché senza di esso non avrebbe senso la nostra presenza qui. E quindi l’occhio prosegue nella  ricerca dell’idea del tuareg, di certo riparato dalle dune più alte, come noi febbrile e determinato a resistere alla morsa del sole. Sicuramente i nostri sguardi si sono incrociati innumerevoli volte e solo la distanza ha impedito che l’uno si rivelasse specchio dell’altro, iride nell’ iride, dove riflettere identici smarrimenti, medesime inquietudini e simmetrici odii.
E viene il dubbio – subito ricacciato – che se potessimo leggere tutto questo ognuno negli occhi dell’altro, finiremmo col trovarci perfettamente equivalenti, tanto da poter invertire i nostri ruoli e scambiarci di posto, ché senza questo reciproco fronteggiarci cesseremmo di esistere.

Si può arrivare ad accettare il delirio dello sguardo come naturale, ad assorbire questa solennità di luce e di silenzio, ma occorre imparare la pazienza dello scorpione e l’immobilità vibratile della migale.
È soltanto restando immobili, o limitando al massimo gli spostamenti, razionando sforzi e movimenti, che si riesce a mantenersi in equilibrio fra il cielo e la terra. Confondere il bianco dell’uniforme con quello della calce alle pareti; farsi pietra e diventare tutt’uno con le merlature; lasciare che l’ombra della visiera del kepì che si allunga lentissima sul viso ci trasformi in meridiane viventi a segnare un tempo perfettamente circolare, il cui reale scorrere può misurare soltanto la duna e la sua natura di clessidra eternamente capovolta dal vento leggero che la disgrega e ricompone.
Il sole, naturalmente. E i ricordi.

I miei, ormai, sono tutti racchiusi in qualche foglio ripiegato nel taschino della giubba. Il deserto è una scuola di essenzialità, si impara prestissimo a disfarsi di ogni zavorra, a farsi leggeri e fluttuanti come il turbinio della sabbia spazzata dal vento, l’unica cosa che si muova nell’aria pietrificata del mezzogiorno.
E alcuni ricordi non sono meno pesanti dei cannoni che presidiano i quattro angoli del forte, e sembrano affondare anch’essi nella sabbia, impossibili da smuovere, tanto che alla fine non si può fare altro che abbandonarsi, esausti, al loro fianco, a calcinarsi insieme a loro; perché il sole disgrega anche la memoria più tenace e restituisce la notte alla clemenza dell’oblio.
È solo per questo che siamo qui.

Soltanto quelli che hanno ceduto alla lusinga dell’esotismo non si trattengono oltre la ferma e sono la minor parte: questa lusinga, infatti, si rivela quasi subito per ciò che è: la prima delle infinite fate morgane che accompagneranno le lunghe ore di vedetta in questo niente che dissecca lo sguardo e asciuga i pensieri, scarnifica l’anima e la riduce all’essenza.
Tutti conoscono la leggenda della legione fantasma, a ciascuno è capitato di vedere, durante le marce delle interminabili perlustrazioni, il miraggio tremolante di un altro legionario camminargli accanto, silenzioso e trasparente nell’aria che ribolle. Guai a non prendere sul serio queste visioni, chiunque si sia trovato ad affiancare il suo camerata impalpabile e abbia inutilmente cercato di incrociarne lo sguardo perennemente in ombra sotto la visiera del kepì, sa di avere oltrepassato il limite invisibile che lo separa dalla vita precedente.
Alcuni vedono in queste misteriose rifrazioni un monito; altri una predestinazione. Ma i più non tarderanno a comprendere che si tratta soltanto dell’allontanarsi definitivo da sé di tutto quello che qui non serve più, eroso dall’azione incessante della sabbia e del vento.

A volte, specialmente quando il sole è allo zenit e tutto intorno è una vampa vibrante e l’immobilità diventa paralisi, ho l’impressione che in realtà le dune non siano altro che gli infiniti frammenti di carta sbriciolati fra le mani di chi ci ha preceduto, dune già pronte a gonfiarsi dei fogli sminuzzati di coloro che ci seguiranno.
Dune di carta triturata fino a inghiottire l’orizzonte, wadi di lettere, colline mobili di diari, ondulazioni di fotografie sbiancate dalla luce che non trattengono più l’immagine di nessuno; ricordi sminuzzati, atomi di memoria disgregata che nessuno riuscirà a ricomporre e perciò finalmente inoffensiva.
Bisogna fare attenzione a queste fantasie meridiane; occorre stare in guardia di fronte alla monotonia accecante che assedia, febbrile e spietata non meno dei tuareg; e ogni volta si deve stringere il fucile un po’ più forte, costringere il formicolio delle dita a riprendere coscienza della presa sul metallo che scotta, sfiorare le labbra con la punta della lingua per accorgersi che l’orizzonte ancora ci separa dal sole e dal liquefarsi silenzioso della mente nel calore che freme.

Presto anche questi fogli ormai illeggibili, saranno abbandonati al vento e al deserto.
E al sole, naturalmente.

L’Avvelenata

Confesso che ho perduto e mi sono messo in fila anche io, ad aspettare una cucchiaiata di attenzione, un’elemosina di stima (affetto no, affetto fa così vintage e amore, beh si sa che amor ch’a nullo amato cazzi suoi)
Confesso che ho creduto a sguardi che non valevano il bistro che li accendeva, ho ascoltato anime che si credevano dannate solo perché erano morte. Ho vegliato terrori che erano soltanto scazzi notturni, ho creduto lacrime le suppurazioni di una congiuntiva annoiata, ho scritto migliaia di parole a incoraggiamento di un mal di vivere che era solo polimenorrea col risultato d’aver tenuto il posto in fila perché altri lo occupassero dopo di me – arrivederci e grazie, ora non mi piaci più, prima era prima e adesso è adesso – ecco, io ho amato persone così e se esistesse un dio non dico infinitamente giusto ma almeno moderatamente assennato farebbe incontrare a ciascuna di queste il suo Theodore Robert Bundy semper laudatus sit, il solo che saprebbe valorizzarle come  meritano e invece tocca starsene qui a sentirsi dire “è estate, goditela” mentre lei se la gode con il tuo sostituto; infatti è estate e c’è il sole e la scuola è finita e lei se lo può permettere dall’alto della sua cattedra di scuola media, di professoressa di lettere che deve cercare su Google il significato del termine “callistenico” perché il greco mica l’ha studiato, lei era quella bella da sempre e se hanno fatto ministre certi personaggi può ben darsi che una laurea in lettere l’abbiano data pure a lei per meriti ornitologici e comunque che ti frega del greco: buttalo via un lavoro statale a fare un cazzo da mane a sera – ché cornificare il marito per anni e annorum affatica assai e il meritato riposo ci vuole.

L’uomo si tiene per la gola ma io preferisco le tette

Credo di essere stato l’unico, fra tutti quelli che hanno fatto il militare di leva dai tempi della creazione del Regio Esercito, ad aver apprezzato la cucina di caserma.
So che in tutti i racconti che riguardano disavventure di naja non manca mai un riferimento a quanto fosse immangiabile il vitto e di come di volta in volta il narratore lo giustifichi con le ragioni più immaginifiche e inverosimili, dal valore nutritivo dei topi morti all’occultamento dei cadaveri di vittime di nonnismo nel ragù.

Eppure io stesso ricordo gli sguardi tra il basito e lo schifato dei miei commilitoni rivolti più che alle bistecche troppo dure o alle pastasciutte scotte regolarmente messe da parte, alle mie mandibole che masticavano tranquillamente il cibo con passabile soddisfazione. Nei casi più abietti arrivavo a fare scarpetta con i resti di ciò che veniva spacciato per spezzatino, cosa mai vista dalla fondazione del Reggimento.
Il perché di tanta incredulità è presto spiegato: i miei colleghi di naja non avevano una madre come la mia. Eravamo fratelli di sventura, ma non di sangue.

Credo di essere il figlio (fortunatamente unico, e lo dico a nome degli Ungeborene) della sola emiliana che non sappia cucinare e non abbia mai fatto nulla per imparare. E non mi riferisco ai tortelli con la coda o al brodo in terza: intendo qualunque cosa richieda una preparazione più sofisticata del pinzimonio.

A questo si deve aggiungere che per molti cresciuti dalle mie parti, la famiglia era in genere composta da madre cattolica (di tendenze di solito progressiste e vaticano-seconde), padre comunista (che gli anni e la disillusione hanno trasformato in un quieto socialdemocratico salvo rigurgiti di brigatismo all’apparire in TV dei vari Cicchitto e Capezzone, ma questa è un’altra storia) e figli in anarcoide equidistanza.

Tutto ciò per spiegare come pur partendo da posizioni politiche diverse, entrambi trovavano un accordo perfetto (credo fosse l’autentico fondamento di molti matrimoni) sull’assoluta inutilità del fornire al pane quotidiano un dignitoso companatico: da una parte perché la rivoluzione non è un pranzo di gala e il guerrigliero sopravvive centellinando razioni K; e dall’altra perché “in Africa i bambini muoiono di fame e tu stai a fare il difficile” (rectius: choosy) di modo che per me il concetto di convergenze parallele ha sempre avuto un’aria di famiglia.

In particolare, mia madre era una spartiate gastronomica – i cui menu non avrebbero sfigurato nelle cucine della Lubjanka ai tempi della Ežovščina – che ha cresciuto un vero uomo, temprato a tutte le asprezze della vita moderna, che sa affrontare con olimpica indifferenza mense aziendali, cene di lavoro, luncheon meetings, ricoveri della Caritas , la già citata mensa militare, digiuni e marce nel deserto da far impallidire Lawrence D’Arabia, tanto che quando mi capitò di leggere nel manuale di sopravvivenza dei Marines dei vari modi di procurarsi il cibo in situazioni d’emergenza, mi parve francamente pensato da dilettanti.
Ovvio che abbiano perso quasi tutte le guerre dal Vietnam in poi. Di sicuro i Vietcong mangiavano chez maman Rosa e i risultati si sono visti.

Perché il cibo non è solo nutrimento, il cibo è soprattutto Etica e Maieutica: mangiare a casa mia era un allenamento filosofico. All’ennesima citazione di bambini del Biafra o del Mozambico davanti al mio caparbio tagliuzzare la crosta bruciacchiata della pizza per separarla dal resto, io imparavo a rispondere di stare appunto mettendo da parte il cibo per sfamarli – e a beccarmi del disgrassiè anziché essere apprezzato come precoce dialettico.
Ma si sa che dietro ogni grande uomo c’è una grande donna che non sa cucinare.

Se tutto questo fa sicuramente curriculum per entrare nella Legione Straniera, non si può negare che abbia qualche effetto collaterale nell’ambito della vita sociale, dato che è noto fin dai tempi di Platone che il Simposio è un ritrovo di ubriaconi che socializzano gozzovigliando e palpeggiando giovinetti/e (e lo chiamano filosofare) e che a certi livelli di sofisticazione sociale, se non sai parlare con proprietà di anatre all’arancia o cailles en sarcophage, non ti si filano neppure se sai citare a memoria tutta la Recherche pur non avendo mai assaggiato una madeleine che fosse una.
Ecco perché quando mi chiedono “cosa mangi di buono stasera” rispondo sempre con nome, grado e numero di matricola: altro non posso e non voglio dire nemmeno sotto tortura.

Per questo i miei tradimenti più inconfessabili hanno riguardato sempre la cucina piuttosto che il talamo.
Ho ingannato per anni fingendo di distinguere un Potage Colbert da una Soupe à l’oignon gratinée per non ferire chi metteva il suo affetto anche nell’attenzione con cui si prepara un pranzo speciale per un’occasione particolare – senza sapere che “particolare” era per me l’essermi ricordato dell’occasione – e così tradivo: come l’infame che chiude gli occhi con la propria compagna immaginandosi la Ferilli, io mi abbrutivo lodando qualsiasi cosa si trovasse nel piatto, con le papille gustative ormai anestetizzate da anni dei famigerati polpettoni di avanzi di Mamma Rosa.

L’uomo si tiene per la gola ma io preferisco le tette. Sono traumi dell’infanzia, cercate di capire.

L’Erinni

Michele la vede sbucare all’improvviso da dietro un albero. Dapprima è una macchia rossa ai margini del campo visivo che si fa largo fra i sambuchi; appena il tempo di percepirla e la macchia prende le fattezze di una ragazzina minuta e nervosa che indossa una maglietta di quel colore e che si ferma a pochi passi da lui, come se si fosse aspettata di non trovare nessuno al laghetto proprio quel pomeriggio e valutasse se tornare indietro per evitare un incontro sgradito.
Lui smette di colpire le canne che stava decimando con un bastone, impegnato in una battaglia immaginaria contro l’avanguardia di un esercito tanto immenso quanto immobile e si ferma davanti a quella apparizione improvvisa. Prova un leggero disagio che è quasi imbarazzo nel vedersi scoperto a giocare in modo così futile e rallenta l’ultimo colpo di bastone deviandolo verso il suolo, iniziando a frugare tra l’erba con delicatezza, come se stesse cercando qualcosa che aveva perso e che si fosse tutt’a un tratto ricordato dove guardare per ritrovarlo.
Pensa che salutarla potrebbe dargli un contegno e magari sviare l’attenzione dai calzoni inzaccherati.

Ciao.

Lei lo guarda e ricambia il saluto con una voce che non cerca confidenza. Educata, come quella che ci si aspetta da lui quando papà e mamma invitano a cena qualcuno dei loro amici. Sembra un po’ più grande, non di molto, più o meno l’età di sua sorella e sa che dovrà prepararsi al suo stesso atteggiamento accondiscendente.
 Non l’ha mai vista da quelle parti ma è anche vero che lui ci viene raramente e in questo periodo d’estate ci sono molti villeggianti, potrebbe essere arrivata da poco. Di solito lo portano più a valle, al lago vero, quello grande, a nuotare e a fare i tuffi. Ma oggi i genitori non ci sono e deve accontentarsi di perlustrare le macchie di rovi intorno al torrentello vicino casa che è poco più di un rigagnolo, raccogliere qualche mora e inventarsi tutto quello che manca per far trascorrere il tempo fino ad ora di cena; ogni tanto capitano giornate così, non proprio storte ma sbilenche, fuori asse nonostante le promesse di avventure mai mantenute di papà. E per lui che trascorre la maggior parte del tempo in città, tutte quelle ore vuote da affrontare da solo lo mettono a disagio. In genere gli basta poco per svagarsi: osservare i pesci che si muovono indolenti nell’acqua poco profonda o costruire piccole imbarcazioni incastrando pezzi di corteccia degli alberi e ramoscelli; ma dopo un po’ quel giorno la noia lo aveva assalito e allora aveva raccolto un ramo da terra e iniziato a mulinare colpi fingendo di essere uno di quei moschettieri visti al cinema, ma in realtà solo per scaricare la rabbia di un pomeriggio che non vuole saperne di trascorrere.

Lei non sembra intenzionata a continuare la conoscenza, anzi dopo la sorpresa dell’incontro con lui riprende a camminare costeggiando il ruscello; ma Michele capisce che quella è l’unica speranza di allentare il tedio di una giornata iniziata male. 
Si ripete che è solo una ragazzina, però parlarle richiede più coraggio di quanto si sarebbe aspettato. Attende che sia più o meno alla sua altezza e spera che la voce non gli esca troppo intimidita.

Come ti chiami?

Lei incrocia lo sguardo di lui qualche istante prima di rispondere. Lo sguardo si allunga in un sorriso che sembra malevolo ma forse è solo forzato – Megera – dice in fretta, e poi torna a guardarsi d’intorno, come fosse indecisa su quale direzione prendere.

Michele rimane interdetto. Non aveva mai sentito quel nome. Nessuna delle sue compagne di scuola si chiama in modo così strano. Riflette. Ci sono Carla e Luisella. E poi Patrizia e Francesca e quella smorfiosa di Katia che strilla ogni volta che qualcuno prova toccarle le trecce. Ma Megera mai, non l’aveva ancora sentito. Neanche frugando fra i nomi più strani che portano i grandi, specie gli anziani come le nonne Anastasia e Clelia e quel fenomeno sonoro di zia Imelde, riesce ad incontrare un suono vagamente simile. Deve essere un nome vecchissimo, Megera. Antico forse.

E poi Megera ha un suono particolare. Michele ha un orecchio tutto suo per il suono delle parole, per questo ne ricorda così tante e anche se le usa più con spavalderia che con proprietà, riesce sempre ad essere preciso a suo modo. Gli sembra che conservino nella loro particolare alternanza di vocali e consonanti una specie di impronta del loro significato e della loro natura. Tanto che acqua gli gorgoglia in gola ogni volta che la pronuncia e il ruscello lì accanto non smette di scrosciargli nella testa persino quando ne scrive la parola sotto la dettatura del maestro, a scuola.

Accade anche con le persone. Elena lo fa pensare ad un movimento pigro e scostante della mano, forse per quell’attacco sulla vocale iniziale subito frenato dalla brevità della parola (l’altezzosità, il termine che più si avvicina a questa sensazione, l’imparerà più tardi e sperimenterà molte volte negli anni che verranno); invece Luisella suona allegro ma insieme ingenuo e indifeso, per quello lei gli è più simpatica di tutte. Solo riguardo al suo proprio nome non riesce ad esprimersi, forse perché trattandosi di se stesso non ha la necessaria distanza per ascoltarlo con orecchie di estraneo. Michele a forza di sentirlo pronunciare così spesso da altri, ha finito col non dirgli più niente.

Ma Megera gli sfugge. Come fa tutte le volte che incontra una parola nuova socchiude gli occhi e prova a contarne le sillabe, lentamente. Me-gè-ra. Tre sillabe; e il metronomo della sua mente scandisce il tempo.

È un bel nome ma è strano. Non l’avevo mai sentito.

Non è un bel nome. Megera vuol dire cattiva. Brutta e cattiva.

Michele si domanda perché mai due genitori abbiano deciso di chiamare così la figlia. Se fosse stato vero, brutti e cattivi dovrebbero essere loro.
Ma tu non sei brutta, vorrebbe dirle, però non lo dice. Cattiva non può sapere; potrebbe anche darsi, da come sorride, con quel sorriso fisso che sembra voglia prenderlo in giro anche quando non lo guarda; gli è passata accanto agile e noncurante con una sicurezza che lo intimorisce; ma brutta no di certo con quei capelli biondissimi e lisci e gli occhi affusolati così pieni di curiosità che più che fissare le cose sembrano sul punto di agguantarle.  Però non può stare zitto, ma dire che non la trova brutta si vergognerebbe: sono solo le ragazzine che ci tengono tanto a quelle cose. Considera i suoi pantaloni macchiati di erba e fango come a cercare conferma del fatto che essere maschi è una cosa seria. Se fossero al lago vero le farebbe vedere come si fa a far rimbalzare i sassi piatti e levigati sul pelo dell’acqua; ma quella è poco più di una pozzanghera, e non ci riuscirebbe.
 Raccogliere una pietra da terra e gettarla con indolenza nello stagno è l’unico modo che trova per sciogliere il silenzio e diluirvi il suo imbarazzo.

Plop.

Chissà che parola si potrebbe associare al suono di una pietra che cade nell’acqua.

E perché sei cattiva?

Perché mamma dice che sono disobbediente. Faccio sempre quello che voglio – aggiunge con una punta di orgoglio. Prova a sbirciare se Michele la sta osservando, ma lui ha già ripreso a cercare sassi intorno allo stagno.

E poi scappo da casa fin da quando ero piccola.

Michele si ferma, un sasso incrostato di fango nella mano.

Scappi? Non ci credo. E per andare dove? E indica tutt’intorno, perché quell’angolo di boscaglia dove spesso inscena i suoi giochi solitari, a forza di rappresentare tutto il mondo, alla fine è come se lo fosse diventato e gli pare impossibile che ci sia un oltre.

Megera strizza gli occhi per difenderli dai riflessi del sole sull’acqua.

Vado dove posso stare sola. Dove non c’è gente. E poi aggiunge – La gente è noiosa.  Sta in silenzio per un attimo e poi lo guarda di scatto, gli occhi obliqui senza ombra di timidezza.


Anche tu sei noioso


Megera si allontana veloce e non si volta più indietro; imbocca uno dei tanti sentieri che si irraggiano dallo spiazzo ed è subito nascosta dagli alberi.

Michele rimane lì, con il sasso ancora in mano. L’ultima frase non resta a galleggiare nell’aria ma penetra dentro lentamente nonostante l’avverta così pesante; gli sprofonda nell’animo come le pietre lanciate nello stagno. Non capisce il perché di quella pesantezza: era solo una ragazzina smorfiosa come tutte le ragazzine, ma quel saluto sprezzante e immotivato gli fa battere il cuore di un’ansia nuova che è quasi come perdere l’equilibrio.

Raccoglie il bastone da terra e si avventa sulle cime delle canne.

A Camilla, che forse è stata così

Chiamatemi Ismaele

L’Isola è una concrezione dello spazio, l’intersezione di un fascio anonimo di meridiani e paralleli che si fa roccia e terra, una tumefazione del mare, sbrindellata di insenature come una vecchia mappa: corrosa di golfi, frastagliata di scogliere, chiusa in se stessa, nemica al mondo e al mondo ignota se non per antiche tracce che vanno scomparendo dalla memoria degli uomini.
Le rotte che l’attraversano sono un crocevia di ossessioni che hanno l’inquietudine come merce di scambio e che vengono variamente indicate da parole che cambiano di significato come un serpente la pelle; parole ingannevoli, falsamente definitive che rimbalzano da un orecchio all’altro amplificandosi di ricchezze sempre più favolose. Oro, argento, pietre, sfumano nel sempre meno definito via via che le concupiscenze si fanno più grandi e per uomini alle cui menti l’incalcolabile inizia dopo qualche migliaio, l’Infinito prende il nome di Tesoro, l’unica effemeride che presieda da sempre al culminare e invariabilmente al declinare della loro stella.
E l’infinito, lo smisurato di cui oscuramente si percepisce il Tesoro stesso non essere che una pallida risonanza, diventa un’oppressione del cuore ogni volta che lo sguardo incrocia l’orizzonte limitato dalle sagome di agili tre-alberi alla fonda, neri contro il cielo nero in una notte come questa, raggiata di stelle d’impensate magnitudini.
Il mare è tranquillo, lo sciabordìo delle onde che si allungano sulla battigia fin quasi a sfiorare i primi lentischi è una nenia sonnolenta ritmata dallo sbattere dei remi negli scalmi delle scialuppe lungo la Rada del Sonno, dove la risacca riappacifica nel mare fumi di sonni inquieti e veglie smaniose di rotte intentate.

Chiamatemi Ismaele. È un nome buono come un altro, un nome non ignorante di portolani, costellazioni e sestanti; ma anche nome di marrano di una fede mai posseduta, medico di cicliche malarie, cronici scorbuti, tassonomo di tutte le arti conosciute per dare o sfuggire la morte, custode di proteiformi esperienze e sconnesse narrazioni che la mia abitudine al commercio con le parole trasformerà in sapienza, conoscenza, o semplicemente nella indispensabile teogonia del mare per chiunque abbia posto l’oceano a sineddoche dell’universo.
E di conseguenza, in ultimo, anche insospettato dispensatore di unzioni vicarie per gli agonizzanti, viatici a chi in vita sprezza la forca e irride la morte e il diavolo ma è sempre sul punto di cadere in deliquio per il terrore di una Bibbia calpestata.

Qui, sull’Isola, ciascuno seppellisce il Tesoro del proprio passato, il solo che gli sia concesso di possedere in perpetuo; chi tutto intero, per smemorarlo in un eterno presente inattaccabile anche dal liquore più ardente; e chi invece soltanto in parte, conservata dopo cèrnite indecise, sofferte spigolature, il cui dolore fioco e sotterraneo quasi mai riesce a farsi coscienza.
Tutti hanno il proprio angolo di memoria e giacché il ricordo è un modo consapevole di sognare, nessuno rimprovererà a nessuno la scelta del nome che sull’Isola farà da specchio deformato alla scheggia di universo riportata da infinite traversate, insieme bottino e zavorra.
Perché l’Isola è mappa del mondo e noi ne siamo la mutevole Rosa dei Venti.

Di tanto in tanto un vento leggero porta l’eco della voce gracchiante del Capitano Flint e del suo grido di guerra scagliato alle stelle — “Pezzi da otto, pezzi da otto!” — quando il Demone Incubo gli opprime il petto; e quel rauco canto notturno si frange sulla roccia di silenzio di Achab e del suo cannocchiale che occhieggia disperato alle onde screziate dalla luna in cerca del suo sabba di morte.
Da qualche parte, la raucedine di un’armonica tenta una melodia che s’interrompe per ricominciare quasi subito, con un’ostinazione che la rende se possibile, ancora più sgraziata. Sono le poche voci dell’Isola che la notte consente senza esserne violata, voci scorticate dalle profondità che hanno dovuto percorrere per lampeggiare nel buio e subito spegnersi, profondità irraggiungibili da qualunque scandaglio.

Nessuno ci ha esiliato. Nessuna bolla di pontefice ha fatto di noi degli eresiarchi, ne’ chiodo ha inciso i nostri nomi su ostraka di terracotta che ci bandissero, non balivo ha affisso lungo le contrade d’Europa le grida che decretassero per noi perpetua vita randagia.
Qui non ci sono anacronismi perché i mesi, gli anni, li facciamo noi, sono nostri, ci appartengono come dovevano appartenere a Robinson prima che il fatale incontro con Venerdì gli facesse l’ambiguo dono del tempo in cambio della Legge.
Qui il tempo è ancora quello segnato dalle tacche sulle impugnature di coltelli che hanno abbandonato le ossessioni di sangue che il sale ha trasformate in placidi sogni di ruggine.
Robinson, l’apostata di una comprensione estorta alla paura, un privilegio che il pio Jim Hawkins non seppe mai.

Il mio tesoro sta tutto in una scacchiera di alabastro e nei suoi pezzi fusi nel peltro da un anonimo artigiano spagnolo, che me ne fece dono in cambio di una intercessione che gli salvò la vita, al largo di una costa che non serve ricordare ma che pure trova qui, sull’Isola, la sua proiezione.
Ho srotolato con infinta cautela gli strati di panno che l’avvolgono, rivelandone ai guizzi incostanti della lampada a olio la superficie liscia e scintillante, traversata da venature perlacee. L’ho poggiata sulla cassa che fa da tavolo, preparandomi al rito solenne e misterioso della disposizione dei pezzi sulle loro case.
L’artista che con scarso guadagno ha barattato la sua vita con questa scacchiera, ha fatto di ciascun pezzo un’allegoria del nostro destino; e in un modo incognito che percuote la mia ragione ogni volta che il pensiero la attraversa, è riuscito a dotare queste forme di una sorta di profetica maestà, in ragione diretta alla cura con cui ha realizzato l’opera. Perché figure in forme di uomo e di nave si affrontano in quel simulacro d’universo, come l’Isola conchiuso in se stesso, oltre le cui Colonne d’Ercole d’ebano scuro lavora eterna e silenziosa la clessidra del tarlo.

Ricordo la sorpresa che mi assalì con la violenza di una rivelazione quando, vedendola per la prima volta, osservai che gli umili fanti che si schierano nella seconda fila erano sostituiti da caravelle spagnole fronteggiate da caravelle portoghesi, poggiate orgogliosamente su di una sfera armillare; come a pretendere dal mondo intero un tributo di sottomissione all’arroganza della flotta.
Non è difficile immaginare nelle figure regali con lo scettro e l’ermellino i nomi di Ferdinando il Cattolico e Don Giovanni di Portogallo; così come certamente gli alfieri seduti sugli scranni che stringono nelle mani sestanti e mappe con pensosa severità non sono altri che Colombo e Magellano a contendere in eterno a Vasco De Gama e Pedro Alvares Cabràl la strategia che porterà alla conquista di un nuovo mondo; e i cavalli inquieti dalle froge dilatate, certo portano in groppa la distruzione di Cortés e Pizarro, o l’arroganza di Francisco De Almeida e Alfonso di Albuquerque.
Le sfere che sostengono le caravelle con le loro enormi vele sono saldate al piedistallo in un minuscolo punto, fragile. E infatti, per alcune di esse ha finito con lo spezzarsi, per cui si è costretti a giocare con alcune navi rovesciate ed è impossibile, durante una partita, sottrarsi al fascino orribile di queste immagini di naufragio, non considerare che questa profetica scacchiera ha previsto le sorti dell’Invencible Armada e forse, di qualunque altro giocatore. Un frammento di storia, uno scontro che non troverà mai la sua Tordesillas, era stato fuso nel metallo, perché la battaglia si ripetesse in eterno, antica come il mare, irrequieta come l’uomo.

Passai un certo tempo assorto in partite solitarie, più che altro a studiare la forma squisita dei pezzi, alla ricerca di invisibili imperfezioni, cercando di dare un nome alle architetture sconosciute delle torri avversarie che ancora mi elude: sia di quella spagnola, alta e slanciata, che di quella portoghese, più tozza e larga alla base. Ma il fascino di quelle forme e delle geometrie che si disegnavano sulla scacchiera durante svagate partite contro me stesso, aveva finito con il contagiare anche gli altri. Dapprima accettammo di degradare quelle forme eleganti e aristocratiche al ruolo di pedine di dama, gioco che quasi tutti conoscevano; ma non passò molto che, conquistati dalla complessità del gioco che si intuiva dalla diversità dei pezzi, quasi tutti arrivarono a chiedermi di insegnar loro le regole, certo catturati da quelle navi, da quegli arrembaggi fulminei, senza strage eppure così violenti.

Pochissimi si rivelarono insensibili a questo fascino, il movimento arabescato del cavallo, l’anarchia dell’arrocco, i rapidi affondi degli alfieri che il tracciato diagonale rende più veloci, l’irruenza tutta materiale delle torri, ai loro occhi si contrapponevano per beffarda ironia al moto lento delle caravelle, a uno scivolare placido e faticoso sulle onde bicolori della scacchiera, di casa in casa, e alla loro presa indiretta, come di soppiatto, indegna di uno scafo. E i movimenti impacciati del Re, così umilianti accanto all’effervescenza della Regina, avevano solleticato lepidezze e sarcasmi; e vi fu chi, incredulo davanti a quel rovesciamento di ruoli, arrivò a proporre la riparazione del torto, a ristabilire l’ordine anche alla scacchiera invertendo le regole di gioco per i sovrani delle armate di metallo.

Le mani esitano più del solito quando si tratta di muovere un pedone, indugiano in un una pausa adombrata d’angoscia prima di afferrare una torre. E non si tratta soltanto di un supplemento di riflessione nel dispiegare strategie che, dati i giocatori, sono per forza di cose elementari; è senz’altro la superstizione in cui ciascuno cade, superstizione del veder rappresentato se stesso su quel mare minerale, il presagio oscuro e insistente che la caravella che rischia la cattura potrebbe essere la divinazione del proprio naufragio.
Per questo ciascuno si siede davanti alla scacchiera come nell’attesa di conoscere il proprio destino: e se spesse volte, insieme alle carte entrano nel gioco randelli e pugnali, Vasco De Gama e Magellano si affrontano in un silenzio oracolare che sgomenta l’impazienza, silenzio cui è sfuggito Long John Silver con l’intuito misterioso e infallibile del predatore, rifiutandosi fin da subito di imparare le regole di questa màntica di morte senza sangue.

L’aria è immobile, e lo stoppino brucia bene. Allineo i pezzi, in attesa di un avversario che non verrà.
Anche sulla scacchiera c’è bonaccia stanotte, I cavalli si studiano con indolenza, le caravelle avanzano di casa in casa in una ipotesi di battaglia che non ci sarà, come se gli Ammiragliati antagonisti volessero soltanto saggiare le loro flotte in mare aperto.
In questo tempo rappreso, nella sua libertà immobile senza Legge o Regola, anche agli scafi di peltro sull’oceano di alabastro sarà consentita la mossa all’indietro, il ritorno, l’attracco senza viltà al porto dove avevano giurato vittoria o morte.

E allora chiamatemi Ismaele, un nome buono come un altro in questo limbo di Caraibi, atollo più, atollo meno, lungo la Rada del Sonno.

Qui, a Tortuga.

Dimenticarvi

È che a volte ritornano e te li trovi davanti proprio mentre stai facendo altro, mentre stai pensando ad altro, quando la tua vita inizia a prendere una direzione diversa dopo tutto il tempo passato ad avvitarsi su se stessa e all’improvviso sono lì, davanti a te, con i loro sguardi, le loro parole che speravi di avere dimenticato, fatti di vuoto e di nostalgia, il dolore del ritorno impossibile.

Ritornano per contrasto, per compensare un vuoto più recente, ritornano per dirti io ci sarei stata e anche se non hai più voglia di starle a sentire perché la tua memoria gronda delle loro parole, te lo ripetono comunque e se non sono loro è il dolore del ricordo che non se ne va, resta lì come una eterna pietra d’inciampo a rinnovarsi ogni volta che qualcuno esce dalla tua vita, persino quando non c’era mai entrato.

Ci si sveglia invecchiati e stanchi dopo ogni nuova delusione, dopo essersi sbagliati un’altra volta, un po’ più vuoti e molto più cattivi eppure sarebbe bastato poco, ma vai a sapere cosa è poco e cosa è tanto, cosa è importante e cosa soltanto un accidente dell’incontrarsi o un gioco dell’immaginazione preso troppo sul serio per qualcuno a cui non piaci più o forse non sei mai piaciuto ma facevi comodo tra qualcosa di meglio e l’altro.

La tua assenza non ha vuotato queste stanze
soltanto il mio silenzio è un po’ più denso
così ti ricordo – se il ricordare ha un senso

Ma certe persone non le dovremmo ricordare mai, bisognerebbe istituire dei corsi per depotenziare il ricordo, insegnare una ars oblivionalis complementare a quella memorativa, poter fare un percorso a ritroso nelle stanze della memoria dove gli antichi collocavano le cose da ricordare per ritrovarle ripercorrendone i luoghi con l’immaginazione.

O meglio ancora farlo esplodere, questo maledetto palazzo della memoria, dinamitarlo una volta per tutte e aggirarsi finalmente tra macerie indistinguibili, muri franati, vetri infranti, spuntoni di armature e nugoli di polvere e calcinacci, dove cose e persone perdano finalmente la loro consistenza e si smembrino in un pulviscolo di sensazioni sempre più deboli, sempre più lontane, come luci fredde di stelle di cui ignoriamo la morte e che sembrano ancora lì solo per la distanza che ce ne separa.

E invece ce ne ricorderemo ancora per chissà quanto, anzi avremo aggiunto assenza ad assenza, mancanza a mancanza, arricchito il liber monstrorum di altre nostalgie, ché questo in fondo sono le nostalgie: ircocervi tra l’essere e l’essere stato, mostri della memoria, adynaton che mescolano ciò che è con ciò che avrebbe potuto essere e rendono il presente un luogo instabile e fluttuante, sempre a rischio di precipitare nel passato, una macchina del tempo portatile e fuori controllo con la retromarcia innestata.

Ad occhi chiusi

Dove si apre il Vicolo dei Calzolari e la strada si restringe leggermente prima di incominciare la salita di San Zaccaria, c’è una vecchia insegna a forma di orologio da taschino. Le lancette sono dipinte sulle diciotto, ma sul quadrante non ci sono numeri, solo le lettere ben distanziate della parola “Caffè”. E appena sotto, due grandi vetrate opache fra le quali spicca il legno lucido dell’ingresso con le grandi maniglie d’ottone.
Probabilmente perché le case che danno sulla via hanno tutte le pareti di mattoni rossi sbreccati, o perché la strada è una delle poche ancora lastricate a ciottoli, o, infine perché nella via e in quelle adiacenti non è permessa la circolazione delle auto; ma resta il fatto che è palpabile l’impressione che il tempo da queste parti non abbia la stessa facilità di accesso che altrove e che per doverosa riparazione si sia provveduto a costruirgli una residenza adeguata: il Caffè dell’Orologio, appunto.
Non è un locale molto frequentato, a dire il vero. Sarà perché è difficile da trovare, nonostante l’insegna così vistosa e bizzarra. O magari per il suo gusto così fuori moda, per il quale il termine “nostalgia” è già un anacronismo. O per quella strana particolarità che consiste in una trama fittissima di orologi di tutte le fogge dipinti alle pareti, ciascuno a segnare un’ora diversa di un tempo diverso: alcuni molto realistici, altri semplicemente abbozzati, altri ancora aggrovigliati in strutture che paiono mobiles di Calder o sul punto di liquefarsi come quelli di Dalì e forse quella specie di tappezzeria di cronografi immobili ha che di inquietante, di metafisico; resta il fatto che non ci va quasi nessuno e per questo a me piace così tanto. Perché siamo in pochi a conoscerlo, e questo basta a creare una immaginaria complicità da carbonari.
Oggi, per esempio, mi ci sono rifugiato per sfuggire a un acquazzone improvviso; ho trovato libero quello che per abitudine considero il mio solito tavolino accanto all’ingresso e mi sono seduto, le spalle alla vetrata.
Non c’è molta gente, parecchi posti sono liberi e la vastità della sala fa sembrare ancora più dispersi e solitari gli avventori presenti. Di fronte, il barman con una massa di capelli ricciuti e brizzolati sta lucidando lo shaker. Non esiste cocktail o bevanda che non conosca e anche se gli chiedete qualcosa di insolito, che magari non esiste neppure, saprà senz’altro prepararvelo, lasciandosi guidare soltanto dal nome, quasi che le parole ne fossero i soli ingredienti.

Nella parte sinistra, verso il fondo, dove la luce è meno forte, è seduta una donna vestita di scuro.
Da qui non riesco a vederla per intero, ma mi piace subito il gesto col quale si ravviva i capelli ramati o forse rossi, lasciandoli poi ricadere sulle spalle. È sola al tavolino come la maggior parte di noi e forse aspetta qualcuno o forse no ma non sembra impaziente. Non ci sono specchi alla parete di fronte a lei che ne riflettano il viso, devo accontentarmi di indovinarne la fisionomia da quelle lunule di guancia che i capelli lasciano intravedere quando ogni tanto gira un poco il collo, per guardarsi intorno.
Non deve essere molto alta, perché le spalle sfiorano appena il bordo del lungo schienale della sedia e porta alle labbra una tazza di qualcosa che non riesco a intuire, che beve con grande lentezza.
Osservarla mi dà una specie di vertigine serena, e mi sfiora il timore di vederla alzarsi per andare via; se non altro sarebbe l’occasione di osservarla per intero perché per uscire deve passare accanto a me. Ma mi dispiacerebbe se uscisse; del resto la pioggia continua a scendere fitta, la sento investire la vetrata con scrosci secchi e improvvisi alle mie spalle quando il vento cambia direzione.

Non devo essere l’unico a guardarla, di solito qui entra sempre la stessa gente, lei sicuramente è nuova, certo sta suscitando la curiosità anche di altri ma la cosa non sembra interessarle.
Si gira leggermente per prendere qualcosa dalla borsa, una cascata di capelli si rovescia sul braccio che fruga all’interno e ne estrae un foglio, potrebbe essere una lettera o una fotografia e qualunque cosa sia si mette a guardarla per molto tempo, come se volesse imprimerselo nella memoria o decifrare una scrittura molto fitta o incomprensibile.

Anche il tempo al Caffè dell’Orologio non scorre nello stesso modo che altrove. Lei continua a portare la tazza alle labbra, come se la bevanda non dovesse finire mai. E la mia percezione rallentata dei suoi movimenti fa sì che lo sguardo le accarezzi le spalle e i capelli, con una voluttà prolungata di cui riesco a immaginare la fine.

Naturalmente a questo punto potreste obiettarmi che il Caffé dell’Orologio non esiste, perché per quanto accuratamente abbiate passeggiato lungo la strada, non avete visto neppure l’ombra dell’orologio da tasca a segnalarne l’ingresso e anzi, non c’era nient’altro che una fila di portoni vecchi, usci scardinati e occhiaie di finestre vuote coperte dagli avvisi di demolizione. E io non saprei cosa rispondervi, perché al Caffè dell’Orologio non si va con gli occhi aperti e neppure basta abbassare le palpebre o addormentarsi per credere di averli chiusi. Ecco perché è così poco frequentato.

Ma io lo so fare, mi basta chiudere gli occhi e lasciar vibrare l’antica malinconia per ritrovare il salone con gli orologi dipinti alle pareti, il brusio smorzato dei pochi avventori, il barman che sa sempre cosa desiderate bere e se non lo sa, se lo inventa e a voi piacerà ugualmente.
E c’è anche lei, la donna dai capelli ramati o forse rossi, in fondo alla sala. È di nuovo seduta allo stesso tavolino, proprio dove la luce è più tenue, forse aspetta qualcuno o forse no, ma non si alza mai. Ed è così tutte le volte che chiudo gli occhi.
E finché non li riapro, non se ne andrà.

A Ka’, perché poteva essere
e non è stato

Ma tutto questo Alice non lo sa

Ti sarebbe bastato eliminare una congiunzione, nel tuo definirmi narciso e contorto, per creare l’immagine di un bellissimo fiore deturpato dal rachitismo in un involontario guizzo sapienziale; involontario perché tu stai alle metafore folgoranti come Pietro Pacciani all’amor cortese, però lo spirito soffia dove vuole e può darsi che stavolta sia stato benigno pure con te, non fosse che l’ultima pennellata devo sempre mettercela io.

Certe volte, quando piove

Si sono placati troppo presto i saturnali della pioggia, l’acqua ha lucidato le strade ma non i pensieri, dentro – in fondo al cuore – la siccità dura ancora, e del resto non ci sono grandi speranze che si attenui neanche di fuori, questa è solo una tregua, attendo arsure di più lunga durata e non solo per colpa della meteorologia.
Lo vedi, non sei riuscita neanche tu a disperdere la nuvolaglia dai miei orizzonti; è vero che non ne hai avuto il tempo, ma credo che anche se te ne fosse stato concesso di più non sarebbe ugualmente  bastato, in fondo stiamo continuando la stessa discussione di sempre, per quanto il tuo aver varcato il limine mortis costringa i miei silenzi a riempire i tuoi.
C’è saggezza nella pioggia, ma tu eri donna troppo solare per sospettarlo – e se uso questo aggettivo detestato è solo perché associarlo al tuo nome ne ristabilisce l’etimo – tu che del sole avevi l’irruenza della vampa, la nettezza delle illuminazioni, l’impietosa lucidità che stinge i riflessi più tenui e questo non poteva non tenermi a distanza, ché luminoso era anche il tuo parlare ed io troppo parco di parole dirette, trincerato nei miei disincanti, circondato dai cavalli di frisia del “quasi” e del “come se”: abituato a vivere di sottrazioni, a infilarmi nelle pieghe del sottaciuto o del soltanto accennato, non potevo che osservarti da una meravigliata distanza.
Una distanza perplessa, dubitosa, un prendere la rincorsa senza decidersi a saltare, ma pur sempre distanza; e piccola, anche: ma il tempo per colmarla si era esaurito, disseccato come le nuvole sterili di questi mesi.
Ci sarebbe voluta la pioggia anche allora, quando piove mi estèmporo, come se (ecco, di nuovo) le mie parole potessero senza pericolo scivolare via insieme all’acqua, quasi fosse possibile, volendo, asciugarle o scuotersele di dosso come i cani, una scrollata e via, ma non piove quasi più, quest’anno è stato avaro anche di temporali.

Dall’ultimo appuntamento a un indomani che non è arrivato, il tempo ha iniziato ad espandersi. In realtà ha solamente ripreso il suo scorrere solito dopo che le sentenze della medicina lo avevano rallentato oltre misura, schiacciando in ogni secondo disponibile tutti quelli che facevano ressa presso un orizzonte che non avremmo raggiunto: tempo compresso la cui densità gravava sul cuore e contro cui la ragione inutilmente dispiegava le sue astuzie, a soppesare le speranze di rovesciar la clessidra ancora una volta, troppo esile il mucchietto di sabbia rimasto sul fondo per quanto pesante sia stato ciascun granello.

Ma è un attimo: già i ricordi si attenuano, come le nuvole vanno perdendo la loro marezzatura di nero per stemperarsi in un grigio uniforme, dove è più facile perdersi; d’altra parte il ricordo è un sogno consapevole, per questo è meno duro ricordare.
Presto sgomberato il cielo, la notte tornerà a franare in un acciottolio di stelle.

In memoria di Elena Senatore

Le due cose più belle dell'universo

Ho finito le parole

Vedi, certe volte ho la sensazione di averle finite davvero le parole.
Le vedo sparpagliate tutte attorno, come fuse nel piombo di una stamperia e cadute dalla cassetta del tipografo o scivolate fuori dalle pagine di un dizionario come in una fiaba di Rodari, ma dentro di me non ce ne sono più.
Le guardo; ogni tanto ne prendo in mano una per seguirne il profilo con i polpastrelli come a tastarne la consistenza; alcune mi danno una sensazione di estraneità; altre mi stupiscono ancora per essermi ricordato della loro pertinenza, ma tutte sono ormai distribuite sul tabellone di uno Scarabeo impazzito dove niente si incastra più.

Ne ho scritte tante, a te forse più che a chiunque altro, senza rendermi conto che a poco a poco si consumano e diventano inservibili. Come in quel gioco che facevamo in molti da bambini, quando si prendeva una parola e la si continuava a ripetere come fosse una cantilena e alla fine non significava più nulla, diventava puro suono.
Lo facevi anche tu?

Casa, casa, casa, casa, casa, casa, casa, casa, casa, casa

Forse è ancora questa la soluzione: dissolvere il tuo nome in pura phoné insieme al suo significato, una ninnananna o una lallazione nostalgica che rimanda a un passato così lontano da non essere neanche sicuri che sia esistito veramente.

 

Le occasioni dell’occaso

Ma è la sera che più spesso non sa resistere alle tentazioni dell’inconcludenza, alla discesa nel Maelström del proprio ombelico, perché il crepuscolo ha natura indulgente, non illumina e non nasconde, lascia che le cose siano e soprattutto non dura a lungo, per questo gli è congeniale: indulgente e precario come un amore, persino per se stesso.

Della notte non si è mai fidato, ormai è una cappa infeltrita dai troppi tentativi di ripulirne le macchie di romanticismo, e il chiaro di luna l’ha ucciso da un pezzo senza ubbie futuriste. Ed è ormai abbastanza vecchio ( grande? agée? ) per sapere che la notte è meglio dormire, ché l’indomani il Capitale reclama la sua libbra di carne in sacrificio sull’altare di obiettivi sempre più challenging, anzi, no, sfidanti, perché è gente che ha studiato e non esistono problemi ma solo opportunità non colte e pazienza se per alcuni l’opportunità avrà la forma di un dildo da elefante.

Non si rilegge, sa che se lo facesse si troverebbe inutilmente prolisso, ammira la sintesi ma non riesce mai a coglierla, le sue frasi sono come l’allungare il percorso verso il patibolo di un condannato a morte da parte di un carnefice pietoso, un continuo differire l’incontro con l’ultima parola e la frase non scritta che segue il punto e a capo: e allora ?

Quindi no, la notte la lascia agli adolescenti e agli amanti (che sono poi la stessa cosa) e allora – al crepuscolo – si siede al tavolo sempre più ingombro di libri e di fogli e di tazze e di portatili naufragati in un caos di fronte al quale anche la signora Ornella si è arresa limitandosi a spolverare gli interstizi lasciati liberi dai libri e guarda il foglio pieno di cancellature della sua mente.

Dovrebbe appallottolarli e buttarli nel cestino (e già questa metafora tradisce orizzonti limitati e neiges d’antan, ormai i cestini vivono solo sullo schermo del desktop e i file non si possono appallottolare ed è un peccato, il suono della carta compressa fra le mani è stato a volte illuminante) ma sa che poi non resterebbe niente e che sono proprio le cancellature gli indizi più importanti; d’altra parte sa benissimo cosa si nasconde sotto quei tratti rabbiosi, sono tutte pietre d’inciampo di cui il resto rappresenta accurata perifrasi.
Perifrasi, differimenti, naufragi.
Eccola, finalmente, la sintesi.

Centellina i ricordi: ne ha del resto pochissimi di significativi ( perifrasi, differimenti, naufragi…) e su alcuni ritorna con ostinato accanimento; talvolta ne scrive in forme allusive ( perifrasi ), più spesso si ripromette di farlo ( differimenti ) e quasi sempre se ne ritrae ( naufragi ). Osserva le vite delle persone che gli sono care da una affettuosa distanza; elenca con puntigliosa acribia tutte le qualità di cui si percepisce monco e che caricano quella distanza di una malinconia che è quasi dolore, ma non si avvicina.

Bilanci, no, non ne fa. Non è mai tempo di bilanci, il conto verrà saldato solo in ultimo, senza rateazioni e in contanti; se la morte si sconta vivendo almeno tutti possono essere sicuri di non aver vissuto al di sopra delle proprie possibilità e lui lo ha fatto meno di altri: basterebbe guardare l’intonaco bianco delle pareti mai interrotto da quadri, la mobilia eterogenea, gli accostamenti casuali dell’arredamento per capire che quella casa sta ancora aspettando qualcuno che la abiti, e che lui è un occupante abusivo della propria abitazione.

Ma il crepuscolo già scolora nella notte, le scuse quotidiane – il lavoro, la stanchezza, lo stress – reclamano la consueta audizione; salva il file in una cartella sprezzantemente nominata “roba” ad aggiungere l’ennesima tessera ad un mosaico di cui ormai non distingue ciò che rappresenta e che pure lo tenta; sempre di meno ma ancora lo tenta indovinare cosa potrebbe venirne fuori.
Sarà per il prossimo occaso.